Lavoro per la famiglia e lavoro esterno. Per le donne del Sud conciliarli è più difficile

6 Lug

larticolo 6-7-2015 di Claudia Sunna

logoconciliazione_a-1-300x195Il tema chiamato della conciliazione fra tempi di vita e lavoro, indica il problema di come distribuire il tempo di attività fra impegni familiari e impegni del lavoro esterno. Questo problema non dovrebbe essere distinto dal tema delle politiche per il lavoro e del divario occupazionale fra uomini e donne.

Pensare delle politiche di conciliazione significa in primo luogo dare spazio al tema del lavoro. Il drammatico divario occupazionale fra donne e uomini, soprattutto nelle regioni del Mezzogiorno, può essere affrontato solo attraverso una lettura dei fenomeni economici sociali e culturali che lo compongono. Secondo l’ultimo rapporto SVIMEZ nel Mezzogiorno il tasso di occupazione femminile nel 2013 si è attestato al 33,1%. Questo dato è allarmate sia che lo si guardi confrontando gli obiettivi di occupazione europei, che auspicano il raggiungimento del tasso di occupazione al 68%, sia confrontando i livelli di occupazione femminile al Centro-Nord Italia (59,2%).

Le politiche attive del lavoro dovrebbero, in questo senso, essere maggiormente integrate con i temi della conciliazione. La disponibilità e la fruibilità dei servizi di conciliazione sul territorio, è la premessa cruciale di qualsiasi politica attiva del lavoro.

Come rilevato dall’ISTAT, il divario occupazionale fra donne e uomini si compone di diversi fattori: il sovraccarico del lavoro di cura per le donne; la difficoltà per le donne di accedere ad un lavoro retribuito e di mantenere questo lavoro in corrispondenza delle diverse fasi del ciclo di vita. La nascita di un figlio o dei figli è un momento critico nella vita lavorativa delle donne italiane. La perdita dell’occupazione per la nascita di un figlio è più marcata nel Mezzogiorno (29,8% nel 2012, rispetto al 22,3% del Centro Nord), dove i livelli occupazionali sono già molto bassi, per le giovani (46,5% con meno di 24 anni e 32,2% tra 25-29 anni).

Oltre a questi problemi va sottolineato che le donne nel corso della loro vita rinunciano o riducono il loro impegno lavorativo a causa degli impegni familiari che riguardano non solo i figli ma anche il lavoro di cura nei confronti degli anziani.

La disponibilità dei servizi di cura è la premessa fondamentale su cui basare una politica di intervento per favorire l’aumento del tasso di occupazione delle donne nel Mezzogiorno. La proposta operativa dovrebbe quindi contemperare diverse esigenze: da un lato favorire la permanenza delle donne sul mercato del lavoro attraverso politiche nazionali e locali che favoriscano la conciliazione dei tempi di vita e lavoro e, dall’altro, favorire l’ingresso delle lavoratrici scoraggiate nel mercato del lavoro.

Queste due differenti politiche hanno in comune il nodo centrale dei servizi di conciliazione (asili nido, strutture per persone non autosufficienti, assistenza domiciliare, e così via) che devono essere pensati e realizzati in funzione delle esigenze dei gruppi familiari.

E’ risaputo che gli effetti di una politica seria in tema di lavoro e conciliazione potrebbero manifestare dei benefici in termini di crescita e benessere e, allo stesso modo, potrebbero arrestare il processo di diminuzione della natalità nel Mezzogiorno. Su quest’ultimo punto i dati non sono per nulla confortanti. L’invecchiamento della popolazione e l’aumento dell’emigrazione giovanile dal Mezzogiorno proiettano per il futuro una situazione di stagnazione. Sono diversi anni che il saldo demografico fra natalità e mortalità nel Mezzogiorno è negativo. La SVIMEZ sottolinea da anni il problema del calo demografico nel Mezzogiorno ma negli ultimi anni questa questione non è mai stata affrontata neanche al livello di dibattito politico.

Le politiche di intervento su questo tema richiederebbero una visione di lungo periodo sulle prospettive generali di sviluppo dell’Italia e del Mezzogiorno mentre, al contrario, la politica italiana ha sempre di più il fiato corto. Rincorre le scadenze elettorali e il raggiungimento di obiettivi misurabili in vista delle successive elezioni.

Purtroppo, allo stesso tempo, il quadro di un Mezzogiorno bloccato nei processi di crescita economica e sociale non sembra impressionare più nessuno. La politica economica dovrebbe invece riappropriarsi della discussione sui temi dell’intervento per favorire lo sviluppo del Mezzogiorno. Il dualismo italiano può essere letto da tanti punti di vista: livello degli investimenti e della spesa pubblica, dotazione di infrastrutture, efficacia della pubblica amministrazione, istruzione e povertà. Il divario interno dell’Italia ha responsabilità antiche e recenti, nazionali e locali; ma quello che risulta davvero inaccettabile è che, nello sconforto generale, non si riesca a trovare più una motivazione per giustificare una qualsiasi forma di intervento. Ripartire dalle politiche per il lavoro e per la conciliazione è sicuramente una strada inesplorata che varrebbe la pena seguire.

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