Per una teoria del “Piano Marshall per gli immigrati” – I: l’intervento interno

13 Lug

l’articolo 13/7/2015 di Cosimo Perrotta

MarshallPlanChe cos’è e come si giustifica la richiesta di un “Piano Marshall per gli immigrati”, richiamato nell’appello del 2 luglio scorso?

Nel Piano Marshall originale (1948-53), attuato a favore dei paesi europei distrutti dalla guerra, gli USA erogarono oltre 17 miliardi di dollari (di allora) in forma di prestiti a tasso zero o molto agevolato e a lungo termine, oppure (la maggior parte) come donazioni a fondo perduto. Una parte di questi “prestiti”  era data a condizione che il paese ricevente la impiegasse per acquistare prodotti del paese donatore.

Il piano ebbe tanto successo che è diventato il simbolo di ogni intervento economico massiccio effettuato da uno o più stati a favore di qualche paese bisognoso. Fra gli altri, Tony Blair usò questa espressione per il suo progetto di politica britannica a favore dll’Africa.

Il piano enunciato dal generale Marshall si basava sull’intuizione che l’aiuto ai paesi in difficoltà avrebbe giovato non solo a loro, riavviando lo sviluppo, ma anche al paese donatore. Infatti l’espansione commerciale del donatore dipende dalla capacità di acquisto e di scambio degli altri. Fra l’altro, questo significa che l’obiettivo economico del piano era strettamente legato all’obiettivo politico (indurre gli europei ad accettare l’egemonia USA).

Questa impostazione è valida ancor oggi per gli immigrati che arrivano in Europa. Però la situazione attuale è molto più complessa. Innanzitutto è necessario intervenire su due piani: sugli immigrati in arrivo e sui loro paesi di origine. In questa parte esaminiamo solo il primo aspetto.

L’Italia ha ormai un saldo demografico negativo: le nascite sono inferiori ai decessi (ultimi dati Istat). Questo fatto accentua il già notevole invecchiamento della popolazione. La fascia più anziana, cresciuta in anni di facili privilegi, è anche la più ricca. I giovani invece sono troppo istruiti e troppo benestanti (come famiglia d’origine) per accettare lavori umili e mal pagati, ma stentano a trovare lavori adeguati alle loro legittime attese. Questo spiega il paradosso della compresenza di disoccupazione larghissima fra i giovani e di lavoro precario o non qualificato che resta non ricoperto.

E questa situazione che provoca il flusso di immigrati. Non basta che ci sia chi scappa dalla miseria o dalla violenza. E’ il bisogno di lavoratori delle società sviluppate che stimola l’emigrazione. Gli xenofobi fingono di non capire che sono proprio le imprese italiane a richiedere nuova mano d’opera.

Tuttavia, se gli immigrati occupati rimangono stabilmente a bassi livelli di qualificazione e di reddito (come succede in Italia), essi possono rimediare alle carenze immediate della nostra economia ma non creano sviluppo. In Italia sta avvenendo qualcosa di simile alle economie pre-moderne, basate sul lavoro servile e sui bassi consumi: la produttività e i consumi ristagnano; e tutta l’economia si impoverisce, perché non è concorrenziale rispetto alle economie più avanzate.

Le campagne italiane sono piene di immigrati che lavorano e vivono in condizioni persino peggiori di quelle dei vecchi braccianti pugliesi e siciliani. Le fabbriche del Nord sono gremite di immigrati che lavorano in nero, mal pagati, e che ogni tanto muoiono per la violazione delle norme di sicurezza (guarda caso, morti sempre “il primo giorno di lavoro”, quando ancora non è scattato l’obbligo di regolarizzazione). In questa situazione si crea allo stesso tempo disoccupazione nascosta (cioè occupazione improduttiva) e bassa produttività, da un lato, e ritmi di lavoro disumani dall’altro.

Ma c’è di più. Un settore dei beni tradizionali largamente inefficiente, basato su lavoro elementare e bassa domanda, incoraggia l’inefficienza anche degli altri settori economici, in primis della pubblica amministrazione, perché non esprime una domanda di beni e servizi moderni e qualificati. Con l’aggravante che, mentre nei settori bassi l’inefficienza si coniuga con la miseria, nei settori pubblici e in quelli più “avanzati” essa si coniuga con forme di parassitismo e di privilegio. Si crea allora una inefficienza diffusa, in cui però i redditi e le condizioni di vita non si livellano verso il basso, ma si differenziano sempre più, accentuando le disuguaglianze di reddito e di trattamento.

Se invece si creasse una politica che favorisce la qualificazione del lavoro immigrato e tradizionale in genere, la prospettiva cambierebbe radicalmente: i lavoratori tradizionali aumentano la loro produttività; esprimono una domanda crescente di servizi, elementari e non (casa, sanità, scuola, trasporti, amministrazione, informazione, cultura, tempo libero); soprattutto esprimono una pressante domanda di efficienza da parte dei servizi amministrativi e pubblici in generale; e una domanda di prodotti nuovi da parte della produzione non tradizionale.

A quel punto lo sviluppo si genera grazie ai prodotti nuovi (ad es. agricoltura biologica, servizi alla persona, prodotti informatici, trasporti più efficienti, ecc.), e al fatto che ogni settore è costretto ad acquisire una efficienza maggiore grazie alla domanda di prodotti e di servizi espressa dagli altri settori.

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Una Risposta to “Per una teoria del “Piano Marshall per gli immigrati” – I: l’intervento interno”

  1. serafina demonte 18 luglio 2015 a 11:54 #

    in realtà gli immigrati non esprimono subito una richiesta di servizi/ beni nuovi, perché per es. pretendono dalla PA casa, servizio sanitario, trasporto e altri benefici assistenziali e restano con questa mentalità .. ostile verso il paese che li ospita, avendo appreso perfettamente quelli che sono i propri diritti entrando nel paese che li ospiterà ed inoltre una parte dei loro guadagni viene reinvestito/ spostato nel paese di provenienza. Il piano Marshall ha prodotto i suoi frutti perché i beneficiari non hanno lasciato il proprio paese: riapplicarlo ai giorni nostri alla luce di questa variabile di dispersione, quali risultati si otterrebbero in realtà? dott.ssa serafina de monte

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