Conciliare tempi di vita e di lavoro

13 Feb

L’articolo 13-2-2017 di Cristina Sunna

Risultati immagini per Conciliare tempi di vita e di lavoroNella Costituzione italiana il diritto al lavoro è sancito tra i Principi fondamentali. Il primo comma dell’art. 4 recita: “La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendono effettivo questo diritto”.

Meuccio Ruini, presidente della Commissione per la Costituzione, chiarì[1] che il diritto al lavoro non può essere inquadrato come un diritto già assicurato e provvisto di azione giudiziaria. Si tratta di “diritto potenziale”, per la cui affermazione il legislatore è tenuto a promuovere tutte le azioni possibili. Non a caso è collocato fra i diritti fondamentali. 

Molti costituzionalisti e giuslavoristi hanno commentato che l’art. 4 non si riferisce al diritto a un “posto” di lavoro, ma all’impegno dello Stato a creare contesti normativi, sociali ed economici idonei allo sviluppo dell’attività lavorativa.

Alla luce di questa premessa, è arrivato il momento di ragionare di diritto alla conciliazione dei tempi di vita e di lavoro, quale principio in cui si declina il diritto al lavoro. Il diritto alla conciliazione rappresenta una evoluzione della riflessione giuridica sulle trasformazioni sociali, il ruolo delle donne nel mercato del lavoro, il sostegno ai genitori e ai “care giver” in generale.

Il bilanciamento tra impegni lavorativi e personali impatta molto sulla vita reale delle persone, poiché riguarda tutti coloro che, mentre lavorano o cercano un’occupazione, hanno a che fare con la cura familiare di genitori anziani, persone non auto-sufficienti e figli minori. Esse fanno, sì, fronte a obblighi naturali, ma al contempo alleggeriscono il sistema socio-assistenziale pubblico e privato convenzionato.

Che senso ha riconoscere un nuovo diritto?

Enunciare il diritto alla conciliazione dei tempi comporta che tutta la legislazione si conformi al rispetto di una norma di rango superiore, creando la rete di protezione utile a filtrare le decisioni politiche e le scelte aziendali, perseguendo condizioni favorevoli per lo svolgimento del lavoro.

Il tema della conciliazione impatta sulle misure di welfare aziendale cosiddette win-win[2]. Oggi è possibile introdurre nell’organizzazione aziendale, anche per un rinnovato ruolo della contrattazione collettiva di secondo livello[3], elementi di complessità in grado di migliorare il benessere degli addetti. Tuttavia, non si considera abbastanza che il diritto alla conciliazione dei tempi riguarda l’interesse generale, cioè anche coloro che sono fuori dal mercato del lavoro dipendente, come le persone alla ricerca di lavoro, in formazione, in transito da un incarico a un altro, o lavoratori autonomi. Ciò, in chiave motivazionale e di programmazione. In tale ottica, conciliare significa perseguire il miglioramento del benessere sociale generale.

Gli strumenti per dare concretezza a tutto questo vanno da metodologie multi-stakeholders e multi-livello, per definire e raccogliere i bisogni, alla progettazione integrata degli spazi e dei tempi della città, all’organizzazione personalizzata delle condizioni di lavoro a livello territoriale (tali condizioni mutano di continuo nel corso della vita), alla sperimentazione di formule previdenziali ad hoc per gruppi o categorie di beneficiari.

Da questo quadro complesso emerge la necessità di affrancare il tema della conciliazione da una logica strettamente legata al binomio maternità/lavoro, per ricondurlo al più ampio rapporto tra economia e società. Comprimere il tema alla tutela della maternità significa riconoscere in tale condizione un problema per lo svolgimento del lavoro, quando invece l’evento in questione costituisce un’opportunità per tutti. È evidente che talune misure per la conciliazione impattano soprattutto sulle donne e sui numerosi ruoli tradizionali delle donne nell’organizzazione familiare, ma non si può più pensare che un set di misure volte alla mera sospensione dell’attività di lavoro creino condizioni concilianti. La domanda di conciliazione va tradotta in termini di qualità dei servizi socio-educativi e socio-assistenziali, prossimità e integrazione dei servizi sanitari e di trasporto, sicurezza. Per le donne, essa va declinata in termini di desiderio di restare o di rientrare al lavoro, di non subire perdite di chances, di capitalizzare l’esperienza della nascita e del puerperio.

C’è ormai una compiuta teoria, con riscontri scientifici, che considera il periodo della “maternità come un master”[4], durante il quale si sviluppano le competenze del futuro, le cosiddette soft skills[5], e al contempo la capacità di leadership. Ciò incoraggia nel pensare a una società capace di investire sul sostegno alla condizione genitoriale, alla stregua di una impresa che investe in formazione specialistica per i propri addetti.

Parlare di conciliazione significa, in definitiva, parlare di lavoro per tutti.

[1] M. Ruini, La Costituzione della Repubblica italiana: appunti, Bulzoni, 2007, 84.

[2] Misure che determinano esiti favorevoli sia per i lavoratori e le lavoratrici che per i datori di lavoro.

[3] Diffusamente rilevabile nel D. Lgs. 15 giugno 2015, n. 80, Misure per la conciliazione delle esigenze di cura, di vita e di lavoro, in attuazione dell’articolo 1, commi 8 e 9, della legge 10 dicembre 2014, n. 183.

[4] A. Vitullo, R. Zezza, MAAM. La maternità è un master, BUR, 2014.

[5] “The future of jobs”, World Economic Forum, Davos, gennaio 2016.

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