Ma esiste il lavoro improduttivo?

6 Giu

L’articolo 6-6-2016 di Cosimo Perrotta

Mezzogiorno-Riposo-dal-lavoro-Van-Gogh-analisi

“Riposo-dal-lavoro” by Van-Gogh

Esiste davvero il lavoro improduttivo? La teoria economica oggi dominante, quella neo-classica, dice di no: ogni lavoro produce una utilità, altrimenti non sarebbe pagato, e quindi non esisterebbe. Ma allora come definire il lavoro delle aziende passive, mantenute dal denaro pubblico; la speculazione finanziaria più sfrenata; le attività inutili di tanti consulenti, consiglieri di amministrazione, politici e parapolitici?

 Il concetto di lavoro improduttivo nasce nel Seicento con William Petty, il quale voleva accrescere la produzione di ricchezza (quello che oggi chiamiamo sviluppo) e cominciò a distinguere tra lavori più produttivi, da incoraggiare, e quelli meno produttivi, da contenere.

 Petty distinse di fatto tre categorie di lavori: quelli direttamente produttivi (produzione di beni); i lavori utili o – come dirà Antonio Genovesi – indirettamente produttivi (perché aiutano il funzionamento dei primi: professionisti, amministrativi, intellettuali); e i “lavori” inutili o dannosi, come mendicanti, prostitute, giocatori, ecc. Gli addetti dei lavori utili andavano ridotti, essendo spesso in eccesso, come avvocati, medici, religiosi e letterati.[1]

 Dopo Petty, andando alla ricerca di definizioni più rigorose, la divisione venne gradualmente ridotta a due gruppi. Vennero dichiarati per loro natura improduttivi, insieme a giocatori e prostitute, anche i lavori utili delle professioni. Questo creò un divorzio – contrario al buonsenso – fra utilità e natura produttiva dei lavori.

 Cento anni dopo Petty, Adam Smith teorizza questa nuova divisione, dicendo che sono lavori produttivi quelli che si scambiano con capitale (destinato all’investimento) e improduttivi quelli che si scambiano con reddito (destinato al consumo personale).[2]

 Smith voleva attaccare lo spreco e il lusso degli aristocratici, che va a danno dell’accumulazione. Per rafforzare questa idea, egli dice che sono produttivi solo i lavori che producono beni materiali (che sono utilizzabili nell’accumulazione). Ciò dette il via, nell’Ottocento, a una serie interminabile di critiche nella scuola classica; le quali però finivano col concludere che la distinzione stessa era sbagliata e che tutti i lavori sono produttivi.

 Altri cento anni dopo, Marx – volendo mostrare che tutta la ricchezza sociale è prodotta dai lavoratori sfruttati della fabbrica – restringe ancor più la classificazione di Smith, ed esclude dal lavoro produttivo persino tecnici e sorveglianti di fabbrica, il commercio, artigiani e contadini (tutti lavori che Smith considerava produttivi).[3]

 La cosa più grave è che Smith e Marx escludevano dal lavoro produttivo tutte le attività che fanno parte dell’investimento in capitale umano (istruzione, sanità, cultura, comfort). Il risultato era ormai così lontano dal senso comune che fu facile ai neo-classici dire che la distinzione tra lavoro produttivo e improduttivo non aveva senso, e che – come scrisse Schumpeter – era “un polveroso pezzo da museo”.[4]

 I neo-classici, però, ignorano il giusto impegno di Petty, Smith e Marx per ridurre sprechi e privilegi dei ceti alti, che vanno a scapito della produzione di ricchezza. Oggi, nonostante tutte le differenze rispetto al passato, ci troviamo in una situazione simile a quella che preoccupava quei grandi pensatori. Le diseguaglianze di reddito son tornate ad essere enormi, come ai loro tempi. Una parte crescente della ricchezza sociale viene impiegata per redditi sproporzionatamente alti, dati a una pletora di lavoratori poco utili. Per di più la presenza di lavoratori in eccesso, che svolgono un lavoro improduttivo, si è estesa anche a molti settori tradizionali della produzione di ricchezza, come l’industria, il commercio, la pubblica amministrazione, persino alcune attività della cultura e dell’informazione. In tutti questi settori, come in quello delle professioni, si sono creati gruppi protetti, che tengono fuori i nuovi arrivati.

 All’intasamento di questi settori per sovrapproduzione ed eccesso di offerta, corrisponde la carenza di offerta per bisogni essenziali. Sono largamente insoddisfatti sia i bisogni tradizionali del mondo non sviluppato, e delle minoranze, ormai molto vaste, dei paesi sviluppati, sia i nuovi bisogni del mondo sviluppato, come un ambiente salubre, energia pulita, scolarizzazione più qualificata, trasporti più efficienti, risanamento idro-geologico, ecc.

 Ci vorrebbe quindi un grande travaso di ricchezza sociale, che vada dai redditi dei privilegiati e dei lavoratori eccedenti verso l’investimento per produrre beni e sevizi che soddisfino questa domanda. Ma per far questo, prima ancora di superare le tenacissime resistenze dei gruppi privilegiati o protetti, bisognerebbe ammettere che il lavoro improduttivo esiste, checché ne dicano i neo-classici.

[1] Ad es., Petty (1676), Political Arithmetic, cap. 8.

[2] Smith (1776), Ricchezza delle nazioni, libro II, cap. 3.

[3] Marx (1861-63), Teorie del plusvalore, I, cap. 4 e Appendice.

[4] Schumpeter (1949), History of Economic Analysis, Routledge, 1997, p. 628.

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3 Risposte to “Ma esiste il lavoro improduttivo?”

  1. riccardo faucci 6 giugno 2016 a 16:24 #

    Veramente lavoro improduttivo e quindi, a contrario, quello produttivo, sono collegati al concetto di formazione e di impiego di plusvalore, nel senso che è produttivo quello che aggiunge plusvalore, improduttivo quello che è pagato con plusvalore già formato. che sostanza non è altro che una forma di impiego di plusvalore senza nuova creazione di esso. Richiamare il caso delle imprese che producono in deficit come casi di lavoro improduttivo non sembra corretto, Marx direbbe che il plusvalore da esse prodotto non è sufficiente a fronteggiare i bassi profitti.
    Se poi si cerca di trasportare i concetti di lavoro produttivo e improduttivo al di fuori di questo ordine di idee, padronissimi…

  2. cosimoperrotta 7 giugno 2016 a 09:47 #

    “Caro Riccardo, l’esempio delle imprese in deficit e gli altri esempi non si riferiscono a Marx, bensì all’idea neo-classica che non esistono lavori improduttivi. Inoltre il criterio della produzione di plusvalore è di Marx, ma non di Petty, Smith e dei moltissimi altri, non marxisti, che hanno scritto sull’argomento. Un caro saluto.”

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