L’aiuto internazionale alla repressione in Etiopia

16 Gen

 il documento 16-1-2017 

Giulia Franchi e Luca Manes hanno scritto un impressionante opuscolo sulle devastazioni ambientali ed umane perpetrate in Etiopia con l’attivo sostegno del cosiddetto aiuto internazionale e in particolare di quello italiano.[1] I due autori descrivono innanzitutto i tortuosissimi ostacoli frapposti dal governo etiope alla documentazione su quanto avviene nella valle dell’Omo, una vasta regione che confina con il Kenya. Gli ostacoli sono tali che gli autori non sono riusciti a raggiungere la regione, e hanno solo potuto raccogliere drammatiche testimonianze della popolazione locale.

Come nel caso della regione di Gambella, sono in atto in valle dell’Omo due sfrenate e connesse operazioni di creazione di laghi artificiali e di land-grabbing (accaparramento delle terre) mascherate da aiuti umanitari. In pratica circa 500mila persone sono state espropriate e deportate con la violenza, per dare le loro terre a imprese di stati stranieri. Gli abitanti coltivavano per la loro alimentazione e per l’allevamento una terra resa fertilissima dalle piene annuali del fiume Omo. Adesso le imprese straniere impiegano quella terra per piantagioni di tipo industriale di canna da zucchero, cotone e agro-combustibili.

 

Altre terre sono state allagate per creare bacini artificiali per gli impianti idroelettrici: i 3 impianti di Gigel Gibe. Il terzo di questi impianti è stato costruito dalla italiana Salini-Impregilo. Chi ha cercato di opporsi è stato censurato e perseguitato. E’ questo il motivo per cui si sa molto poco di ciò che realmente avviene in Etiopia.

 

Queste catastrofi ambientali sono state finanziate anche dalla Cooperazione Internazionale Italiana, che ha già speso 220mila euro per Gigel Gibe 2. La ditta italiana Fri El Etiopia si è aggiudicata 30mila ettari in affitto per 70 anni. Per queste terre essa paga soltanto 2,5 euro all’anno per ettaro. La stessa ditta si era impegnata a costruire un centro sanitario, un pozzo e una scuola elementare, ma non ha fatto niente di ciò. Aveva promesso di assumere oltre 1.100 persone del luogo, ma ne ha assunti 200 circa. Per queste operazioni lo stato italiano, nel biennio 2013-15, ha dato all’Etiopia quasi 100 milioni di euro.

 

Dighe e piantagioni hanno reso impossibile la coltivazione tradizionale e l’allevamento anche nei territori circostanti, condannando gli abitanti alla fame. Il clima è peggiorato; c’è una morìa del bestiame; e le malattie umane sono aumentate. Un opuscolo governativo distribuito ai giornalisti tace di tutte queste violenze, e dice falsamente che la terra tolta ai locali e venduta non era coltivata.

 

Queste operazioni vengono finanziate, nell’interesse delle rispettive imprese, da una serie di stati e coordinate dalla Banca Mondiale. Attualmente il bilancio dello stato etiopico è formato per il 50-60% dagli aiuti internazionali, questi aiuti.

[1] G. Franchi e L. Manes, Che cosa c’è da nascondere nella valle dell’Omo? Le mille ombre del sistema Italia in Etiopia, Re: Common, ott. 2016, diffuso online dalla Newsletter di Nigrizia del 13 genn. 2017.

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