Economia: è necessario un cambio di paradigma

11 Lug

il documento  11-7-2016 di  Mauro Gallegati

978880622709GRAQuesto brano, dal titolo “Un cambio di paradigma”, è un paragrafo del libro di Mauro Gallegati, Acrescita. Per una nuova economia, pubblicato da Giulio Einaudi nel 2016, pp. 102-105. Significativo è il titolo dell’ultimo capitolo del libro (il IV) da cui è tratto questo paragrafo. Esso riprende una celebre frase di un film di Totò: “Per andare dove dobbiamo andare, per dove dobbiamo andare?”.

Poiché, in un mondo finito come il nostro, le risorse sono limitate, abbiamo bisogno di ricerca che sappia indirizzare le innovazioni verso tecnologie risparmiatrici di energie non rinnovabili e capaci di ridisegnare l’impatto ambientale dei prodotti nel loro intero ciclo di vita. In questa ottica andrà spinta la dematerializzazione dei prodotti, la fruizione dei beni relazionali[1] e l’idea di abbastanza. La crescita del Pil, insomma, dovrà necessariamente confrontarsi con quella della sostenibilità.

La sostenibilità è certo un concetto complesso, multidimensionale e spesso difficile da definire. Nonostante ciò, a me pare che almeno una certezza sia identificabile: le sfide economiche che i Paesi sviluppati devono affrontare sono del tutto diverse da quelle dei Paesi in via di sviluppo. Questi ultimi hanno poco inquinamento, ma anche poche risorse da dedicare agli investimenti verdi e quindi «rischiano» di utilizzare in modo non sostenibile la dotazione di risorse rinnovabili di cui hanno bisogno per crescere. Dall’altra parte i Paesi già sviluppati hanno problemi di inquinamento e non possono pretendere di negare a tutti gli altri di crescere come loro hanno fatto, compromettendo quell’ambiente che è di tutti (l’inquinamento investe il pianeta: da esso usciamo o tutti insieme o nessuno, perché nessuno ce la farà da solo), né di consumare le risorse naturali.

Tutto ciò ci indica l’unica possibile strada da percorrere: i Paesi sviluppati dovranno innovare nella direzione del risparmio delle risorse, crescendo diversamente da come hanno fatto finora per consentire anche a quelli poveri di crescere. In Qualcosa di nuovo sotto il sole, John McNeill (2000) ricorda che tra il 1890 e il 1990 l’economia mondiale è cresciuta di 14 volte, la popolazione di 4, l’utilizzo dell’acqua di 9, le emissioni di anidride solforosa di 13, l’utilizzo di energia di 16 e le emissioni di anidride carbonica di 17. Il lavoro di James Speth (2008), The Bridge at the Edge of the World, conferma la tendenza aggiornando i conti al 2005.

Il protagonista di questo processo di deterioramento della relazione esistente tra sistemi naturali e sistemi sociali è il meccanismo economico di crescita che è stato innescato dalla Rivoluzione industriale e perseguito da allora in avanti e che ancora dirige le nostre esistenze di involontari criceti.

Chi può credere in un mondo in cui nove miliardi di persone – quanti saremo nel 2050, secondo le proiezioni delle Nazioni Unite – possono raggiungere tutte il livello di ricchezza delle nazioni dell’area Ocse? Tim Jackson (2009), in Prosperità senza crescita, ci ricorda che per quell’epoca, se manteniamo i nostri attuali standard, sarebbe necessario che il volume dell’economia fosse cresciuto fino a 15 volte quello attuale (75 volte rispetto a quello del 1950), e che continuasse in maniera esponenziale arrivando alla fine di questo secolo con una crescita pari a 40 volte la sua dimensione di oggi (200 volte quella del 1950). Si tratta ovviamente di un paradosso: senza cambiare il modo di vivere, di produrre e di consumare è impensabile un benessere condiviso e duraturo.

La sostenibilità sociale dipende in sostanza dalla distribuzione delle risorse. Se esiste una rilevante disuguaglianza si possono creare quelle distorsioni di cui ho parlato in Oltre la siepe (Gallegati, 2014) e che investono la partecipazione alla vita sociale. L’aumento della disuguaglianza nella distribuzione della ricchezza e del reddito all’interno di un Paese mette a rischio la coesione sociale di quest’ultimo e quindi la democrazia nazionale stessa. Se ciò avviene a livello sovranazionale, tra Paesi, non è così difficile immaginare che l’aumento della povertà relativa potrebbe condurre a fenomeni migratori massicci, per fuggire dall’insostenibilità economica aggravata e compromessa, se non interverremo, da quella ambientale. Il deterioramento dell’equità distributiva può inoltre guastare in maniera irreparabile il capitale sociale, cioè quell’insieme di valori e regole condivise che rende possibile la convivenza civile.

Tutto questo implica dunque un cambio di paradigma: non possiamo più vivere per lavorare e lavorare per consumare, credendo (o facendo finta di credere) al mito che consumando più beni saremo più felici.

[1] I beni relazionali consistono in rapporti interpersonali, dialogo, condivisione, solidarietà, risposte a bisogni di utilità sociale. Si distinguono tanto dai beni materiali (che sono «saziabili», perché volti a saziare le esigenze di sopravvivenza) quanto dai beni posizionali volti al superfluo (e perciò «insaziabili» perché la domanda può essere indotta e alimentata all’infinito, come abbiamo visto).

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Una Risposta to “Economia: è necessario un cambio di paradigma”

  1. Leonardo Andriola 11 luglio 2016 a 15:04 #

    Non credo che i Paesi in Via di Sviluppo siano i meno inquinatori, al contrario penso che i suddetti Paesi siano lasciati dal W.T.O. liberi di produrre in modo esponenziale tali da diventare i maggiori produttori di gas serra, con la conseguente invasione nel mondo dei loro prodotti inquinanti e di scarsa qualità. A tal uopo si rende necessario un paletto alla loro produzione e alla loro produttività (sfruttamento).

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