I luoghi comuni dell’economia europea. Commento a Boitani

17 Lug

L’articolo 17-7-2017 di Donatella Porrini

Risultati immagini per Andrea Boitani, “Sette luoghi comuni sull’economia”Fin dal titolo del libro di Andrea Boitani, “Sette luoghi comuni sull’economia” (ed. Laterza, 2017), è evidente l’intento di trattare di alcuni assiomi che vengono spesso ripetuti da politici, giornalisti, economisti. Questi sono: “l’economia europea va male perché c’è l’euro”; “se il debito pubblico è alto ci vuole l’austerità”; “l’inflazione ossessiona le banche centrali”; “l’Italia va male perché è poco competitiva”; “è tutta colpa delle banche e della finanza”; “senza le riforme non si esce dalla crisi”; “per rilanciare l’economia servono grandi investimenti infrastrutturali”.

In un’intervista rilasciata dall’autore a Il Sole 24 ore, questi luoghi comuni vengono definiti come il frutto di una diffusa “pigrizia intellettuale”. E il libro è proprio volto a spiegare, smontare e liberarsi dalle convinzioni che ne sono alla loro base e che, una volta tradotte in politiche economiche, impattano sulla vita dei cittadini e sulle decisioni internazionali.

Prima di tutto, Boitani si esprime sulle “colpe” dell’euro: è vero che con la crisi sono emersi tutti i difetti di costruzione dell’euro. L’unione monetaria avrebbe dovuto essere una tappa di un lungo processo di unificazione dei paesi europei,  seguita da quelle successive dell’unione politica e poi di quella fiscale. L’Unione è rimasta dunque solo monetaria; ma ciò non è la vera causa della crisi che, se mai, deriva da regole troppo rigide volte a imporre un’austerità con pericolosi effetti pro-ciclici.

Oltre a queste, ci sono altre affermazioni diffuse che non corrispondono alla realtà, come quella che senza riforme non si possa uscire dalla crisi. Questa idea è supportata da proposte molto generiche, le quali non tengono in considerazione che con l’austerità non c’è possibilità di fare spesa pubblica. A questo proposito, un’analisi dei dati macroeconomici degli ultimi anni mostra che non esiste un’austerità virtuosa: il rapporto debito/Pil è cresciuto proprio in quei paesi dove sono state attuate con maggior forza le politiche di consolidamento fiscale; e negli stessi paesi è aumentata la disoccupazione e la recessione.

Sbagliata è anche la convinzione che per uscire dalla crisi occorra aumentare la “competitività”. Secondo l’autore ormai non si capisce più che cosa significhi questo termine. Se lo si interpreta come la capacità di un paese di esportare, questa si baserebbe su una gara per accaparrarsi quote di commercio mondiale con una competizione tra i paesi, a favore di alcuni e a scapito di altri anche all’interno dell’Unione Europea, e con effetti negativi che generano a loro volta crisi economica.

Tanti altri sono gli approfondimenti proposti con molti riferimenti alla teoria economica, alla recente storia dell’economia mondiale e anche a verifiche empiriche.

Nel criticare i luoghi comuni si rischia di lanciarne altri, cambiando solamente la prospettiva. Ma questo non avviene nel libro perché l’autore riesce a spostare il discorso su un piano diverso rispetto alla superficialità che sta alla base dei luoghi comuni e delle loro critiche, utilizzando ragionamenti economici che vanno al fondo dei problemi, che guardano a ciò che è successo nella realtà degli ultimi anni e a che cosa si potrebbe fare realisticamente nel futuro in termini di politiche economiche.

Si rimane così conquistati dalla visione originale di Boitani, per esempio da affermazioni come la seguente: “Le generazioni che verranno potrebbero anche non capire perché i governanti di oggi non abbiano investito in infrastrutture produttive capaci di accrescere il benessere futuro, potendo farlo a costi di finanziamento minimi, dato che i tassi di interesse sono ai livelli più bassi degli ultimi ottanta anni. Possibile che in paesi che hanno conosciuto una distruzione di capitale pubblico non vi siano progetti di investimento capaci di fruttare un tasso di rendimento sociale maggiore dell’1-2%?”.

Nelle conclusioni vengono suggeriti alcuni interventi concreti che si basano soprattutto su un ridisegno delle politiche fiscali a livello europeo rispetto ai quali il lettore può essere o meno d’accordo. Ma quello che ciascuno spererà è che ci sia quel sequel, di cui l’autore parla nell’introduzione, per svelare l’inconsistenza di altri luoghi comuni e volgere lo sguardo verso possibili scenari non scontati.

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