Bellanca, per un nuovo blocco sociale

18 Lug

l’articolo  18-7-2016 di Aldo Randazzo

Nicolò Bellanca

Nicolò Bellanca

L’interrogativo che vogliamo porci, insieme a Nicolò Bellanca,[1] è se sia oggi possibile costruire un blocco sociale per avviare un’efficace politica di sinistra. Bellanca muove da tre angoli d’osservazione:

  1. Negli USA, la composizione della forza-lavoro negli anni si è profondamente modificata. Robert B. Reich evidenzia una riduzione della manodopera, tra il ’91 e il 2015, del 5% nelle aziende manifatturiere e, in generale, negli uffici amministrativi. Nello stesso periodo, c’è stato un incremento del 20% nei servizi alla persona (commercio, ristorazione, domestici, agenti immobiliari, ecc.). Sorprendente è ciò che accade nel settore che Reich definisce “servizi simbolico-analitici” (ingegneri, docenti universitari, ricercatori, avvocati, banchieri d’affari, consulenti aziendali, analisti di sistema, marketing, moda, architettura, cinema, spettacolo, ecc.). In questo settore si registra una divaricazione tra chi, per l’alta qualificazione raggiunta, opera in settori dinamici ad alto valore aggiunto, con alti redditi e vita intensa ma gratificante, con alti confort e chi resta ai margini in attività precarie, frustranti e poco redditizie.

Lo stesso Reich evidenzia che i primi due gruppi subiscono un’erosione e una svalutazione, mentre il terzo si divide tra chi raggiunge alte posizioni e chi resta ai margini. In questo quadro si accrescono le disuguaglianze di reddito e di patrimonio. In conclusione, secondo Reich, un “blocco sociale” possibile è quello “antiestablishment” che si contrappone allo strapotere politico del 10% più ricco della popolazione (identificato con l’”establishment”).

  1. A conclusioni convergenti con quelle di Reich perviene Branko Milanovic. Qui l’analisi è condotta a livello globale. Dalla società divisa in classi (di reddito) del XIX secolo, studiate da Marx, si è passati nel secolo scorso all’accrescersi della distanza tra paesi ricchi e paesi poveri. Oggi, a seguito della rapida crescita avuta in paesi quali Cina, India, ecc., è presumibile che il gap tornerà a misurarsi come un tempo tra le classi sociali all’interno dei singoli paesi. La novità dell’oggi è connessa all’impoverimento della classe media schiacciata sempre più verso il basso della scala sociale. La conclusione a cui perviene Milanovic non si allontana da quella di Reich: grandi alleanze tra gruppi sociali diversi potranno crearsi, dando rilievo alla “centralità delle classi”.
  1. Cristiano Antonelli esamina, attraverso la storia italiana dal dopoguerra, le alleanze sociali che sono venute determinandosi. Negli anni ’70, l’accrescersi delle rendite dei ceti “improduttivi” (commercio, immobiliaristi, ecc.), non esposti alla concorrenza del mercato comune europeo, ha determinato un’oggettiva alleanza tra proletariato e borghesia industriale ed una conseguente crescita della domanda e recupero d’efficienza del sistema economico per gli incrementi di produttività. Negli anni ’80 si avvia e si consolida l’esperienza dei “distretti industriali”. Essa è il risultato dell’alleanza tra piccoli imprenditori, artigiani, ex salariati, ecc., che formando reti d’impresa fanno leva sull’innovazione e la realizzazione di economie territoriali. Il successo è frutto della regia politica della sinistra locale oltre che dell’alleanza tra ceti produttivi molto dinamici. A partire dagli anni ’90 prende corpo “l’economia dei servizi e della conoscenza”. Secondo Antonelli, nell’inadeguatezza a cogliere le modificazioni nella composizione del lavoro risiede l’inadeguatezza della sinistra. I processi avviati in quegli anni ed ancora oggi attivi hanno visto un ridimensionamento delle attività manifatturiere con la perdita di peso delle tradizionali figure operaie e impiegatizie e la crescita di nuove attività professionali. La sinistra, non cogliendo i cambiamenti in atto, si attarda nella difesa delle rendite delle posizioni acquisite “nei servizi pubblici come nell’industria sindacalizzata”. La sinistra che lottava contro le rendite ha organizzato successivamente una coalizione in loro difesa.

Rivalutando le posizioni di Reich e Milanovic, Bellanca riprende le proprie considerazioni. Dopo quasi dieci anni di recessione economica le diseguaglianze sono cresciute. A tale proposito, alcune questioni portano a porre l’attenzione su due “Idee-chiave”. In primo luogo, i meccanismi di mercato hanno operato una distribuzione verso l’alto dei redditi e la politica fiscale non ha protetto efficacemente le fasce sociali più basse. In secondo luogo, una forma di opportunismo colpisce nell’insieme l’efficienza del sistema economico italiano. La scarsa produttività del pubblico impiego per abusi e privilegi diffusi e l’evasione fiscale da parte dei lavoratori autonomi sono la base per un’alleanza sociale perversa che blocca ogni riforma funzionale allo sviluppo.

In tale quadro, secondo Bellanca, una forza politica di sinistra, per formare un blocco sociale egemone, deve puntare alla ricerca del consenso valorizzando il conflitto tra gruppi sociali diversi. In altre parole, deve dotarsi di una “strategia di discontinuità” che attraverso “idee-chiave motivi le persone a partecipare con la mente e con il cuore”.

[1] Nicolò Bellanca, “Un ‘blocco sociale’ per la sinistra italiana, Micromega 2016.

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2 Risposte to “Bellanca, per un nuovo blocco sociale”

  1. Antonio Baldo 19 luglio 2016 a 07:17 #

    L’articolo di Bellanca è un ottimo esempio di analisi. Adesso attendiamo cosa sia la “strategia di discontinuità” che attraverso “idee-chiave motivi le persone a partecipare con la mente e con il cuore”. Soprattutto come sia possibile un “blocco sociale egemone” in presenza dell’alleanza tra pubblico impiego e (parte) lavoratori autonomi.in una divisione del lavoro come quella delle percentuali sopra descritte.
    Antonio Baldo

    • Aldo Randazzo 24 luglio 2016 a 17:54 #

      Condivido le osservazioni: le conclusioni appaiono insufficienti per le premesse date. Fermo restando l’analisi di Bellanca riprenderemo in un prossimo articolo le nostre considerazioni circa le possibilità di identificare un “blocco sociale” di sinistra.

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