Immigrati. Occasione perduta? – II parte

14 Mar

l’articolo 14-3-2016 di Cosimo Perrotta

  1. Creare occupazione

QZpPrC8Q3k-immigrati_profughiGli immigrati non risolvono il problema della disoccupazione nelle nostre società, e del conseguente aggravarsi delle disuguaglianze nei redditi. Possono dare però un buon contributo a risolverlo. Intanto perché creano domanda per i lavori che provvedono a tutti i loro bisogni: accoglienza, alloggi, istruzione, socializzazione, inserimento nel mondo amministrativo, apprendimento dei nostri valori e dei diritti umani, ecc. In secondo luogo perché, con i loro investimenti in piccole imprese, stanno gradualmente ricostruendo il tessuto economico della micro-occupazione.

Invece, per l’occupazione derivata da investimenti di lungo periodo, l’impulso deve venire dallo stato, il solo che può garantire e avviare grandi progetti riformatori, anche quando si articolano in investimenti dei privati. Parliamo di progetti per la riconversione delle fonti energetiche; il risanamento ambientale; lo smaltimento razionale dei rifiuti; il risanamento del dissesto idrogeologico; la riconversione degli stabili dismessi; il restauro dei monumenti; la creazione di infrastrutture moderne, soprattutto nel Sud; la creazione di infrastrutture informatiche e di telecomunicazione basata su micro-centrali; il potenziamento della ricerca; la riqualificazione della scuola; l’educazione civica di massa; l’organizzazione per il controllo del territorio; l’estensione capillare dei vari servizi alla persona; ecc.

Questi enormi settori rappresentano bisogni insoddisfatti. L’intervento su di essi aumenterebbe notevolmente l’occupazione, il benessere collettivo e la produttività sociale. Essi sono trascurati perché il sistema attuale è diventato ormai irrazionale, in quanto punta soprattutto sulla produzione privata di beni privati. I beni privati hanno sostenuto lo sviluppo industriale per due secoli, ma già da qualche decennio hanno raggiunto i limiti della crescita continua. Nell’Europa occidentale del secondo Novecento, con la creazione del welfare state, anche gli ultimi strati della popolazione sono stati coinvolti nell’aumento dei consumi e nel benessere (ci sono voluti circa mille anni perché l’aumento della ricchezza dovuto all’accumulazione capitalistica investisse i ceti più poveri).

Nello stesso periodo l’aumento della produttività si è accelerato in modo mai visto prima, riducendo sempre più, non solo il costo del capitale fisso, ma anche il capitale umano necessario alle varie produzioni. Il risultato di questi due fenomeni epocali è stato la saturazione del mercato dei beni privati tradizionali.

Per evitare il ristagno e continuare lo sviluppo, non serve forzare la domanda attraverso gli strumenti dell’usa-e-getta, della cultura del consumismo, dell’obsolescenza programmata dei prodotti. Questi sono i palliativi che, anziché risolvere il problema, hanno portato alla crisi attuale (le maldestre politiche europee per la ripresa non hanno effetto perché tutti pensano alla crisi attuale come se fosse une crisi ciclica; in realtà si tratta di una crisi epocale e di sistema).

L’unico rimedio è l’espansione della produzione di beni collettivi che soddisfano nuovi bisogni.

I progetti che abbiamo menzionato riguardano soprattutto i beni collettivi; eccetto, in parte, i servizi alla persona e poco altro. Questi beni richiedono quasi sempre la promozione dello stato, perché i privati non possono affrontare i grandi costi dell’investimento o perché questi beni, pur accrescendo il benessere e la produttività sociale, non danno profitto o infine perché il profitto che danno è troppo dilazionato.

La produzione e il consumo di questi beni, se diventano centrali nell’economia – come è necessario per riavviare lo sviluppo – dimostrano che oggi il profitto privato non è più il solo motore dello sviluppo. Ad esso si affiancano attività guidate da altri criteri. Perciò assistiamo oggi all’attenzione verso i beni comuni, le attività di volontariato e delle ONG, le attività di solidarietà e di cultura che partono dal basso, ecc. Tutte queste attività non sono – come potrebbe sembrare – estranee all’economia. Esse rappresentano un impiego produttivo della ricchezza sociale che soddisfa nuovi bisogni ed estende il benessere.

Alla stessa logica risponde quello che potrebbe essere il più grande dei progetti di sviluppo guidati dallo stato. Un progetto che non si riferisca soltanto all’interno ma si rivolga innanzitutto all’esterno, alle economie povere. Questo progetto dovrebbe seguire la stessa logica che guidò il geniale Piano Marshall, col quale gli Stati Uniti, subito dopo la seconda guerra mondiale, dettero un enorme aiuto economico ai paesi disastrati dell’Europa. E’ la logica per cui l’aiuto economico giova allo sviluppo, non solo di chi riceve il dono, ma anche di chi lo fa. In effetti gli USA ricevettero un grandioso impulso alla ripresa economica post-bellica, sia perché la produzione dei beni donati attivava l’occupazione interna sia perché lo sviluppo rapido dell’Europa permise a quest’ultima di acquistare i prodotti americani e in genere di far crescere i rapporti commerciali.

Noi dobbiamo fare la stessa cosa, soprattutto con l’Africa. Aiutare l’Africa ad uscire dalla morsa della miseria significa anche impostare le condizioni perché il flusso di emigrati verso l’Europa non sia così accelerato o così eccessivo da travolgere la nostra economia anziché aiutarla. Ma significa soprattutto occupare i nostri giovani, in particolare quelli scolarizzati.

Non si tratta infatti di fare assistenza, ma di aiutare i paesi poveri a costruire le premesse per avviare il loro sviluppo. Bisogna combattere l’analfabetismo classico e quello informatico, istituire scuole regolari di tutti i tipi e organizzare la frequenza obbligatoria o di massa; organizzare la formazione dei formatori nei vari campi e ai vari livelli; costruire le strutture giuridiche e amministrative, le infrastrutture fisiche e telematiche di base, approvvigionamenti di acqua potabile e ospedali, ecc. ecc.

Si tratta di un vastissimo numero di lavori che vanno dalla rilevazione dei dati, alla progettazione, esecuzione, monitoraggio, ecc. nei vari settori. Essi potrebbero impiegare decine di milioni di giovani europei specializzati. Questi lavori dovrebbero iniziare a globalizzare – dopo il commercio, che in buona parte è in mano alle multinazionali – anche lo sviluppo e il benessere, superando la frontiera che negli anni settanta fu posta per limitare il welfare state all’interno delle società europee.

 

 

(in pubblicazione anche, con titolo un po’ variato, su www.postfilosofie.it e su humanfirst.it . La prima parte è uscita il 15 febbr. scorso).

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