Consenso contro Democrazia? Che cosa cambia in Italia

4 Lug

l’articolo 4-7-2016 di Roberto Pasca di Magliano

virginia-raggiLa vittoria di Virginia Raggi a Roma era scontata; non certo per i meriti che ha (almeno non ancora) ma per i tanti demeriti del PD romano punito dal malgoverno e dall’incapacità di interpretare le istanze e il disagio che crescono dal basso, dalla gente comune vogliosa di contare nelle scelte politiche. Si è stufi di delegare il potere a chi, una volta eletto, decide da sé dimenticando le istanze di coloro che l’hanno votato; si è stufi di subire passivamente le scelte delle élite che condizionano la politica; si è stufi dell’inefficienza, della dilagante corruzione e degli approfittatori. Difetti che in verità accomunano tutte le formazioni politiche convenzionali.

Ma l’analisi è più ampia e anche più complessa. Per semplificare la metterei in questi termini:

  1. La disaffezione si traduce in rabbia, per dirla con Alimonte, che provoca il conseguente crollo della partecipazione al voto; a dimostrazione della sfiducia generalizzata nei confronti dei partiti e di un sistema elettorale che scoraggia i migliori a partecipare alla politica. Una sorta di “selezione avversa”, direbbero gli statistici, che stimola coloro che non hanno altre possibilità che guardare alla politica come fonte di lavoro e non come servizio. L’unica condizione richiesta è “saper parlare, saper affascinare la parte più debole e meno acculturata della popolazione”. La politica è diventata un mestiere i cui rappresentanti non mollano mai la poltrona, si prestano alle più bieche mutazioni pur di mantenere uno scanno. E alla fine è la stessa la democrazia a farne le spese.
  2. La democrazia soffre oggi di crisi di rappresentanza, tanto è vero che si vince la competizione elettorale conquistando appena un voto su quattro degli aventi diritto (Roma, Milano, Torino) o, ancor peggio, un voto su cinque (Napoli). E’ come dire che il primo partito è oggi quello degli astenuti.
  3. Ovunque il PD sia andato al ballottaggio con candidati del M5S perde, perché questi cavalcano l’onda del cambiamento a tutti i costi e attraggono consensi i più disparati, dai fautori del NO al referendum costituzionale prossimo agli antisistema o ancora ai sostenitori del cambiamento generazionale (si veda Torino).
  4. Essere antisistema è la nuova moda che attrae sempre più perché dà voce alle emozioni e all’illusione di poter cambiare tutto senza ricorrere al “bieco” raziocinio. Colpa della politica è di aver lasciato montare disagi e proteste senza esser capace di governarle. Immigrazione incontrollata, crescita delle diseguaglianze, degrado delle periferie urbane, crisi bancarie, politiche poco orientate al sociale (vedi la crisi della UE). Tutto questo dà forza ai movimenti anti-sistema, e ne abbiamo tanti in fila che speculano sulla protesta: Brexit, Donald Trump, Podemos in Spagna, neo-nazionalisti (Austria, Ungheria, Polonia). Sembra che i sentimenti della pancia sovrastino irrimediabilmente la razionalità della testa.

È facile dire che la politica, quella vera e non demagogica, debba cambiare, pena vedersi travolta dal combinato disposto tra disaffezione al voto e protestatari.

Ma come? Le risposte non sono facili ma qualcosa si può fare. Ad esempio:

  • monitorare nel dettaglio cosa sapranno fare i movimenti anti-sistema;
  • introdurre nel sistema elettorale una soglia minima perché la votazione sia valida così da evitare che il vincitore che ci governa rappresenti solo una sparuta minoranza degli aventi diritto;
  • concentrare le politiche sul sociale, la lotta alle nuove povertà, il degrado delle periferie;
  • dedicarsi con meticolosità alla semplificazione della vita dei cittadini introducendo regole semplici e automatiche, per ciò stesso virtuose, a tutela dei diritti-doveri dei cittadini;
  • ridurre sprechi, cancellare le tante società pubbliche incapaci di chiudere i bilanci almeno in pareggio e destinare ogni euro risparmiato alla riduzione delle tasse delle famiglie più bisognose;
  • semplificare il sistema fiscale riducendo almeno a tre le fasce d’imposta, introducendo l’imposta di scopo per evitare che prelievi come la Tasi e i rifiuti finiscano in modo indifferenziato nella casse comunali;
  • riformare la giustizia civile rendendo esecutiva la sentenza di primo grado e consentendo il ricorso in Appello o in Cassazione esclusivamente per validi motivazioni.

E via di seguito. La politica per recuperare credibilità deve smetterla di fare promesse e proclami; deve piuttosto occuparsi concretamente delle istanze che provengono dal basso, di quel che bolle in pentola!

Ai lettori di queste sintetiche riflessioni la sfida di avanzare altre proposte, che siano capaci meglio delle mie di dar voce alla base.

 

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