Brexit, incognita tutta British

13 Giu

di Roberto Pasca di Magliano

scenarieconomici.it

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Che l’Europa non riesca a intraprendere un percorso virtuoso ha poco a che vedere con il remain o il leave. La crisi di identità e di prospettiva dell’UE dipende solo dal fatto che si continua a ragionare con la “testa” (razionalità) trascurando i sentimenti della “pancia” che invece interpretano aspirazioni, ancorché irrazionali, di gran parte della popolazione europea. Brexit o no i problemi resteranno se quel che resta della leadership europea non riuscirà a trovare soluzioni condivise alle istanze che provengono dal basso, ossia ad un accordo per regolare i flussi migratori, ad un programma per mitigare la nuova povertà e il degrado sociale nelle periferie urbane, a un programma di armonizzazione sociale che parta dal mercato del lavoro per coinvolgere la previdenza sociale e l’education.

È evidente che ci sarebbero conseguenze per l’Europa. L’UK è una grande democrazia che ha molto da insegnare in termini di efficienza istituzionale e di rappresentatività elettorale.  Sarebbe anche una grande perdita per l’Europa per le sue tradizioni, cultura e tecnologia. Ma c’è da dire che l’UK è stata sempre geloso della sua splendid isolation e sospettosa verso il processo di integrazione europea. Quando entrò nell’UE, il Times uscì con un titolo a tutta pagina “Europe is in”, volendo significare che doveva essere l’Europa continentale ad integrarsi con il Regno Unito, non viceversa.  Non a caso non entrò nell’euro e non ha mai accettato il seppur velleitario obiettivo dell’unificazione politica. E probabilmente la stessa sorte subirebbe il già difficile cammino verso l’unione bancaria, quella creditizia, per non parlare dell’ancor più spinoso percorso verso l’armonizzazione fiscale.

Chi vuole che il Regno Unito lasci l’UE? In primis l’UKIP, il partito che lo scorso anno ottenne un sol seggio in Parlamento pur con un’affermazione del 12,6% (in caduta rispetto al 27,5 delle elezioni europee del 2014, quando risultò il primo partito). I neo-nazionalisti cavalcano la diffusa avversione all’immigrazione, che si fa strada anche in Europa. Conservatori e laburisti sono divisi al loro interno. Cinque ministri del governo sono favorevoli all’uscita. L’ex sindaco conservatore di Londra, Boris Johnson, è un animato detrattore dell’UE, ma ha perso le ultime elezioni.

Chi vuole che il Regno Unito resti nell’UE? Cameron, che ha negoziato il nuovo accordo, e la maggioranza dei ministri, mentre il suo partito lascia libertà di voto. Pochi sanno che David Cameron, per ottenere il consenso dei nazionalisti, promise il referendum confermativo (introdotto con una legge ad hoc) così di avere il tempo per negoziare un accordo più blando. Stipulato il 20 febbraio scorso, l’accordo recepisce buona parte delle richieste inglesi. Si riconosce alla Gran Bretagna uno status speciale, in particolare per l’assistenza sociale: potrà limitare i sussidi sociali per i cittadini europei che cercano lavoro in Gran Bretagna per un massimo di 7 anni. Non parteciperà all’euro né dovrà mai partecipare al salvataggio di paesi in difficoltà nella zona euro. Manterrà la supervisione sulle proprie banche. Manterrà la propria autonomia in politica estera. Non parteciperà mai all’unione politica. Concessioni speciali che giustificano per Cameron lo schierarsi per la permanenza nell’Europa.

Sostenitori sono i laburisti, più deciso ancora il Partito Nazionale Scozzese, il Partito del Galles e i liberal-democratici. I favorevoli hanno trovato facile sponda nei maggiori leader europei e di recente in Obama, con la conseguenza però di innervosire la massa inglese affascinata dai richiami nazionalistici. Probabilmente è la posizione favorevole del nuovo sindaco di Londra, primo musulmano, Sadiq Khan a manifestare il vero volto del multiculturalismo  incarnato dai non white British.

Ma chi ha ragione? L’ala razionalista milita per il remain, perché i benefici della permanenza nell’UE superano di gran lunga gli svantaggi. Essi vanno dalla possibilità di esportare con più facilità le merci, di disporre di lavoratori qualificati (che tra l’altro contribuiscono a mantenere lo stato sociale), di coordinare meglio le politiche di sicurezza. Senza il Regno Unito il progetto europeo perderebbe parte della sua credibilità, ma al tempo stesso una Brexit potrà avere serie ripercussioni sulla sterlina e sulla finanza, cosa che però interessa di più Londra. Di precedenti non ve ne sono, anche perché negli altri paesi membri la costituzione non contempla casi similari. Solo la Groenlandia – uno dei territori della Danimarca – approvò nel 1982, con un referendum, l’uscita dall’UE.

Le conseguenze maggiori di una Brexit saranno in Gran Bretagna: problemi di governance, rischi di coesione interna per la nota opposizione della Scozia, conflittualità sociali, conseguenze sul commercio, minore attrattività per gli investimenti esteri e per le multinazionali.

Nelle istituzioni europee la principale lingua ufficiale è l’inglese: paradossalmente diverrebbe la lingua di uno Stato che non ne fa più parte. Il commissario responsabile della stabilità finanziaria, dei servizi finanziari e dell’Unione dei mercati dei capitali è l’inglese Jonathan Hill. Molti gruppi finanziari e multinazionali, il personale immigrato qualificato potrebbero lasciare il Paese, per andare in qualche Stato aperto al mondo e più adatto per svolgere mission globali.

I principali clienti dell’export inglese, oltre agli Usa, sono la Germania e i Paesi Bassi, mentre per le importazioni è la Germania, oltre alla Cina e agli USA.

Quel che accadrà nel referendum del 23 giugno prossimo nel Regno Unito sarà molto importante per il destino di quel popolo. E per i Paesi dell’Unione Europea, perdere la Gran Bretagna significherà rimettere in discussione tutti i parametri politici di azione e di sviluppo dell’integrazione europea nei prossimi anni.

Dobbiamo scommettere per il remain.

 

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Una Risposta to “Brexit, incognita tutta British”

  1. Claudio C. Corduas 21 giugno 2016 a 10:43 #

    Non è la prima volta che il Regno Unito si pronuncia con un referendum sull’Europa. Già nel 1975 gran parte degli inglesi si pronunciò per la permanenza nella CEE.
    Oggi come allora si privilegiano i “conti” piuttosto che libertà, democrazia e sicurezza comune. Attualmente nel Regno Unito le contrapposizioni sulla Brexit emergono tra città e zone rurali o periferiche o tra generazioni: giovani nati dopo il 1975, in pieno status europeo, e generazioni precedenti.
    Comunque la parte più avveduta degli inglesi appare schierata per la permanenza in Europa.
    Quella meno avveduta e gli incerti potranno essere condizionati dall’onda emotiva dell’assassinio della deputata Jo Cox, come manifestazione estrema delle peggiori forze anti EU. Questo delitto potrà convincere gli indifferenti a schierarsi per la permanenza in EU. Vedremo se vi sarà un incremento della percentuale dei votanti (anche per posta). L’esito per la permanenza rappresenterà anche un tributo postumo alla Cox.
    In ogni caso, non sembra che il risultato di un referendum non confermativo sia giuridicamente e globalmente vincolante per il Governo inglese. In questo caso, molte alternative potrebbero emergere per trattare qualche forma di “uscita con presenza”.

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