Il capitale improduttivo

23 Gen

L’articolo 23-1-2017 di Cosimo Perrotta

Risultati immagini per capitale produttivoNel giugno scorso abbiamo parlato su questo blog del lavoro improduttivo. Adesso esaminiamo un concetto strettamente collegato: il capitale improduttivo, considerato anch’esso irreale dall’economia ufficiale. Questo concetto fu usato da una serie di economisti italiani a fine Ottocento.

Esso appare una contradictio  in terminis (un ossimoro). Infatti capitale significa ricchezza investita per dare un rendimento, e non potrebbe essere, di norma, improduttivo. Ma quegli economisti pensavano al capitale finanziario, che cresce su se stesso, senza rapporti con la produzione reale.

Prima di loro, Marx usa un concetto simile, anche se non identico. Egli parla di capitale fittizio, intendendo la gran quantità di titoli di credito non monetari, di vario genere, che cresce indipendentemente dalla ricchezza reale.[1] Nelle parole di Achille Loria, il mondo finanziario nel suo insieme, quando cresce in modo eccessivo, rappresenta capitale improduttivo, che non produce vera ricchezza. Il lavoro generato da questa crescita abnorme delle attività finanziarie, in primis il lavoro bancario, è quindi anch’esso improduttivo.[2]

Loria scrive nel 1889, durante una grande esplosione delle attività di speculazione finanziaria e di borsa in tutta Europa; la stessa esplosione raccontata magistralmente da L’Argent (Il denaro) di Émile Zola due anni dopo. L’analisi di Loria fu proseguita da altri autori italiani (Valenti, Supino, Puviani). Infine nel 1910, Rudolf Hilferding, uno dei massimi dirigenti della Socialdemocrazia tedesca, pubblicò Il capitale finanziario, dove illustra la tendenza del capitalismo verso un crescente dominio della finanza.

E’ già chiaro che il fenomeno patologico esaminato da questi autori è molto simile alla crisi degli anni Trenta del Novecento e a quella odierna. In tutti e tre questi momenti, prima dell’esplosione della crisi, dilagava la vendita di titoli speculativi allo scoperto, cioè venduti a credito. E il valore dei titoli immobiliari o finanziari aumentava in modo eccessivo e non giustificato dall’andamento dell’economia reale.

Torniamo per un momento a Loria. Per questo autore, la crescita del capitale improduttivo deriva dalla difficoltà di trovare nuovi sbocchi per i capitali. La mancanza di occasioni credibili d’impiego nella produzione reale spinge infatti i capitali verso la speculazione finanziaria, dove creano lavoro improduttivo. Attenzione, dunque. La degenerazione finanziaria, allora come oggi, non è – in genere – la causa della crisi. Quasi sempre, ne è l’effetto. La causa prima è, in genere, la mancanza di occasioni d’investimento nella produzione reale.

L’impiego improduttivo dei capitali – dice Loria, autore bizzarro ma acuto – è un modo per rallentare l’accumulazione e impedire che si blocchi a causa dell’esaurirsi della domanda. Esso è una forma di difesa dei profitti, attraverso la crescita progressiva di un settore di investimenti, di imprese e di lavoro che sono improduttivi. Questi capitali sono parassitari, essi producono profitti per i loro detentori ma non producono ricchezza sociale.

Guardiamo adesso ai nostri giorni. Com’è noto, oggi, tre quarti dell’intero ammontare di capitali che si muove sul pianeta è fatto di titoli finanziari, e solo un quarto è ricchezza che deriva dalla produzione reale. I capitali finanziari sono ricchezza reale solo per la parte che risponde alle necessità effettive di credito e di circolazione della ricchezza, di facilitazione delle transazioni, del commercio e degli investimenti. Tutto il resto, quell’enorme massa di titoli che si aggirano “famelici” in cerca di occasioni speculative, non è ricchezza. E’ soltanto, come ci dice Loria, un mostruoso meccanismo parassitario, che succhia un parte crescente della ricchezza reale.

E’ questo meccanismo che rovina i piccoli risparmiatori, che hanno comprato titoli bancari truffaldini;  e rovina banche ed enti pubblici che hanno comprato derivati. E’ lo stesso meccanismo che assicura guadagni favolosi ai manager proprio mentre distruggono aziende produttive, banche e posti di lavoro. Questo meccanismo inoltre è collegato alle difficoltà delle banche, causate dalla crescente incapacità delle imprese di onorare i prestiti ricevuti. A sua volta tale difficoltà delle imprese deriva dalla scarsità di domanda.

Ma qui c’è un altro punto cruciale. La scarsità di domanda può derivare da due fenomeni opposti. Da mercati ormai saturi, com’è oggi per i consumi dei ceti medi dei paesi ricchi; oppure da mercati dove c’è bisogno di tutto, ma la popolazione è troppo povera per esprimere una domanda effettiva sufficiente a stimolare l’investimento. Paradossalmente, nei paesi ricchi questi due tipi di mercato ormai convivono.

Oggi quindi le disuguaglianze eccessive sono la causa ultima della crisi; ma allo stesso tempo esse sono rafforzate sempre più dalla crisi.

[1] Karl Marx, Il Capitale III (publ. postumo nel 1894, ma scritto nel 1864-65), cap. 25.

[2] Achille Loria, Analisi della proprietà capitalista, 2 voll.; vol. 1 in Opere, Torino, UTET, 1957; vol. 2, Torino, f.lli Bocca, online: openbess da Univ. di Torino.

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2 Risposte to “Il capitale improduttivo”

  1. ANNA PELLANDA 10 febbraio 2017 a 18:31 #

    ANNA PELLANDA ci ha scritto:
    Questo articolo di Cosimo Perrotta è importante e molto chiaro. Concordo che il capitale è improduttivo quando è considerato in veste finanziaria ma esso, se è visto come fattore di produzione prodotto, è improduttivo solo se non complementato dagli altri fattori di produzione, in primis dall’imprenditorialità.

    Perrotta acutamente nota, seguendo Loria, che l’economia finanziaria è effetto non causa della crisi degli anni Trenta e dei nostri giorni perché mancano occasioni di investimento. E’ questa un’accondiscendente giustificazione di Loria, autore peraltro molto polemico oltre che “bizzarro”: perché non è che manchino, almeno ai nostri giorni, occasioni di investimento; queste semplicemente non sono cercate da parte di imprenditori che preferiscono fare profitti in borsa piuttosto che calarsi nelle trincee della produzione di beni e servizi. E’ vero che Loria definisce questo meccanismo “parassitario” ma la causa causante di esso sta nell’interrotta complementarità tra capitale e imprenditorialità.

    Il capitale è forse la categoria più difficile da definirsi da parte dell’Economia teorica. Esso è stato erroneamente o identificato con la moneta, per convenienza di calcolo della sua grande eterogeneità, o è stato confuso con la proprietà privata divenendo così variabile storica e perdendo la sua carica analitica. Ma il capitale (come insegna la Scuola Austriaca) è fattore di produzione prodotto ineliminabile in qualsiasi contesto istituzionale (Cina e Korea del Nord testimoniano) ed è complementare agli altri fattori di produzione. Esso di per sé è infatti “sterile” (neanche il più sofisticato robot riesce da solo a riprodursi) e senza l’apporto soprattutto del lavoro ha una produttività marginale vertiginosamente decrescente. Oltre al lavoro è l’imprenditorialità che rende il capitale produttivo. E qui si viene all’economia reale: se esso è usato come capitale finanziario è un convenientissimo mezzo per arricchirsi ma come fattore di produzione prodotto diventa improduttivo quando gli imprenditori non sanno o non vogliono produrre beni e servizi.

    L’altro “punto cruciale” è la scarsità di domanda come bene imposta Perrotta ma che meriterebbe ben più ampio sviluppo dell’attuale spazio editoriale consentito.

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  1. IL CAPITALE IMPRODUTTIVO | economia alternativa - 24 gennaio 2017

    […] di Cosimo Perrotta fonte: https://sviluppofelice.wordpress.com/2017/01/23/il-capitale-improduttivo/ […]

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