Crisi della teoria delle crisi

3 Lug

l’articolo 3-7-2017 di Cosimo Perrotta

Risultati immagini per Crisi della teoria delle crisi Oggi, secondo la teoria economica, non esistono crisi strutturali (le quali avvengono quando non funziona più il rapporto fra produzione e distribuzione della ricchezza). Esistono solo le fluttuazioni periodiche (cicli economici), inevitabili ma poco preoccupanti, perché il mercato le risolve da solo. L’economia occidentale è stata in crisi per dieci anni (e non è ancora finita) e gli economisti continuano a scambiarla per una semplice fluttuazione. Avvenne lo stesso negli anni Trenta, quando Haberler, incaricato dalla Lega delle Nazioni di studiare la crisi, la ridusse al ciclo economico.

Nel primo Ottocento, Malthus e Sismondi (e più tardi la marxista Rosa Luxemburg) attribuirono le crisi periodiche a carenza di domanda. Essi però pensavano che la domanda strutturale non potesse crescere (teoria del sottoconsumo). Contro di loro, Jean Baptiste Say sostenne che una crisi strutturale è impossibile, perché l’investimento sin dall’inizio crea una domanda – di mezzi di produzione e di occupazione – sufficiente ad assorbire l’aumento di beni che è destinato a produrre. Le crisi quindi sono dovute a momentanei scompensi settoriali, che il mercato supera ben presto.

La legge di Say piacque tanto che è tuttora considerata valida dai più, nonostante le dure critiche di Marx e di Keynes. In realtà, quella legge non è provata. Essa è un postulato; che contiene già nel suo concetto di investimento la tesi che dovrebbe dimostrare. Say però ispirò John Stuart Mill, il quale descrisse le crisi come semplici cicli economici. Il ciclo, contiene in sé l’idea di un normale alternarsi di fasi di slancio e fasi di caduta del processo di produzione.

La nuova spiegazione fu accolta persino da Marx; il quale però riconobbe nel capitalismo una tendenza alla sovrapproduzione. Questa tendenza è dovuta ad un contrasto fra i due obbiettivi della produzione: quello naturale di soddisfare in bisogni umani e quello capitalistico di produrre profitto. Tale contrasto, dice Marx, nel breve periodo, genera il ciclo economico, nella prospettiva più lontana porterà alla crisi definitiva del capitalismo (attraverso la caduta del saggio di profitto). Dunque Marx pone una scomoda alternativa: o le crisi sono fluttuazioni, superate dal mercato, oppure si tratta della crisi finale. Quello che manca in lui sono proprio le crisi strutturali, che richiedono l’intervento dello stato per essere superate.

Perciò i suoi seguaci hanno finito per leggere le crisi strutturali o come fluttuazioni o come sintomi della crisi finale, o – più spesso – tutti e due; col risultato di equivocare sia la crisi degli anni Trenta sia il suo superamento. Secondo loro, il capitalismo ha evitato finora la crisi finale con le spese di guerra e con un enorme aumento dei consumi improduttivi. E’ credibile questo? Persino l’enorme crescita di benessere e di produttività causata dallo sviluppo del welfare state è messa dai marxisti “ortodossi” fra i consumi improduttivi.

Finalmente Keynes affrontò la crisi degli anni Trenta come crisi strutturale e la superò favorendo una gigantesca redistribuzione della ricchezza. Ciò permise un forte aumento del tenore di vita e della scolarità, e un conseguente aumento senza precedenti della produttività dei ceti popolari (crescita del capitale umano). Keynes però non pensava alle sue politiche come alla soluzione definitiva del problema. Siamo stati noi ad illuderci che così fosse.

Dopo un quarto di secolo di grande sviluppo e un altro di semi-stagnazione, è esplosa una crisi ancor più grave di quella del tempo di Keynes. I neo-classici ne danno la colpa alla spesa sociale, che secondo loro, è improduttiva (analogamente, essi pensavano di risolvere la crisi degli anni Trenta tagliando ancor più i salari). I marxisti difendono la spesa sociale ma la ritengono anch’essi improduttiva. I keynesiani, al contrario, propongono di aumentare la spesa sociale per uscire dalla crisi.

Tuttavia, questa volta il rimedio keynesiano non funziona del tutto. La crisi attuale, all’origine, è derivata dalla saturazione dei mercati tradizionali; non dalla scarsità di domanda, com’era al tempo di Keynes. La crescita del capitale umano e le nuove tecnologie hanno portato la produttività a livelli talmente alti che siamo in grado di produrre ciò che consumiamo con una media pro-capite di pochissime ore di lavoro giornaliere.

Qui riemerge il contrasto visto da Marx: la vecchia organizzazione della produzione e del mercato non consente di ripartire il lavoro in modo equo. Essa ha creato da una parte una disoccupazione altissima e dall’altra condizioni di lavoro privato sempre più misere e oppressive. In conseguenza, le disuguaglianze interne alle economie sviluppate sono aumentate talmente da far impallidire quelle delle società pre-industriali.

Oggi bisogna trovare nuovi campi di investimento, che soddisfino nuovi consumi; sbocchi occupazionali per i nostri giovani per grandi piani di sviluppo nei paesi più poveri; infine, bisogna ridurre fortemente l’ “orario di lavoro”, comunque sia misurato, e ripartire il lavoro più equamente.

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