Costruire un “Piano Marshall” per gli immigrati

2 Lug

appello di Sviluppo Felice per una battaglia di civiltà

Cari lettori,

se non riusciremo a governare l’arrivo dei migranti, sempre più accelerato, rischiamo di disarticolare la cultura e la struttura democratica del nostro paese. Creare un’adeguata cultura dell’accoglienza oggi non è meno urgente dell’accoglienza stessa. E’ questa attività culturale che vorremmo promuovere.

Ci muove il senso umanitario, ma anche la convinzione che è possibile trasformare l’immigra-zione in un fattore di sviluppo economico. Ed è urgente intraprendere questa via, combattendo sia la corruzione nella gestione dell’accoglienza sia lo sfruttamento demagogico della paura e del razzismo latente.

Si dice giustamente che i migranti devono essere una risorsa e non un peso. Ma che cosa significa in concreto? Partiamo da alcuni dati certi:

  1. L’Italia è il quarto paese della UE per numero di abitanti ma è il quinto come percentuale di immigrati (ca. il 6% della popolazione, contro il 9% della Germania). Anche per la velocità del flusso di arrivi non siamo i più esposti: Germania, Ungheria e Grecia ci precedono.
  2. L’Italia ha una popolazione mediamente molto anziana, con un alto livello di benessere delle famiglie e di scolarizzazione dei giovani. E ancora oggi c’è una imponente emigrazione di italiani all’estero, alla ricerca soprattutto di lavoro qualificato.
  3. Gli immigrati per lo più fanno lavori che gli italiani non svolgono.
  4. La Caritas/Migrantes ha dimostrato che il tasso di criminalità dei migranti è uguale a quello degli italiani.
  5. Il rimpatrio forzato è più costoso dell’accoglienza, specie se questa è organizzata in senso produttivo.
  6. L’esperienza storica dice che nessuna emigrazione dovuta a motivi economici o alla fuga dalla violenza è mai stata fermata.
  7. Gli immigrati che lavorano regolarmente:
  8. accrescono la domanda di beni e servizi, incoraggiando lo sviluppo;
  9. pagano le tasse e quindi parte delle nostre pensioni (alleggerendo un peso enorme sul nostro bilancio);
  10. fanno piccoli investimenti che aumentano l’occupazione
  11. Favorendo i ricongiungimenti familiari, i soldi mandati oggi nei paesi d’origine degli immigrati verrebbero impiegati in Italia.

Il punto fondamentale è questo: bisogna attivare sin dall’inizio un ruolo produttivo dei migranti, sia perché contribuiscano ai costi dell’accoglienza sia perché questa è la prima via per garantire l’inclusione sociale (che non vuol dire annullare la loro cultura originaria). Quindi:

  1. Gli immigrati devono partecipare da subito al restauro e alla pulizia degli edifici di accoglienza; alla preparazione dei pasti, alla gestione della vita comune, ecc.;
  2. devono svolgere un lavoro come corrispettivo del denaro che ricevono;
  3. devono contribuire al controllo e alla denunzia dei casi di corruzione e malversazione;
  4. devono subito cominciare ad imparare a scrivere, a parlare in italiano, ad usare il computer e internet.

Questo tipo di “accoglienza produttiva evita l’assistenzialismo e il parassitismo, e dà dignità ai migranti, indipendentemente dalla loro destinazione successiva. 

Un’accoglienza attiva e ben organizzata crea occupazione anche per gli italiani, e questa occupazione in parte è pagata dagli stessi emigranti.

 

Al livello europeo:

  1. le quote di rifugiati per ogni paese, che pure sarebbero giuste, non risolvono il problema.
  2. Né lo risolverebbero i vari tentativi progettati di fermare i migranti in Libia.
  3. E’ necessario un intervento coordinato nei paesi d’origine, per selezionare e identificare in partenza le persone da accogliere. Bisogna premere sui governi di quei paesi e indurli a collaborare per contenere l’esodo, creando la convenienza a restare, e per governare l’esodo perché avvenga in modo umano.
  4. Ma per far questo è urgente un nuovo Piano Marshall per l’Africa, che cominci a riparare l’enorme danno che abbiamo provocato per secoli in quei paesi e li aiuti ad avviare lo sviluppo. Esso creerebbe occupazione per moltissimi giovani europei.

                                                                            *

Per approfondire e divulgare queste idee c’è bisogno di un’associazione di promozione sociale (indipendente da Sviluppo Felice), costituita a norma di legge, basata sul volontariato, ma che possa anche finanziare il lavoro di ricerca, di informazione e sensibilizzazione svolto dai giovani interessati alla cooperazione.

Questo finanziamento si baserà soprattutto su:

  1. partecipazione ai bandi su Programmi e fondi dell’UE per attività culturali e di ricerca sulla accoglienza;
  2. eventuali contributi volontari di singole persone.
  3. L’uso dei finanziamenti sarà rendicontato e documentato pubblicamente on-line.

Per chi non voglia iscriversi all’associazione, è importante anche la semplice adesione di sostegno, e la disponibilità a firmare eventualmente appelli per singoli casi importanti su cui mobilitare l’opinione pubblica (del tipo di quelli divulgati da associazioni come Avaaz, Walk free, change.org, che hanno risolto tanti casi drammatici di ingiustizia e di oppressione).

Vi invitiamo quindi ad aderire, anche senza alcun impegno, a questa battaglia di civiltà, e vi assicuriamo che il vostro indirizzo non sarà comunicato a nessuno né usato per altri scopi.

Per aderire, scrivete a sviluppofelice@gmail.com (Gianluca Palma) oppure a una di queste persone:

Elisa Amatista (elisa.amatista@gmail.com)

Rosa Stella De Fazio (rosastella.defazio@unina.it)

Gabriella De Giorgi (gabrielladegiorgicezzi@gmail.com)

Arianna Genovese (ariannagenovese@gmail.com)

Vanna Ianni (mariavannaianni@gmail.com)

Giancarlo Martelli (giancarlomartelli@teletu.it)

Cosimo Perrotta (cosimoperrotta@gmail.com)

Aldo Randazzo (aldomaria@alice.it)

Antonio Rotundo (rotundoant@hotmail.it)

Giuseppe Spedicato (spedicato.g@libero.it)

Claudia Sunna (claudia.sunna@unisalento.it)

Cristina Sunna (cristinasunna@gmail.com)

Franco Tommasi (franco.tommasi@clio.it)

Marcello Tommasi (tommy1930@libero.it)

 Vi chiediamo anche di diffondere questo appello fra tutti quelli che ritenete interessati.

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