Brexit e l’amnesia storica

5 Set

l’articolo 5-9-2016 di Anna Azzurra Gigante

Risultati immagini per BrexitL’esito del referendum nazionale britannico soffia sulle incandescenti controversie in merito alla convenienza dei paesi membri di restar parte dell’Unione Europea. Al netto degli approfondimenti sulle conseguenze economiche della scelta britannica sul piano reale e monetario (effetti su importazioni ed esportazioni; manovre di politica monetaria; reazioni delle borse, etc.) e su quello tecnico-amministrativo (procedura di uscita, articolo 50 del Trattato di Lisbona) molto poco si riflette sul significato della Brexit in una prospettiva storico-istituzionale.

Se, da un lato e da lungo tempo, è emersa la necessità di un urgente ripensamento delle politiche dell’Unione che affronti adeguatamente le preoccupanti disparità economico-sociali tra i diversi paesi al suo interno, dall’altro, dibattiti e riflessioni sulla convenienza meramente economica di un’unione europea trascurano di inquadrare il problema anche in una prospettiva storica, impoverendo considerevolmente il dibattito contemporaneo.

Tale prospettiva è necessaria non solo a rievocare i valori costitutivi dell’Unione, ma anche a comprendere più a fondo l’evoluzione nel tempo della percezione di tali valori. Questa evoluzione sembra essere alla base degli orientamenti e delle scelte che hanno prodotto la Brexit.

Alcuni contributi della letteratura economica forniscono, in questo senso, utili strumenti interpretativi. L’economista neo-istituzionalista Douglass North (1990) sostiene che le istituzioni riflettono le rappresentazioni mentali create dagli individui per interpretare l’ambiente circostante e, in questo senso, rappresentano meccanismi esterni di strutturazione dell’ambiente stesso.[1] L’approccio cognitivo-istituzionale – che affonda le proprie radici nelle preziose intuizioni di Thorstein Veblen (1899), uno dei padri della vecchia scuola istituzionalista – mette in luce il ruolo cruciale che assumono i fattori storici e culturali nel plasmare gli schemi di percezione individuali e collettivi e, di conseguenza, le norme istituzionali adottate.[2] In questa prospettiva, le istituzioni sono prima di tutto espressioni storiche.

L’interpretazione del caso britannico e dell’appartenenza all’Unione in chiave quasi esclusivamente economica sembrano suggerire, al contrario, la preminenza di una percezione a-storica delle istituzioni europee.

Nel lungo processo di costruzione dell’Unione Europea, la dimensione economica si è rivelata indubbiamente fondamentale. La costituzione di un quadro istituzionale di regolazione dei rapporti economici tra i paesi va, tuttavia, interpretata alla luce dello spirito liberale e garantista a cui anelavano i padri fondatori e e che fu perseguito sin dai primi accordi commerciali definiti dal trattato CECA, pur nello scenario di povertà e di grande incertezza che era seguito al secondo conflitto mondiale. Il cammino era d’altronde stato tracciato – ancora in piena guerra – da A. Spinelli, E. Rossi, E. Colorni ed altri intellettuali antifascisti al confino a Ventotene, i quali intuirono la necessità di un ordine economico nuovo per costruire un’Europa libera ed unita, così come prefigurata nel noto Manifesto.[3]

Lo sgomento di fronte alle aberrazioni commesse, il timore che potessero compiersi nuovamente, il perseguimento del progresso economico e sociale necessario ad eliminare le principali cause passate di conflitto orientarono così la costruzione istituzionale dell’Europa unita, definitasi più compiutamente nel corso degli anni.

Oggi, le crisi economico-finanziarie e la disomogeneità delle condizioni di sviluppo tra i paesi membri hanno, tuttavia, reso particolarmente pressante la questione economica, lasciando ai margini i nobili ideali fondativi. La conseguenza è una percezione distorta dell’Unione e delle sue istituzioni che influenza in modo significativo parte dei processi decisionali attuali, i quali sono dimentichi della necessità storicamente determinata di tali istituzioni. Sganciate dal loro significato autentico, esse sono spesso interpretate quali mere espressioni contingenti di interessi economici nazionalisti.

In questo senso, il recupero di una prospettiva storico-istituzionale è fondamentale perché rappresenta evidentemente il recupero della memoria storica. Pur nella necessità di un cambiamento significativo delle sue politiche, il significato originario dell’Unione va fortemente preservato e rinnovato. La condizione di amnesia storica che alcuni movimenti populisti puntano a cavalcare non è solo una seria minaccia alla garanzia di stabilità e pace in Europa – oggi particolarmente necessarie per affrontare le gravi crisi umanitarie ed economiche in corso – ma potrebbe riaprire vecchi scenari di rancori individuali e degenerazioni ideologiche.

[1] NORTH, Douglass C. (1990) Institutions, Institutional Change and Economic Performance, Cambridge: Cambridge University Press.

[2] VEBLEN, Thorstein (1899), The Theory of the Leisure Class, MacMillan.

[3] SPINELLI, Altiero e ROSSI, Ernesto (1941) Per unEuropa libera e unita. Progetto di un manifesto.

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