Polanyi e la nostra sempre più obsoleta mentalità di mercato

23 Mag

l’articolo 23-5-2016 di Riccardo Evangelista

Polanyi non era un economista. Le sue tesi non si trovano nei manuali di economia politica né in quelli di storia del pensiero economico. «Un uomo esuberante, generoso e impegnato, i cui vasti interessi abbracciavano, e oltrepassavano, il campo di tutte le scienze sociali»[1], come lo descrive il suo allievo George Dalton, ma non certo un esperto di teoria economica.

Aveva, ben inteso, approfondito largamente gli studi di economia politica, ma la sua forma mentis rimase sempre quella eclettica e talvolta impressionista dello studioso interdisciplinare, non quella “rigorosa” richiesta all’economista di professione. Perché, allora, il suo contributo rimane rilevante per comprendere la teoria economica odierna? Paradossalmente, proprio per il motivo appena accennato: Polanyi ha uno sguardo “esterno” al fenomeno economico, ma allo stesso tempo sa addentrarvisi per ricostruirne i tasselli apparentemente frammentari e dotarlo di senso. Guarda all’economia con gli occhi dell’antropologo, all’antropologia con quelli dello storico e alla storia con quelli del filosofo.

La difficile collocazione disciplinare delle sue opere lo rende un autore difficile, spigoloso, in cui «ciò che era potente, lucido e chiaro nell’aula, a volte diveniva iperbolico e polemico negli scritti»[2]. Cosicché studiare il mercato nelle sue opere significa contemporaneamente «discutere l’Inghilterra di Ricardo, le isole Trobriand di Malinowsky e la Germania di Hitler nello stesso libro (La grande trasformazione), ma anche addentrarsi «nella Babilonia di Hammurabi, nella Grecia di Aristotele e nel Dahomey del XVIII secolo (Traffici e mercati negli antichi imperi[3]: facile rimanere disorientati. La continua comparazione tra società così lontane nel tempo e nello spazio non è, tuttavia, solo il frutto di una tanto irrefrenabile quanto disordinata curiosità intellettuale, bensì il lascito più attuale e fruttuoso della sua opera, il caleidoscopio del suo sguardo originale e profondo. Spostando l’attenzione su mondi esotici o età antiche, Polanyi persegue in realtà un obiettivo che è profondamente contemporaneo: rompere il guscio deterministico dell’attuale società di mercato che, assolutizzando i suoi meccanismi presentati come spontanei, induce a ritenere il passato come irrilevante, il presente come una necessità e il futuro una ipostatizzazione. Nell’articolo La nostra obsoleta mentalità di mercato, uscito originariamente nel 1947 a solo tre anni da La grande trasformazione, la sua opera più nota, scrive:

Siamo ridotti all’impotenza dal retaggio di un’economia di mercato che ci ha trasmesso concezioni semplicistiche della funzione e del ruolo del sistema economico nella società. Se si vuole superare la crisi, si deve recuperare una visione più realistica del mondo umano e modellare il nostro comune intento alla luce di quella consapevolezza[4].

La crisi di cui parla Polanyi è, prima che economica, drammaticamente culturale, la cui espressione è la resistenza, nonostante i fallimenti delle sue promesse ottocentesche riguardanti l’automatismo nella distribuzione del benessere, di una visione del mercato come sistema assoluto e indiscutibile. Tale sistema ha determinato una narrazione antropologica che fa dell’uomo un essere razionale solo nella misura in cui si dimostra capace di perseguire il proprio interesse materiale, destreggiandosi abilmente nel meccanismo dei prezzi.

Il contributo della teoria economica, soprattutto quella di matrice liberista, è stato in tal senso decisivo. Il suo apparato concettuale portò alla conclusione implicita che «proprio come l’uomo economico era quello reale, così il sistema economico [di mercato] era realmente la società»[5]. Il risultato è stata una vera e propria paralisi mentale, oggi più evidente che mai, quando nemmeno la recessione ha permesso di mettere in discussione un sistema di accumulazione della ricchezza non solo iniquo, ma profondamente deviante rispetto ai bisogni primari dell’uomo, come la salute, l’ambiente, il lavoro.

Queste ultime preoccupazioni di Polanyi diventano allora un urgente invito a rileggerne l’opera in tutta la sua proficua complessità, facendone un pilastro del processo di destrutturazione concettuale a cui la scienza economica convenzionale non potrà ancora a lungo esimersi dal sottoporsi:

La creatività istituzionale dell’uomo è venuta meno soltanto perché si è lasciato che il mercato stritolasse il materiale umano riducendolo alla piatta uniformità di un paesaggio di detriti selenici. Non v’è da meravigliarsi che l’immaginazione sociale dell’uomo mostri segni di stanchezza. Potrebbe arrivare al punto di perdere definitivamente l’elasticità, la ricchezza e la forza immaginativa di cui era dotata allo stato selvaggio[6].

[1] G. Dalton, Introduzione, in K. Polanyi, Economie primitive, arcaiche e moderne, Einaudi, Torino, 1980 (1968), p. vii.

[2] Ivi.

[3] Ibidem.

[4] K. Polanyi, La nostra obsoleta mentalità di mercato (1947), in K. Polanyi, Economie primitive, arcaiche e moderne, cit., p. 59.

[5] Ivi, p. 69.

[6] Ivi, p. 70.

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