Rocco Scotellaro e la cultura contadina

5 Dic

l’articolo  5-12-2016 Commento a: Antonio Lamantea, Il sindaco contadino. Rocco Scotellaro tra politica e poesia, Manni editore, 2016. di Cosimo Perrotta

Risultati immagini per Antonio Lamantea scotellaroAntonio Lamantea ha riportato di recente all’attenzione una nota e nobile figura del meridionalismo del dopoguerra: Rocco Scotellaro (1923-53). Poeta e fine letterato, di modeste origini e di grande impegno intellettuale e sociale, morto ad appena trent’anni, Scotellaro ha un vivo senso dell’oppressione subita da sempre dalla popolazione più povera del Sud. Negli anni della liberazione e delle grandi speranze di rinnovamento, egli si impegna anche sul piano politico e diventa sindaco della sua Tricarico, in Basilicata, nelle liste del PSI. E’ sempre a contatto diretto con i suoi compaesani, per le loro esigenze materiali e morali. Viene anche incarcerato con una falsa accusa, costruita dall’opposizione democristiana, e liberato dopo poche settimane. Ma il colpo subito lo convince a continuare il suo impegno fuori dalla politica, dedicandosi alla ricerca sociologica sul mondo contadino del Sud e alla poesia, che canta la vita umile e faticosa dei contadini.

 Lamantea non indulge alle lamentazioni tipiche del vecchio meridionalismo letterario, ma coglie un punto decisivo della vicenda culturale di Scotellaro. Questo giovane intellettuale viveva il dramma della trasformazione storica che il mondo contadino era sul punto di subire e, allo stesso tempo, di intraprendere. Sono gli anni dei grandi, a volte frenetici progetti di modernizzazione del Sud. Dopo più di ottocento anni di dominio del “blocco agrario” – come lo definisce Gramsci – gli intellettuali e i politici progressisti sentono che è arrivato finalmente il momento del riscatto. Questo momento era stato a lungo sognato e preparato da una plurisecolare serie di intellettuali meridionali, o di settentrionali guadagnati alla causa del meridionalismo da un senso di giustizia.

 Questi intellettuali, prima e dopo l’unità d’Italia, avevano analizzato le cause dell’oppressione dei ceti popolari e dei contadini in particolare. L’economia e la società del Sud erano dominate dai grandi proprietari terrieri, eredi dei feudatari medievali. La rendita agraria era, ancora dopo la fine della seconda guerra mondiale, il reddito fondamentale. I ceti medi erano cresciuti senza avere alcuna autonomia economica e culturale. La loro aspirazione di far parte del ceto dominante, li riduce sin dall’inizio a un ruolo clientelare e parassitario, di dipendenza dalla rendita agraria, anche quando sono professionisti o funzionari pubblici.

 Il secondo dopoguerra era l’occasione per rompere questa società stagnante, povera e oppressa.   L’ultima denunzia, che apre anche la nuova stagione, è quella di Carlo Levi, con Cristo si è fermato ad Eboli. Poi vengono in rapidissima successione l’economista agrario Manlio Rossi-Doria, Pasquale Saraceno, Grieco, Chiaromonte, Banfield (quello del “familismo amorale”), e tanti altri. Questi intellettuali sono impazienti di non perdere l’occasione per modernizzare il Sud e avviarlo allo sviluppo. Le forze progressiste li spalleggiano.

 Ma modernizzare significa inevitabilmente superare il costume e la cultura tradizionali del mondo contadino. Quello fatto di sopportazione, di chiusura verso la dimensione pubblica, di visione semi-magica e fatalistica della realtà, di rassegnazione. Anche Scoltellaro vuole questo riscatto. Ma vuole al tempo stesso conservare i valori del mondo contadino, i suoi costumi improntati al senso della comunità e della solidarietà, il senso degli affetti. Egli suscita quindi l’insofferenza di chi teme di perdere quell’occasione, di chi – formatosi alla tradizione operaista dei partiti socialisti – vede il mondo contadino quasi come un residuo di barbarie. Persino Carlo Levi, dice Lamantea, che – insieme a uomini del calibro Manlio Rossi-Doria, Calvino e Montale – è amico e sponsor di Scotellaro, cerca di riportarlo a una logica modernizzatrice che vuole superare la cultura contadina senza riserve.

 Scotellaro resiste a queste pressioni. La sua non è nostalgia del passato, ma ansia di salvare il positivo del vecchio mondo. Sono dunque conciliabili le due esigenze? In un certo senso, no. Modernizzare è per forza di cose abbandonare un mondo con tutte le sue ricchezze culturali.

 E’ come quando si perdono i dialetti o le lingue locali; o le tecniche di lavoro o i costumi di un tempo. Sono passaggi necessari imparare ad usare una lingua che ci metta allo stesso livello degli altri; o imparare tecniche che non ci lascino fuori dal mercato; o acquisire costumi di equità basati sul rispetto impersonale del cittadino e delle regole. Qualcosa di buono però si perde in questo passaggio. L’importante è imparare a non disprezzare quello che si perde, conservarlo nella memoria, conservare i suoi valori e la sua umanità. 

 

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