L’economia del territorio ci salverà?

22 Mar

Coscienza di classe e coscienza di luogo

Il documento 21-3-2016  di Giacomo Becattini e Alberto Magnaghi

Queste sono le conclusioni di un dialogo fra l’economista Becattini e l’urbanista Magnaghi, dal titolo “Coscienza di classe e coscienza di luogo”, pubblicato di recente in G. Becattini, La coscienza dei luoghi. Il territorio come soggetto corale, Donzelli, Roma, 2015.cap. VII

  1. Beccatini: In conclusione di questo dialogo, per me i problemi da affrontare sono:
  • escogitare una forma di organizzazione sociale, alternativa al capitalismo, che funzioni abbastanza bene economicamente (ad esempio la società di cooperative di lavoro di Jossa, dove è il lavoro che ingaggia il capitale), come traguardo da raggiungere.
  • Escogitare una strategia per raggiungerla; che si compone di questi elementi:
  1. la critica implacabile della vulgata economica (laissez-faire di ritorno). Qui c’è grande spazio per la storia critica del pensiero economico. Essa non può, tuttavia, calare dall’alto, come Minerva dalla testa di Giove, ma deve formarsi gradualmente, trovando una rispondenza nella spontanea protesta dei cittadini alla mercificazione crescente della loro vita;
  2. l’individuazione di forme sociali di transizione (ad esempio il distretto industriale) in cui la macchina sociale, seppur efficiente da un punto di vista capitalistico (altrimenti sarebbe spazzata via), educa al senso civico e premia forme cooperative di azione;
  3. queste forme debbono essere tali da resistere alla formidabile pressione degli interessi costituiti. In particolare all’azione delle transnazionali e dell’alta finanza;
  4. una forza di sinistra deve riconoscere questa componente sociale della produttività del lavoro umano e difenderla con le unghie e con i denti, come dimostrazione che l’efficienza si può raggiungere anche con una combinazione concorrenza-cooperazione su base locale. Riassumendo e concludendo, dovremmo:
  • battere la teoria economica sul suo terreno, a livello di critica dei suoi concetti fondanti, spiazzando così la vulgata giornalistica;
  • generare, con argomenti rigorosi, ma che parlano alla frustrazione della gente, un movimento politico di massa che ne faccia la propria bandiera (federalismo solidale?).

            L’espressione “federalismo solidale” contiene una contraddizione in termini, poiché esalta contemporaneamente l’appartenenza a un gruppo e la solidarietà con altri. Tale contraddizione è meno marcata nei confronti dei vicini cui ci uniscono percepite comunanze di interessi.

Il punto è che il federalismo non è la soluzione, ma lo strumento meno peggiore che riusciamo a concepire, per il progresso dell’umanità. E non può esserci garanzia che mille federalismi solidali ci porteranno all’universalismo e alla pace perpetua.

 

  1. Magnaghi: Quello che tu poni in conclusione è un indice di lavoro che condivido. Sull’ultima questione che poni tuttavia non vedo la contraddizione fra federalismo (municipale) e il termine “solidale”: a condizione che il principio dell’autogoverno delle comunità locali sia fondato:
  2. sulla sovranità alimentare;
  3. sulla sovranità energetica (da mix locali di fonti rinnovabili); sulla riduzione dell’impronta ecologica (l’appropriazione e il consumo di energia e risorse di altri territori è la causa prima delle guerre imperiali);
  4. sulla produzione in ogni luogo di beni irriproducibili altrove (sovranità economica);
  5. sull’autogoverno locale dei beni territoriali garantendone l’autoriproduzione e la durevolezza nel tempo (sovranità territoriale);
  6. sulla democrazia partecipativa che unifichi interessi di produttori e abitanti (sovranità politica).

            Se queste condizioni di sovranità dei sistemi locali sono rispettate è chiaro che si eliminano a una a una le cause della guerra (economica e militare) fra i sistemi locali, le regioni, gli Stati verso relazioni di tipo competitivo-cooperativo che possiamo definire solidali in quanto competizioni per il miglioramento complessivo dell’umanità, per una società mondiale di giustizia.

Noi possiamo lavorare verso questa direzione utopica, proporla come strumento di valutazione delle politiche, dei governi locali, regionali, nazionali, mondiali.

Soltanto la crescita di una nuova cittadinanza in grado con i propri saperi di produrre e riprodurre attivamente il proprio ambiente di vita biologico, sociale e culturale, allontanando i poteri sovradeterminati dell’economia globalizzata, può contribuire a realizzare questa utopia. Un movimento dunque non finalizzato alla presa del potere, ma di progressiva vanificazione della “presa” dei poteri esogeni.

Per questo, l’allontanamento e la marginalizzazione delle potenze aliene verso l’autonomia della vita quotidiana e la ricostruzione dei luoghi, attraverso la crescita della coscienza di luogo, costituiscono il passaggio fondamentale, anche al fine di rifondare le forme della politica, per restituire agli abitanti l’agorà perduta.

 

cap. VIII

Queste nostre conversazioni fra un economista e un urbanista, fatte di problemi aperti e, sotto sotto, di speranze, forse di illusioni, vogliono essere un invito a riprendere le analisi particolari della società – noi pensiamo anzitutto a quelle economiche e urbanistiche, ma è chiaro che l’appello si rivolge a tutte le scienze dell’uomo – in una prospettiva generale, filosoficamente fondata, che non confonda i mezzi con i fini. La crisi del marxismo e della teoria economica del valore, che hanno contraddistinto gli ultimi decenni, hanno lasciato la riflessione sulla società in stato confusionale. Con questa nostre conversazioni non aspiriamo certo a colmare quel vuoto scientifico-filosofico; più modestamente vorremmo “suonare la diana” agli studiosi della società (economisti, urbanisti, sociologi, antropologi, storici, ecc.) che popolano le nostre università e agli esponenti migliori, più solleciti degli interessi delle future generazioni, del variegato mondo della politica. Perché, secondo noi, non c’è molto tempo.

La grande sfida fra i luoghi e le transnazionali è, forse, possibile, con grande vantaggio delle prospettive dell’umanità, solo se, prima o congiuntamente, si abbattono i due vitelli d’oro del laissez-faire, laissez-passer e di un’idea di progresso e di modernità che vede nella megalopoli il suo tempio.

Si tratta di una sfida fra due tendenze culturali che si corrispondono specularmente e si intrecciano dialetticamente: l’una, costituita dalle transnazionali, è l’espressione quintessenziata del capitalismo oligopolistico. Che ne incorpora, per il bene e per il male, tutta la potenza espansiva; l’altra, la vita locale, radicata nei luoghi, è la risposta della gente comune, sommessa, semiconsapevole, all’alienazione crescente della vita come mera produzione e consumo di merci.

L’uomo in carne e ossa è, per così dire, “attraversato” dal processo produttivo globale, il quale, a sua volta, è solo la forma visibile dell’accumulazione capitalistica. Questi sono i termini del conflitto della nostra epoca: il conflitto fra eterodirezione globale dei fini della produzione e del consumo di merci e autogoverno locale “in comune” dei mezzi della riproduzione della vita materiale e relazionale.

 

Il potere controbilanciante della classe operaia espresso dal binomio partiti di sinistra – sindacati dei lavoratori, che ha riempito di lotte, successi e sconfitte i due secoli passati, è ormai, piaccia o non piaccia, da ridimensionare radicalmente. Cosa mettiamo al suo posto?

La nostra risposta è: la costruzione di aggregati socio-economici territoriali, un allusivo ritorno ai liberi Comuni. Trattandosi, fondamentalmente, di ricostruire coscienza di luogo, coesione sociale e solidarietà fra gli uomini, disintegrate da decenni di mercato selvaggio, noi vediamo una soluzione possibile nel ritorno alla corresponsabilità degli abitanti dei luoghi, facendo prevalere il principio territoriale su quello funzionale, attraverso il ritorno al territorio.

Se il meccanismo di mercato non ha prodotto quel miglioramento del carattere umano che taluni si aspettavano, forse è il caso di tentare un’altra via, la via della responsabilità esplicita di ogni cittadino per il progresso sociale e il benessere della sua comunità, aperta a relazioni solidali con altre comunità.

Naturalmente ne sorgono problemi di delimitazione delle unità territoriali di riferimento, accennati all’inizio. Ebbene, l’istinto di sopravvivenza della specie umana, dovrebbe – confidiamo – consentire una ripartizione del globo abbastanza coerente con i dati fisici ma, al tempo stesso, abbastanza rispettosa di storia e cultura di ogni luogo.

Proponiamo dunque un mondo di sistemi locali relativamente piccoli, integrati in strutture amministrative intermedie, dediti certo, ognuno, a produzione di beni d’uso e di scambio in concorrenza con quelle degli altri, ma improntati, fondamentalmente, all’emulazione delle istituzioni: il miglior ecomuseo, il miglior asilo nido, il miglior sistema di trasporto pubblico, la migliore urbanità, il miglior paesaggio, la migliore ospitalità e così via.

Se in ogni luogo si producono beni che solo in quel luogo – per il suo paesaggio, la sua cultura, le sue arti, la sua identità – si possono produrre, garantendo l’autoriproduzione della vita della comunità, allora lo scambio di merci fra i sistemi locali del mondo (regioni e microregioni) tenderà a configurarsi non come dominio, gerarchia, sfruttamento, ma come competizione cooperativa, nel rispetto delle identità, delle peculiarità e delle differenze, verso l’elevamento reciproco della qualità del benessere e la felicità pubblica.

(pp. 215-22)

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