Un nuovo blocco sociale contro le disuguaglianze

17 Ott

l’articolo 17-10-2016 di Aldo Randazzo

1444072748-0-ragusa-terza-in-italia-per-disuguaglianze-socialiContinuando la riflessione iniziata qui il 18/07/2016, ricordiamo che l’articolo di Bellanca che commentavamo cerca di identificare, nella complessa società contemporanea, un “blocco sociale” attraverso il quale sviluppare una proposta di riforma.[1]

C’è una questione che accomuna tutti i paesi nel mondo ed è quella delle diseguaglianze accresciute. Tanti economisti lo sottolineano; anche Bellanca, con riferimento a Reich, Milanovic e Antonelli. Ed è dalle diseguaglianze che è necessario partire per comporre un nuovo blocco sociale. Nel XIX secolo la società si divideva tra sfruttati e sfruttatori, tra padroni e operai. Oggi le fasce più deboli non coincidono più con gruppi sociali predefiniti: ci sono i pensionati “d’oro” e i pensionati sotto il reddito di sopravvivenza; lavoratori dipendenti di grandi imprese con alto reddito e lavoratori con salari poveri; imprenditori con imprese solide e alti profitti e imprenditori che sopravvivono sui mercati marginali; ci sono i grandi speculatori della finanza e i piccoli risparmiatori; ecc.  Le diseguaglianze attraversano gli stessi gruppi sociali.

Vi sono poi diverse forme di diseguaglianza, tutte in aumento: diseguaglianza di reddito; di patrimonio; di opportunità. A questo punto, riprendendo Bellanca, si dovrebbe cercare “la possibilità di un blocco sociale il cui consenso sia imperniato su obiettivi di eguaglianza”. Quindi puntando a:

  1. politiche fiscali redistributive a favore dei redditi più bassi; imposte sui patrimoni (patrimoniale progressiva, progressività delle imposte sulle successioni, ecc.); misure di sostegno ai redditi più bassi;
  2. efficienza ed efficacia della spesa pubblica, con particolare riguardo allo stato sociale, mantenendo la prerogativa pubblica di istruzione, sanità e previdenza e migliorando le prestazioni;
  3. efficacia dell’azione di governo ridefinendo ruoli, funzioni, responsabilità del potere politico e dell’apparato tecnico/amministrativo dello Stato.

Tutto ciò pone due interrogativi: vi sono le condizioni per attuare questi obbiettivi? Può affermarsi una forza politica portatrice di queste istanze?

L’orizzonte entro il quale ci si muove è complesso e ostile:

  1. Il capitale oggi non ha limiti nella ricerca della massima redditività. Politiche fiscali penalizzanti per i profitti e i patrimoni inciderebbero negativamente su investimenti e occupazione.
  2. Una competitività accentuata tra paesi e territori ha imposto modelli non facilmente replicabili (es. Silicon Valley). Tuttavia tali modelli sono divenuti nel mondo il parametro del benessere. Ogni fattore estraneo alla competizione esasperata è considerato di disturbo.
  3. I poteri sovranazionali (es. FMI, BCE, WTO, ecc.) e le oligarchie (es. Commissione Trilaterale, Gruppo Bilderberg, ecc.), in un’economia globalizzata, condizionano più di prima i governi. I partiti politici, le rappresentanze sociali e la grande stampa, tranne rare eccezioni, sono al servizio di grandi potentati economici più che esprimere le istanze e i bisogni dei cittadini.
  4. Un conflitto d’interessi tra potere politico e bancario grava sui governi degli Stati (in Europa in particolare) e nei rapporti internazionali. È frequente il passaggio di manager in posizioni apicali tra grandi banche d’affari (es. Goldman Sachs) e organismi economici sovranazionali o governi.

Questo stato dei fatti trova la sua legittimazione nel liberismo economico; il quale è oggi l’ideologia totalizzante, che svuota di significato la Destra e la Sinistra politica. Le soluzioni alle crisi sono diventate un fatto squisitamente tecnico e sono note.

Con ciò non è venuto meno lo scontro sociale e politico ma, come dice Reich, esso ha assunto prevalentemente i caratteri della rivolta contro l’establishment. In Europa i radicalismi “anti-sistema” tendono a rafforzarsi aprendo prospettive confuse che evocano fantasmi del passato.

Un progetto riformatore che faccia leva su quel “blocco sociale” oggi disperso nei mille rivoli del radicalismo (gli esclusi della società; i precari del lavoro senza diritti; i giovani con istruzione privati di futuro; i ceti medi impoveriti; i migranti che sperano in un loro futuro dignitoso; ecc.), ha spazi per un’alternativa. È tuttavia necessario ricreare una organizzazione che sia in grado di selezionare una classe dirigente rappresentativa e capace di costruire alleanze a livello europeo. Peraltro, i tentativi di riaffermare le piccole patrie e con essi la frantumazione dell’UE non possono essere arginati con i rimedi imposti dalla Commissione europea. Solo dal basso si può riaprire ad un futuro positivo il processo federativo europeo.

Concludendo, una politica in difesa dei più deboli avrebbe un proprio spazio vitale, ma per conquistarselo si dovranno creare le condizioni per una larga partecipazione democratica e battere ogni forma di “leaderismo” funzionale solo ai grandi potentati economici.

[1] Nicolò Bellanca, “Un ‘blocco sociale’ per la sinistra italiana”, Micromega 2016.

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