Ricordo di Luciano Gallino

7 Dic

l’articolo 7-12-2015 di Aldo Randazzo

Gallino-420x288Ciò che ricordiamo di Luciano Gallino è principalmente il suo rigore intellettuale e scientifico. Le sue analisi sociali ed economiche sempre supportate da dati che non lasciavano spazio a conside-razioni ideologiche. Elegante nei modi ma anticonformista nel pensiero: era scomodo a tanti.
Il pensiero liberista riaffermato dalle politiche di Reagan e Thatcher negli anni ’80 ha dominato il mondo e successivamente contagiato le socialdemocrazie europee. Entro questa cornice ha preso corpo un capitalismo finanziario privo di regole che ha acuito l’instabilità economica e le diseguaglianze sociali e, inoltre, ha incrinato il progetto dell’Unione Europea. È stato questo il riferimento storico entro il quale Gallino ha sviluppato le sue analisi.
Il suo ultimo lavoro “Il denaro, il debito e la doppia crisi spiegati ai nostri nipoti” (Einaudi, 2015) rappresenta forse la sintesi del suo pensiero. “Quel che vorrei provare a raccontarvi è per certi versi la storia di una sconfitta politica, sociale, morale: che è la mia, ma anche la vostra. … Abbia-mo visto scomparire due idee e relative pratiche che giudicavamo fondamentali: l’idea di uguaglianza, e quella di pensiero critico.” Le sue considerazioni conclusive erano sempre, ahimè, vena-te di pessimismo circa possibili sbocchi positivi. La Sinistra politica alla quale egli guardava è per-dente e incapace di ricomporre una classe sociale in grado di battersi per la difesa dei propri diritti: la “lotta di classe” è stata combattuta e vinta nel mondo dal capitalismo finanziario e dai think tank a sostegno del pensiero neoliberista.
Le banche private hanno acquisito nel tempo un potere dominante sull’economia. Attraverso ope-razioni contabili sui bilanci e l’emissione di prodotti finanziari, si sono dotate di mezzi che consentono loro di creare denaro dal nulla. Ciò che non è consentito fare agli Stati dell’Eurozona, battere moneta, è concesso alle banche private. Sottratta la politica monetaria ai singoli Stati, le politiche economiche devono tenere conto dei vincoli imposti da una moneta su cui non si esercita controllo: l’euro.
Le difficoltà dei Paesi dell’Eurozona ad uscire dalla crisi iniziata nel 2007 è intrinseca alla costruzione della moneta unica europea. L’euro s’è trasformato in una “camicia di forza” che comprime i salari, lo stato sociale, la spesa per investimenti, ecc. In altre parole, non consente le politiche espansive necessarie alla crescita. Per l’Italia ciò si associa alla debolezza strutturale dell’economia e all’alto debito pubblico.
Il Paese che maggiormente ha beneficiato dell’euro è stata la Germania che, grazie alla sua mag-giore competitività, ha tratto vantaggi da una moneta debole rispetto alla sua forza economica.
Tale stato di cose non può protrarsi senza gravi conseguenze economiche (e sociali) per gli Stati europei più deboli. E in futuro i vincoli imposti dal Fiscal compact, a partire dal 2016, renderanno l’euro insostenibile. Negli ultimi anni Gallino aveva ipotizzato come conveniente per l’Italia la fuoriuscita dall’euro. Si potrebbe definire tale posizione “euroscettica” e tuttavia essa è priva di alternative se non si rafforza in tempi brevi l’unità politica europea con istituzioni democratiche di governo. È assurdo ritenere sostenibile, per il bilancio pubblico italiano, un rientro dal debito sotto il 60% del rapporto debito/PIL (attualmente è circa il 137%) entro il 2036.
In un articolo scritto per “la Repubblica” il 22/09/2015, richiamando il Trattato di Lisbona (01/01/2009), Gallino indicava anche un percorso da seguire per l’uscita dell’Italia dall’euro. Per-corso tuttavia accidentato e gravido di conseguenze in quanto frutto di un negoziato con il Consiglio Europeo. A conclusione scriveva: “Resta da chiedersi dove sia un governo capace di condurre un negoziato per la recessione dell’Italia dall’Eurozona. L’attuale, come quasi tutti i precedenti, è un esecutore dei dettati di Bruxelles, Francoforte, Berlino. Chiedergli di aprire un negoziato per uscire dall’euro non ha senso. Si può coltivare una speranza. Che si arrivi a nuove elezioni, dove ciò che significa recedere dall’euro in termini di ritorno della politica a temi quali la piena occupazione, la politica industriale, la difesa dello stato sociale, una società meno diseguale, sia al centro del programma elettorale di una qualche emergente formazione politica. Prima di cedere alla disperazione, bisogna pur credere di poter fare qualcosa”. Sia pure nella lucidità dell’analisi, anche in questo caso prevale il suo animo sfiduciato.
Di Luciano Gallino conserviamo il suo acume intellettuale, il suo rigore morale, il suo pensiero critico e la sua passione politica.

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