Per un reddito minimo garantito – I parte

4 Apr

l’articolo  4-4-2016  di Antonio Baldo

Seguendo Gunnar Myrdal (1), prima di qualsiasi argomentazione è opportuno chiarire definizioni e premesse che si danno per scontate. Riguardo all’Italia, essenziali – anche se non uniche – sono le seguenti.

1 – Esiste una pesante ideologia che considera il lavoro = occupazione retribuita come principale fattore di dignità/identità personale e di cittadinanza e che ha permesso la convergenza delle visioni marxiana, cattolica e liberale sull’articolo 1 della nostra Costituzione. Oggi, un crescente numero di persone pensa che il lavoro non esaurisca il possibile contributo della persona alla società.

2 – La quantità totale di lavoro richiesto dal mercato tende a diminuire. Il fattore decisivo è l’accelerato progresso tecnologico, con l’aumento della produttività = produzione/lavoro. Finora, tale aumento è derivato dalla crescita del numeratore, che sta già trovando limiti di sostenibilità economica e ambientale. Il (positivo) aumento di produttività conseguirà sempre più dalla diminuzione del denominatore, in un quadro in cui – per convinzione o per costrizione – i miti del consumismo e della crescita subiranno attacchi sempre più decisi, fuori dal mantra “bisogna creare lavoro”.

3 – Qualunque nuovo assetto economico-sociale non potrà prescindere dal garantire, insieme, accettabili livelli di sicurezza e libertà di scelta, di fronte a diseguaglianze che oggi sono in forte crescita.  

 

Se si accetta l’idea di un’occupazione totale in diminuzione, il problema diventa: chi dovrà stare fuori dal “mercato del lavoro”?

Esistono almeno tre categorie di persone cui pensare.

A – Quanti (per motivi diversi e al di là dalle responsabilità personali) non si dimostrano adatti al lavoro in generale e ai lavori del futuro in particolare. Il loro allontanamento accrescerebbe la produttività, facilitando fluidità e adattabilità dei sistemi produttivi. Tutti noi conosciamo persone che vorremmo stipendiare purché restassero a casa. Cosa si fa con un ragazzo che non ha voglia di studiare? Lo si picchia, boccia ed espelle o si cercano modi diversi di renderlo e rendersi utile, magari in attesa che cambi idea?

B – Chi non aderisce all’ideologia del lavoro, accetta una vita di sobrietà e pensa a modi diversi per dare il proprio contributo alla società, con quella che possiamo definire “attività = occupazione non retribuita”, liberamente scelta perché gratificante sul piano personale. E’ la stessa Costituzione che, all’art. 4, parla di attività da svolgere secondo “propria scelta”, per concorrere “al progresso materiale e spirituale della società”. Oltre al volontariato, possono esserne esempi: casalinghe, hobbisti, studiosi, artisti, perfino a scienziati che operino in rete. E’ ragionevole ritenere che tali categorie siano in aumento, soprattutto fra i giovani.

C – Quei tradizionali “disoccupati” che vogliano riciclarsi in tempi non brevi.

 

Diviene così ipotizzabile un “sistema duale”, caratterizzato da due situazioni tra loro compatibili e, per molti versi, complementari:

– il mantenimento dell’attuale sistema competitivo del mercato del lavoro;

– l’accettazione di un sistema di reddito minimo garantito, da precisare in quantità e composizione.

Fondamentale è che l’adesione ai due sistemi sia frutto di una scelta libera e modificabile nel tempo, con norme per il passaggio tra l’uno e l’altro.

 

Esistono due principali obiezioni alla seconda possibilità.

1 – Sarebbe il regno dei furbi. Per quanto l’ingordigia stia alla base della nostra idea di sviluppo, esistono innumerevoli persone serie, oneste, che si accontentano del necessario e preferiscono tranquillità e solidarietà a una competizione senza fine. Sono queste che assicurano la continuità di ogni sistema sociale. Gli studiosi del comportamento non hanno ancora deciso se l’egoismo prevalga sull’altruismo, né se si tratti di qualche “gene egoista” o di evoluzione culturale. In generale, non siamo animali pigri e preferiamo l’azione al vuoto mentale e fisico.

In ogni caso, diventa necessario un sistema di controlli.

2 – Non ci sono le risorse. Già oggi, in Italia, il numero di chi muore di fame o di stenti (quasi sempre conseguenza di disagi di natura personale) è vicino allo zero ed esistono sussidi che riguardano ben più della metà della popolazione. L’idea è che potrebbe bastare una razionalizzazione (certamente non indolore) dell’esistente; risorse aggiuntive potrebbero derivare anche da aumenti di produttività conseguenti a flessibilità non più considerate solo punitive o speculative. Alcune stime sono già state fatte (Boeri, Fumagalli) (2) e non sembrano sconfortanti.

 

Forse, il problema principale è culturale e riguarda l’accettabilità psicologica e sociale di chi può apparire (o si considera) come un parassita sociale. E’un problema ideologico e quindi, fondamentalmente, educativo: della società nel suo complesso.

Per quanto concerne l’articolazione di diritti e oneri nei quali articolare una proposta accettabile, rimandiamo a un secondo intervento.

                                                                                              (continua)

 

  • – Gunnar Myrdal, L’obiettività nelle scienze sociali, Torino, Einaudi, 1973.
  • – Andrea Fumagalli, Il lavoro, male comune, Milano, Bruno Mondadori, 2013.

    Tito Boeri, in particolare, articolo del 17.01.2006 in “lavoce@ info”.

 

 

 

 

 

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Una Risposta to “Per un reddito minimo garantito – I parte”

  1. adriano 9 aprile 2016 a 13:23 #

    Lo Stato non può assicurare un lavoro ed oltretutto tiene fuori da qualsiasi forma di sostegno e parlo non solo di quello economico ma anche di quello per reinserimento al lavoro che hanno dai 40 anni in su dove tutti i contributi versati per il lavoro svolto in passato per la propria pensione andranno a finire per pagare le persone degli altri perché in questa fascia di età non c’è nulla ed io la considero una discriminazione da parte dello Stato nei confronti delle persone perché non si possono lasciare fuori senza sostegno e senza niente. Il reddito deve essere istituito a livello nazionale come richiesto è attuato in tutta Europa, siamo voluti entrare in Europa perché in questo non aderiamo?

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