RICORDO DI GIACOMO BECATTINI (1927 –2017)

10 Apr

il documento 10-4-2017 Estratti dall’articolo di Marco Dardi

per “Il Ponte” (www.ilponterivista.com) del 9 marzo 2017

Immagine correlataL’articolo integrale di Dardi è una eccellente ricostruzione del complesso itinerario culturale di Becattini. Ne consigliamo la lettura, che non richiede molto tempo, all’indirizzo succitato.

 Giacomo Becattini, professore emerito di Economia Politica nell’Università di Firenze, per molti anni collaboratore e membro della direzione di questa rivista, è morto il 21 gennaio scorso nella sua casa di Scandicci. Nonostante una lunghissima malattia gravemente invalidante, tanto da costringerlo a quasi totale immobilità negli ultimi anni, Giacomo era riuscito a mantenere fin quasi alla fine un’eccezionale vitalità intellettuale, manifestata in scritti, interventi pubblici, fitta corrispondenza con collaboratori e amici, conversazioni in cui la fatica fisica non riusciva a smorzare l’incontenibile vivacità. Chi lo ha frequentato in questa difficile fase della vita non può non rivolgere un pensiero di gratitudine alla moglie Iva, ai figli Lucia e Marco, per aver saputo creare la nicchia familiare ideale che gli ha consentito di vivere una stagione così produttiva a dispetto di premesse tanto avverse.

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Ma soprattutto è Gabbuggiani che nel 1968, insieme con Giuseppe Parenti allora presidente del Comitato Tecnico Scientifico per la Programmazione Economica, vuole Giacomo a direttore scientifico dell’appena costituito IRPET, non ancora ente regionale e organismo ancora informe che Giacomo ha la facoltà di plasmare a sua discrezione senza dover subire condizionamenti di alcun tipo. E’ così che inizia il suo percorso di interprete dello sviluppo italiano a partire dal caso toscano con tutte le sue peculiarità. Nel 1973, al momento della regionalizzazione dell’istituto, darà le dimissioni dalla direzione ma nel frattempo avrà prodotto, con l’aiuto di una squadra di giovani ricercatori fortemente motivati, il primo documento importante su questo percorso, quella relazione su Lo sviluppo economico della Toscana, con particolare riguardo per l’industrializzazione leggera (1975

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Come che sia, il suo primo importante cimento con la teoria economica, il libro del 1962 “Il concetto d’industria e la teoria del valore”, contiene un ampio capitolo sulla teoria del valore marshalliana, di cui dà una rilettura che fu giudicata “originale e persuasiva” niente di meno che da Piero Sraffa, come Giacomo amava ricordare. Proprio questo contatto diretto con Sraffa, e attraverso Sraffa con la Cambridge post-keynesiana e culla della critica dell’economia politica degli anni ’60 e successivi, inaugura il secondo filone principale dell’avventura intellettuale di Giacomo. La ricerca teorica di Sraffa, l’uso di “Produzione di merci a mezzo di merci” come binocolo rovesciato per concentrare tutto lo scontro sociale su movimenti in una frontiera salari-profitti ricavata da un’astrazione tanto tersa quanto rarefatta, non potevano essere più lontani dagli interessi di Giacomo.

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Quelli della mia generazione che hanno in qualsiasi modo, più o meno episodicamente, accompagnato Giacomo nel suo percorso furono arruolati negli anni a cavallo del 1970. A questo stadio l’articolazione della ricerca di Giacomo sui due binari paralleli, Toscana e Marshall, era visibile quasi fisicamente. L’IRPET aveva la sua prima sede a non più di cento metri in linea d’aria dall’Istituto di Economia politica; i seminari su Marshall, su altri aspetti di teoria economica e sull’economia toscana si intrecciavano, i ricercatori dei due istituti correvano dall’uno all’altro incrociandosi per le scale. Io stavo dalla parte di Marshall. Cosa cercava allora specificamente Giacomo su questo autore, e in quale funzione rispetto alla parallela ricerca sulla Toscana? Un argomento che ritrovo nella memoria di quegli anni era il tema della continuità famiglia-impresa, la ricerca di schemi teorici e storici di organizzazione del lavoro che potessero servire a spiegare il lavoro a domicilio e altre riserve di energia latenti nella mezzadria toscana.

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Nel dicembre 1990 il convegno internazionale per il centenario dei

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Principles di Marshall organizzato da Giacomo a Firenze finì con l’inserire il gruppetto italiano in una rete internazionale, e da quel momento in poi il progetto si autonomizzò completamente dalle intenzioni iniziali. Distretti industriali da un lato, costruzione di una “new view” su Marshall dall’altro, procedono senza conflitti ma anche indipendentemente l’uno dall’altro. Per la parte che riguarda personalmente Giacomo, il suo Marshall contiene un po’ del Marshall di Raffaelli o per quello che vale del sottoscritto, ma è in gran parte un Marshall becattiniano.

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Giacomo valorizzava di Marshall aspetti che andavano a integrare e rafforzare le componenti bertoliniane [di Bertolino, ndr]  notate sopra della sua visione. La teoria del lavoro come elemento decisivo nella formazione del “carattere”, categoria vittoriana che Giacomo rileggeva in senso estensivo; la già ricordata atmosfera industriale, specifico fattore locale di produttività; la possibilità di una popolazione di piccole imprese di replicare e superare la performance di una grande impresa sfruttando nessi culturali locali che alimentano il suo di più di capacità cooperativa; l’importanza dell’organizzazione del territorio, della configurazione e disposizione degli elementi che compongono gli insediamenti umani, nel determinare la qualità della vita e le capacità industriali delle comunità insediate.

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A Braudel si deve attribuire il merito di aver coinvolto Giacomo nel progetto Prato, e a questo coinvolgimento si deve se il distretto – già entrato in letteratura nel 1979, ma in versione ancora abbastanza teorica – decolla come strumento interpretativo, sottoposto a un test prolungato e di massima severità su un pezzo di territorio di così forte caratterizzazione storica. Aggiungiamo che nel modello-distretto gioca un ruolo importante la “lunga durata” dei processi che ne costituiscono le strutture profonde, ed è inutile rimarcare quanto questa nozione sia inseparabile dal nome e dall’opera di Braudel. Il distretto è forse figlio dell’indagine storica su Prato più che di Marshall, nel senso che Giacomo ci ha messo dentro tutto quello che di concreto vedeva sentiva e fiutava frequentando di persona Prato e i pratesi, oltre che compulsando libri e archivi. Il testo finale della ricerca esce nel 1997, ma a questo punto molto è già filtrato in ricerche parallele e il distretto è ormai affermato strumento di lavoro per una comunità multidisciplinare internazionale di scienziati sociali.

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… caso di Prato, ma nel senso di modello virtualmente globale che spiega lo sviluppo attraverso tutti i livelli di interazione fra unità locali variamente configurate. Questa ambizione a architetture più complesse si riveste negli ultimi anni delle tinte apertamente utopistiche che colorano gli ultimi scritti.

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All’alba del nuovo secolo le sue preoccupazioni si concentrano sulle insidie della globalizzazione, forza incontrollata potenzialmente delocalizzante e omogeneizzante attraverso lo spianamento di tutti i tipi di frontiere, anche quelle “virtuose” perché funzionali alla protezione delle culture locali. In tanti degli ultimi scritti domina l’immagine di un capitalismo che corre pericolosamente su un crinale sospeso fra la possibilità di uno sviluppo ancora “umano” alimentato dalle diverse identità dei luoghi, e il precipizio di un capitalismo livellatore e predatorio in cui si rispecchiano le più estreme ideologie neo-liberiste.

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Lo scenario che più aborriva, l’identificazione neo-liberista della modernità con cosmopolitismo e cancellazione delle differenze culturali, era diventato per lui il risvolto ideologico inseparabile di una teoria economica fondata sull’equilibrio di un sistema di mercati popolato da individui-atomi senza radicamento sociale di alcun genere. Valorizzare lo sviluppo locale era diventato tutt’uno col combattere quel falso concetto di modernità e la falsa teoria economica che ne costituiva la pezza d’appoggio intellettuale.

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il nocciolo della questione del metodo della scienza economica non sta tanto negli schemi teorici, più o meno ad hoc, con cui si pensa, quanto nel tenerli al posto che gli compete, e cioè nel non permettere che siano gli schemi a pensare al posto nostro. Usarli, quali che essi siano; pensare liberamente. Si può fare l’uno e l’altro. Credo che l’opera di Giacomo sia uno splendido esempio di libero pensiero strumentato su una base di cultura economica complessa e attraversata da tensioni interne forse inconciliabili.

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