Demografia e sviluppo secondo Lorenzin

3 Set

di Cosimo Perrotta

Risultati immagini per lorenzin fertilityBisognerebbe spiegare alla ministra della Sanità e ai suoi consiglieri che le decisioni sulla natalità sono, sì, private ma dipendono da due fattori collettivi: la cultura e le risorse. Questi due grandi fattori si intrecciano e si influenzano a vicenda. Nelle  società pre-industriali, la crescita demografica era frenata dalla scarsità di risorse. Questo non significa che nascessero pochi bambini. La scarsa crescita demografica era dovuta all’alta mortalità dei bambini, dovuta alla struttura sanitaria primitiva e alla povertà delle famiglie e dei servizi pubblici. Di bambini invece ne nascevano tanti, perché la cultura delle famiglie – incoraggiata anche dalle chiese – vedeva la natalità come un processo naturale, indipendente dalle decisioni dei genitori.

Il benessere ha cambiato tutto. Ha accresciuto le risorse materiali, consentendo un calo drastico della mortalità infantile e giovanile, e un allungamento della vita. Ma esso – anche grazie alla scolarizzazione che ha creato – ha cambiato pure la cultura della natalità, affidando sempre più ai genitori la scelta di fare figli o no. La legge della transizione demografica ci dice che, paradossalmente, l’aumento delle risorse, e quindi del benessere, non fa aumentare la natalità, ma  – al contrario – la fa calare. Infatti le famiglie si abituano a difendere il loro benessere: programmano la loro ascesa sociale e vogliono assicurare ai figli una buona educazione. Perciò esse limitano il numero dei figli.[1]

Ma c’è un altro fenomeno, che spesso gli stessi economisti trascurano: la difesa del proprio benessere da parte delle famiglie è solo l’aspetto, per così dire, privato di un processo economico generale. Le società a sviluppo maturo non basano più il loro sviluppo sull’aumento del numero dei lavoratori e quindi sull’aumento della popolazione. Era così nella fase della manifattura e della prima industria, cioè nei secoli XVI-XIX. L’economia matura punta invece sulla crescente istruzione e quindi sull’aumento di produttività di una proporzione crescente di lavoratori. Questo processo si è accentuato nell’economia post-industriale, la quale si basa sempre più sull’investimento in capitale umano. Questo tipo di investimento richiede non solo istruzione ma anche comfort e cultura crescenti.

L’improvvida campagna della ministra si basa sull’idea che il tasso di natalità dipenda solo dalla volontà dei singoli e non dai fattori complessi che abbiamo cercato di descrivere. Questa campagna ricorda quella, altrettanto ingenua, dei governi di destra di pochi anni fa, la quale voleva incentivare la spesa delle famiglie dicendo che essa fa bene all’economia. Come se le decisioni di spesa non dipendessero dal reddito e dalle aspettative, cioè da fattori legati al mercato.

Ma perché l’Italia, in questa fase, ha una natalità molto più bassa della quasi totalità degli altri paesi a sviluppo maturo? Perché, ai fattori collegati di benessere e qualificazione del lavoro (che abbassano la natalità per cause positive) si aggiungono due fattori di segno diverso: il ristagno dell’economia e una distribuzione della ricchezza troppo diseguale. Questi ultimi fattori abbassano la natalità per cause negative, che sono aspettative negative e scarsità di risorse. Le due tendenze purtroppo non si compensano né si elidono a vicenda, come si potrebbe credere. Esse si cumulano in un gioco perverso.

Una parte crescente della popolazione – fatta di disoccupati, inoccupati, precari e pensionati poveri – è troppo povera o con prospettive troppo incerte per fare figli. In Italia il welfare state non copre queste categorie. Francia e Svezia, per uscire dalla crisi di natalità di cui soffrivano alcuni decenni addietro, non hanno fatto campagne sulla sterilità, hanno semplicemente potenziato e reso meno iniquo il welfare state, a vantaggio delle famiglie a basso reddito. La Gran Bretagna e la Germania hanno fatto lo stesso.

In Italia, d’altronde, la parte ancora maggioritaria della popolazione, che gode del benessere, fa pochi figli per i motivi opposti; quelli già detti della transizione demografica. Dopo il Giappone, l’Italia, è il paese più longevo di tutti; ma naturalmente è anche il paese con un numero maggiore di anziani improduttivi.

Per di più anche la parte povera e precaria della società è cresciuta in una situazione di benessere: ha studiato a lungo ed è abituata al comfort. Essa si aspetta naturalmente di fare lavori non troppo elementari e di avere remunerazioni non troppo basse.

C’è bisogno di aggiungere che soltanto il lavoro degli immigrati può trarci fuori da questo vicolo cieco? Scrivono Allievi e Della Zuanna che,  “per mantenere costante la popolazione in età lavorativa (20-64), ogni anno dovranno entrare in Italia – a saldo – 325.000 potenziali lavoratori, un numero vicino a quelli effettivamente entrati nel ventennio precedente”.[2]

[1] Vedi Alessandro Lanza, Lo sviluppo sostenibile, il Mulino 1997, e Claudia Sunna, Popolazione, sviluppo e benessere, Lecce: Milella, 2004.

[2] Stefano Allievi e Gianpiero Della Zuanna, Tutto quello che non vi hanno mai detto sull’emigrazione, Laterza 2016, e-book, cap. 1, par. 3.

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