Sul “teorema del bilancio in pareggio”

14 Dic

L’articolo  14-12-2015 di Arturo Hermann

money-scalesCome è noto, il tema della riduzione della spesa pubblica e della tassazione è al centro del dibattito di politica economica. In relazione con questi aspetti, vi è la diffusa convinzione, in particolare da parte degli esponenti della supply side economics, che una riduzione delle imposte, accompagnata da una riduzione più moderata della spesa, e quindi con aumento del disavanzo del bilancio pubblico, possa costituire un fattore di stimolo per l’economia.

In base ad un principio di sussidiarietà, possiamo essere d’accordo con l’obiettivo di ridurre, quando possibile, sia la spesa pubblica che la tassazione.

Però, non sempre le cose sono così semplici, ed in molti casi l’intervento pubblico è necessario per la produzione dei “beni pubblici” e, non ultimo, per il sostegno della domanda effettiva.

Ma come finanziare la spesa pubblica? In altri contributi abbiamo evidenziato come una politica di elevati disavanzi di bilancio, anche se preferibile alle politiche di “austerità”, presenta il grosso inconveniente di alimentare il debito pubblico, e con esso il relativo pagamento degli interessi, così dirottando risorse da obiettivi di pubblica utilità alle rendite.

Concentriamo ora l’attenzione sul cd “teorema” del bilancio in pareggio[1]. Esso afferma che, in condizione di sotto-utilizzo delle risorse, un aumento della spesa pubblica accompagnato da un uguale aumento di imposte genera un incremento di domanda e di reddito uguale all’aumento di spesa (ossia con moltiplicatore del reddito uguale ad 1).

Ad esempio, un aumento di 100.000 euro di acquisti del settore pubblico genera un pari aumento di prodotto, e di reddito che va ai produttori. Questi, ipotizzando una propensione al consumo di 0,8, ne spenderanno 100.000×0,8 = 80.000, generando così un altro aumento di reddito; i beneficiari ne spenderanno poi 0,8×80.000 = 64.000; questi ultimi 64.000×0,8 = 51.200; e così via nelle successive transazioni. Le variazioni del PIL derivanti dall’incremento della spesa pubblica e della tassazione[2] saranno quindi uguali a + 500.000,[3] per l’aumento della spesa pubblica; e a – 400.000,[4] per un aumento di imposte di pari ammontare. In questo caso, la diminuzione di reddito parte da 100.000×0,8 = 80.000, ossia dalla parte consumata.

L’effetto netto sul PIL è quindi dato da 500.000 – 400.000 = +100.000, che corrisponde proprio all’aumento di spesa pubblica iniziale. Chiaramente, il teorema vale anche “al contrario”. Quindi, se riduciamo la spesa pubblica e la tassazione di un ammontare uguale a 100.000, si avrà la sequenza opposta: – 500.000 dal lato della minore spesa, + 400.000 dal lato delle minori tasse, con effetto netto sul PIL uguale a – 100.000. Quindi, una riduzione di pari importo della spesa e della tassazione comporta una diminuzione di pari importo del PIL.

Chiaramente, vi saranno anche altre considerazioni: in particolare, la spesa pubblica dovrà essere relativa all’acquisto di beni e servizi, e non a semplici trasferimenti. Anche in questo caso, però, vi sono fondati elementi per ritenere che gli effetti sul PIL di una riduzione dei trasferimenti siano negativi. Ad esempio, è intuitivo prevedere che tagli indiscriminati allo stato sociale, specie per i redditi medio-bassi e le categorie più bisognose, avranno un effetto molto più devastante e depressivo per l’economia (e per le persone) rispetto agli effetti positivi di una riduzione di imposte spalmata su molti soggetti.

Quindi, se riteniamo che sia utile eliminare un certo ammontare di spese inefficienti, come si può procedere, anche con riguardo alla tassazione, per non mandare in recessione il sistema economico?

Una strada promettente è quella di rendere più credibile ed efficiente l’azione pubblica; e, su questa base, convogliare le somme risparmiate, in misura maggiore o minore a seconda delle reali esigenze, in investimenti per l’ammodernamento dei “fattori di contesto”: in particolare, efficienza della PA; infrastrutture materiali ed immateriali, politiche per la ricerca e l’innovazione, e per lo sviluppo del capitale umano e sociale.

Con riguardo alla tassazione, una sua diminuzione, in particolare se focalizzata sulle attività produttive e sui redditi medio-bassi, potrebbe esercitare un effetto di incentivo sull’attività economica; ma ciò può avvenire solo in presenza di un adeguato livello sia della domanda effettiva che dei “fattori di contesto”.

Di conseguenza, è quanto mai importante valutare i possibili effetti negativi della diminuzione della tassazione su tali elementi, anche considerando il “teorema” del bilancio in pareggio e le implicazioni del disavanzo di bilancio sul debito pubblico.

In collegamento con questi obiettivi, ed al fine di disincentivare le attività speculative e promuovere gli investimenti produttivi, una riduzione permanente del tasso di interesse reale, ed un riorientamento del sistema bancario rivolto a promuovere attività sostenibili in particolare presso le piccole e medie imprese ed i soggetti più deboli, appaiono quanto mai importanti.

[1] Tale “teorema” venne formulato da Trygve Haavelmo nel 1945 nell’articolo “Multiplier Effects of a Balanced Budget”, Econometrica, vol.13, n.4, pp.311-318. Un’importante implicazione di questo teorema è che la spesa pubblica ha effetti espansivi anche se accompagnata da un uguale aumento di tassazione (non è quindi necessario che tale spesa sia in disavanzo). In seguito le implicazioni di questo contributo sono state alquanto trascurate, sia nell’analisi teorica che nell’azione di policy.

[2] Tali variazioni sono indicate con ∆Yg e ∆Yt

[3]∆Yg =  100.000*(1 + c + c2 + cn) =   100.000*(1/1 – c) =    100.000*(1/1 – 0,8) = + 500.000

[4]∆Yt = – [80.000*(1 + c + c2 + cn)] = – [80.000*(1/1 – c)] = – [80.000*(1/1 – 0,8)] =  – 400.000

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