Sfruttamento e caporalato: non è solo una questione penale

21 Nov

di Antonio Ciniero

 Risultati immagini per sfruttamento e caporalatoÈ di questi giorni l’approvazione della legge contro il caporalato che estende gli effetti penali previsti per il reato di intermediazione illegale di manodopera anche alle aziende che usufruiscono di tale intermediazione. Si tratta di una legge importante, ma colpisce solo uno degli aspetti che concorrono a determinare lo sfruttamento dei braccianti agricoli.

Il lavoro agricolo è un fenomeno molto complesso, tanto nell’ambito delle dinamiche lavorative, quanto in più ampie dinamiche politiche, economiche e sociali. A seguito dell’ultima crisi economica, quello agricolo è tornato ad essere un settore rifugio per molti lavoratori espulsi, soprattutto dal settore industriale. Il lavoro stagionale si situa quindi al centro delle contraddizioni di oggi. Esso porta all’estremo e rende visibili molte delle dinamiche che investono i mercati del lavoro e, più in generale, i sistemi produttivi dei paesi capitalisticamente avanzati.

Tra queste dinamiche ci sono i processi di precarizzazione del lavoro e il conseguente depauperamento del potere contrattuale dei lavoratori, in generale, e della forza lavoro migrante e femminile, in particolare. Poi ci sono le ricadute sul piano economico delle politiche migratorie; i processi di esclusione sociale e quelli innescati dalle filiere produttive e dalla distribuzione dei prodotti agricoli.

Un elemento fondamentale per il funzionamento del sistema agricolo contemporaneo è dato dalla proliferazione dei ghetti e campi temporanei, che sono di fatto la sola alternativa abitativa per moltissimi braccianti. Rispetto a ciò, il caso pugliese è particolarmente emblematico di quanto accade nella gran parte dei paesi dell’aria euro-mediterranea. Valga come esempio, tra i tanti, quello di Borgo Mezzanone, frazione di Manfredonia, che dista appena 10 km da Foggia. Sul piccolo territorio di questo borgo rurale è localizzato un CARA[1], con una capienza di oltre 600 posti. Alle spalle dal CARA, sulla pista di un ex aeroporto militare, vi sono una cinquantina di container, e in più svariate tende e baracche, in cui trovano rifugio, durante i mesi estivi, non meno di 800/900 persone provenienti da diverse zone del continente africano. Ci sono poi diversi casolari occupati, più o meno diroccati, e altri “micro-ghetti”. Sono tutti luoghi abitati da braccianti agricoli la cui vita è costretta ad una marginalità estrema e le cui condizioni lavorative, come noto, sono altrettanto estreme. Le paghe raramente superano i 20 o 30 euro giornalieri, e il sistema di pagamento è quasi sempre a cottimo. Un bracciante di Borgo Mezzanone mi dice di essere pagato solo 6 centesimi per ogni cassa da 15 kg riempita con pomodori San Marzano. Per guadagnare almeno 20 euro deve quindi riempire al giorno oltre 330 cassette, quasi 5 tonnellate di pomodori.

Il sistema dei ghetti indubbiamente favorisce il caporalato – che non è però unicamente conseguenza di questi – su cui si basa oggi la gran parte l’approvvigionamento di manodopera agricola. Il sistema del caporalato trova terreno fertile e si consolida laddove esistono spazi di non intervento istituzionale. La ragion d’essere principale dei cosiddetti caporali è data dalla loro capacità di mettere in contatto azienda e lavoratori – cosa che dovrebbe essere garantita da uffici pubblici attraverso le liste di prenotazione. I caporali assicurano il trasporto dai luoghi di residenza ai luoghi di lavoro, favoriti in questo dall’abbandono e dall’isolamento spaziale e sociale determinato dalla condizione dei lavoratori costretti nei vari ghetti. Questa situazione, in linea teorica, non avrebbero ragione di esistere visto che le spese per l’alloggio per i lavoratori stagionali dovrebbero essere garantite per legge dai datori di lavoro.

Tuttavia il caporalato è uno degli elementi, importante ma solo accessorio, che concorre al mantenimento del sistema di sfruttamento e sospensione dei diritti che conosce l’attuale lavoro agricolo nelle campagne dell’Europa mediterranea.

La legge appena approvata si limita ad estendere il reato di intermediazione lavorativa illegale anche alle aziende agricole, mentre poco, o meglio per nulla, interviene rispetto alle condizioni istituzionali, economiche e sociali, nelle quali prendono forma, tanto il caporalato, quanto, più in generale, i processi di sfruttamento in agricoltura. Fin quando la lotta contro il caporalato non sarà associata ad una lotta forte, capillare e incisiva per i diritti del lavoro, probabilmente poco si otterrà. Gli interventi sul piano penale rischiano di essere insufficienti, così come pure la lotta al caporalato rischia di essere del tutto vana se non si interviene normativamente potenziando gli strumenti di tutela dei diritti dei lavoratori e invertendo radicalmente la tendenza, in atto da quasi un trentennio, che seguita a mortificare il corpus di diritti sociali in materia di lavoro.

[1] Centro di prima Accoglienza per Richiedenti Asilo.

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