Clima, migranti e Piano Marshall per l’Africa

5 Giu

l’articolo 5-6-2017 di Cosimo Perrotta

Risultati immagini per Piano MarshallC’è un punto in cui i due maggiori fattori di crisi sociale nel mondo (inquinamento ambientale e migrazioni) si toccano; ed è un punto dirimente sia per queste due grandi tragedie sia per lo sviluppo mondiale. Si tratta dell’esodo dovuto al collasso dell’agricoltura in molti paesi africani. In quasi tutta l’Africa l’agricoltura è l’attività economica fondamentale, o come percentuale di PIL o come percentuale di occupati. Essa è un’attività fragilissima, e la sua crisi è la causa principale della fame e dell’esodo di molti africani verso l’Europa.

Perché quell’agricoltura è così fragile? Innanzitutto è in gran parte tecnicamente arretratissima. Ciò la rende perdente nella concorrenza contro le multinazionali occidentali, che invadono persino i mercati locali di quei paesi. L’arretratezza, inoltre, genera disoccupazione nascosta (gli addetti in più rispetto alla stessa produzione eseguita con tecniche avanzate). E questo rende quell’agricoltura ancor meno concorrenziale.

A questo bisogna aggiungere il land grabbing, cioè la vendita o l’affitto per lunghissimi periodi a potenze straniere (Cina, Arabia Saudita, ecc.) di terre dei paesi africani. Questa vendita è illegittima, perché avviene all’insaputa delle comunità che vivono su quelle terre. La conseguenza è l’espulsione, di fatto o con la forza, di queste comunità dal loro ambiente, perché vengono loro sottratte le risorse tradizionali (oltre alla terra, l’acqua e la flora tradizionale).

Infine, da alcuni anni l’innalzamento medio della temperatura mondiale e il suo frutto peggiore, le violente escursioni climatiche, stanno producendo siccità, desertificazione, inondazioni, e cambiamenti subitanei di temperatura. Il tutto, con effetti devastanti sui raccolti. Questi fenomeni rendono la fame epidemica (di questa causa dell’emigrazione, si accorse per primo papa Francesco, nell’enciclica Laudato si’, del 2015).

Scrivo nel giorno in cui si sono diffuse due importanti notizie a proposito della pretesa di Trump di ridiscutere gli accordi contro il riscaldamento climatico. Innanzitutto, Europa Cina e India si rifiutano di tornare indietro e proseguiranno l’impegno per abbassare l’emissione di gas-serra. In secondo luogo, all’interno stesso della società e dell’economia USA ci sono forti resistenze a smantellare la nascente economia dell’energia rinnovabile (California, New York, Bloomberg, Exxon, le grandi compagnie dell’information technology, ecc.).

Ecco, un piano Marshall per l’Africa dovrebbe servire proprio per attaccare questo nodo centrale della crisi economica e sociale attuale. La proposta – su cui questo blog continua ad insistere da un anno – si ispira all’originario Piano Marshall, il gigantesco piano di aiuti e agevolazioni economiche dati dagli USA all’Europa all’indomani della seconda guerra mondiale. Quel piano servì a rilanciare in modo potente, non solo l’economia europea, che usciva distrutta dalla guerra, ma anche l’economia USA, innanzitutto creando milioni di posti di lavoro sia da una parte che dall’altra dell’Atlantico. Esso fu la base su cui si costruì la maggiore crescita economica della storia europea, quello che ha creato il welfare state, il più lungo periodo di pace e una nuova civiltà.

Il 25 maggio scorso, il sig. Trump ha rifiutato la proposta italiana di sottoscrivere un impegno dei G7 per affrontare in modo più adeguato la tragedia dei profughi africani verso l’Europa. Ma il 26 maggio un celebre cantante, Bob Geldof, criticava la posizione di Trump e rilanciava l’idea di un Piano Marshall per l’Africa, ( e di cui ha parlato mesi fa anche il prefetto Moroni, incaricato governativo per gli immigrati). Questa idea è stata ancora ripresa e sottolineata con favore da Eugenio Scalfari (la Repubblica del 28 maggio).

Perché si avvii un Piano Marshall per l’Africa non è necessario, come si potrebbe pensare, creare prima condizioni ideali; come, ad es., la fine del traffico di armi e dello sfruttamento minerario e petrolifero da parte occidentale; la fine delle feroci dittature e la nascita della democrazia; il sostituirsi all’attivissimo intervento cinese, che promuove spesso forme di sviluppo selvaggio; ecc. Pretendere queste condizioni come prioritarie, significa dire che per avviare un piano di sviluppo è necessario prima avere lo sviluppo.

Il piano Marshall per l’Africa deve partire – come sta già avvenendo in alcuni punti – con piccoli interventi concreti per dare lavoro e reddito ai potenziali emigranti e indurli a restare nel loro paese.   Lo ripetiamo, l’arrivo dei migranti dovrebbe essere un’occasione di sviluppo per l’Europa. Ma il ritmo accelerato con cui avviene, la mancanza di un piano di integrazione e le resistenze della parte più retriva della popolazione europea spingono a cercare di rallentare il flusso di arrivi. Lo sviluppo dei paesi d’origine potrebbe essere una grande occasione di sviluppo per l’Africa e di rilancio dell’occupazione per l’Italia. Una parte di quella enorme spesa impiegata oggi per salvare e accogliere i migranti può diventare domani un grande investimento produttivo.

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