Globalizzazione, multinazionali ed elusione fiscale

3 Apr

03/04/2017 di ANNA PELLANDA

 Risultati immagini per Globalizzazione, multinazionali ed elusione fiscale  La legislazione antitrust, sia essa diretta a limitare il potere delle grandi imprese private come negli Stati Uniti oppure a ridimensionare l’aiuto protezionistico degli stati come nell’Unione Europea, è una lotta contro la grande dimensione. Dimensione che, quando le attività economiche travalicano i confini nazionali, diventa globale.

   La globalizzazione intesa come integrazione e interdipendenza economica delle vecchie economie nazionali è prevalentemente fenomeno di investimenti esteri, delocalizzazioni, fusioni e loro degenerazioni a livello mondiale. Su questo scenario economico dominano la tecnologia in generale e l’informatica in particolare, la prima, alimentando gli scambi, la seconda, velocizzandoli al massimo. Qui prosperano le imprese multinazionali: esse, secondo le stime dell’OCSE, svolgono il 60% del commercio mondiale.

   Le multinazionali per loro intrinseca struttura vivono di grande dimensione attraverso la quale abbassano i costi di produzione, spuntano profitti per ricerca e sviluppo, impediscono la concorrenza. Da parte sua la legislazione antitrust cerca di difendere il benessere della collettività dagli abusi e dagli interessi dei pochi grandi. Questa azione, già difficile entro i confini nazionali, con la globalizzazione dei mercati è resa ancora più ardua. Come sostiene G. Amato, la globalizzazione dei mercati riduce la presa dell’anti-trust, la “scavalca”. La “dilatazione dei mercati geografici” indebolisce la capacità dell’antitrust di tutelare la concorrenza e preservare la stessa indipendenza politica da lobbismi e pressioni forti. La conclusione cui giunge Amato nel 1998 è alquanto sconfortante; egli scrive: “E’ bensì vero, infatti, che nessuna delle autorità antitrust esistenti è in grado oggi di intervenire, o quanto meno di farlo in modo adeguato, davanti ad operazioni che vanno al di là dei suoi confini” (1). Oggigiorno purtroppo non si può che constatare che la sopraffazione economica perpetrata dalle multinazionali perdura, ma si intravvede un barlume di speranza nelle misure che l’Unione Economica sta adottando contro di esse in un campo, quello fiscale, settore di loro particolare protervia.

   Sono soprattutto le imprese multinazionali produttrici di beni immateriali, le finanziarie ma anche le imprese che fabbricano beni reali a utilizzare “giri” fiscali altamente convenienti producendo in un paese e trasferendo i ricavi in un altro dove la tassazione è molto più bassa. Sono questi i cosiddetti  “paradisi fiscali” che spesso, pur di attrarre investimenti stranieri, offrono condizioni fiscali vantaggiosissime alle multinazionali.I più noti in Europa sono l’Irlanda e il Lussemburgo; negli USA, il Nevada e le Isole Bermuda. Il meccanismo adottato dalle multinazionali per evitare le tasse si avvale sia di evasione, se non vengono pagate le tasse dove si produce, sia di elusione, se si pagano tasse ridotte sfruttando agevolazioni indebite, ma anche di tax inversion se l’impresa si fa comperare da un’altra impresa straniera compiacente pur continuando a usufruire di servizi, infrastrutture ecc. del paese d’origine. Questa perversione fiscale, spiegata da G. Zucman nel 2015 (2), ha visto nello stesso anno accadere un fatto molto importante. La denuncia dell’Italia di evasione fiscale da parte di Apple per 880 milioni di euro dal 2008 al 20013 e l’imposizione del pagamento di 318 milioni di multa, peraltro già versati dal Ceo Tim Cook. Non così è andata con l’Irlanda, cui la Commissione Europea vuole imporre di recuperare 13 miliardi di euro non corrisposti da Apple per ricavi spuntati in tutta Europa tra il 2003 e il 2014 e trasferiti in Irlanda per pagare solo l’1% di tasse invece dell’12,5% dovuto. Qui si è aperto un contenzioso tra la Commissione e la stessa recalcitrante Irlanda che teme di perdere gli investimenti di Apple nei suoi stabilimenti. A questi due contendenti si aggiunge l’Amministrazione americana che accusa la Commissione di pretendere il pagamento di sanzioni di pertinenza degli Stati Uniti.

   Come si vede i percorsi legali sono irti di difficoltà. Ma ormai la strada verso la denuncia di sopraffazioni, anche se solo fiscali, da parte delle multinazionali è stata aperta. Questo è così vero che il Commissario all’Economia P. Moscovici alla fine di gennaio 2016 ha proposto una direttiva che introduca: (a) una “exit tax” da far pagare alla multinazionale che si trasferisce all’estero, come indennizzo al suo paese d’origine, per compensarlo della perdita della tassazione futura; e (b) una soglia minima di prelievo in favore del paradiso fiscale che non scenda sotto una media del 40% delle aliquote in vigore in Europa. E’ questa chiaramente una posizione non di resa verso il prepotere delle multinazionali, nemiche dell’equità distributiva.Essa fa ben sperare le si possa colpire anche là dove producono danneggiando la salute umana, l’ambiente e gli animali.

(1) AMATO, G., Il potere e l’antitrust, Il Mulino, 1998, p. 118

(2) ZUCMAN, G., The Hidden Wealth of Nations, University of Chicago Press, 2015

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