Carabelli e Cedrini: l’ordine economico internazionale secondo Keynes – II

16 Mar

L’articolo  16-3-2015 di Cosimo Perrotta

 Il ricatto commerciale e monetario che blocca lo sviluppo dei paesi poveri

A. Carabelli e M. Cedrini, Secondo Keynes. Il disordine del neoliberismo e le speranze di una nuova Bretton Woods, Roma: Castelvecchi, ottobre 2014

A. Carabelli e M. Cedrini, Secondo Keynes. Il disordine del neoliberismo e le speranze di una nuova Bretton Woods, Roma: Castelvecchi, ottobre 2014

Le decisioni finali dell’accordo di Bretton Woods furono comunque un grande progresso. Esse prevedevano cambi stabili (perché agganciati al dollaro) ma non rigidi; liberalizzazione graduale del commercio; cooperazione monetaria; una certa protezione di settori strategici; possibilità di difendere i diritti sociali; divieto del dumping.

 

Ma che cosa aveva chiesto Keynes che non gli fu concesso? Una moneta nuova, per i pagamenti internazionali, indipendente dal dollaro; che le istituzioni monetarie (Fondo Monetario e Banca mondiale) fossero indipendenti dal Tesoro USA, e rappresentassero soprattutto gli interessi dei paesi poveri; chiedeva il controllo dei movimenti di capitale e l’autonomia delle politiche economiche nazionali. Infine chiese ancora un condono del debito dei paesi del Commowealth verso gli USA. Questo avrebbe permesso loro una politica di sviluppo.

 Le sue ragioni rimasero inascoltate, ma poco dopo la sua scomparsa (1946) gli USA furono costretti a varare il costosissimo Piano Marshall (un dono) per riavviare l’economia europea. Tuttavia, dopo un periodo di buon funzionamento, il peso che gravava sul dollaro come moneta di garanzia diventò insostenibile e l’ordine di Bretton Woods entrò in crisi: nel 1971 Nixon dichiarò la non convertibilità del dollaro in oro.

Gli USA però continuano a controllare l’economia mondiale in altro modo. La mancanza di un sistema di regole favorì il libero scambio, sostenuto dall’ideologia neo-liberista, che favoriva naturalmente le economie più forti e impediva lo sviluppo dei paesi più poveri. I nuovi termini furono: libero movimento dei capitali, assenza di controlli (deregulation), concorrenza esasperata, mercato del lavoro flessibile; lotta contro la protezione commerciale dei paesi poveri (sotto la parvenza di prezzi internazionali concordati); globalizzazione come riduzione degli spazi di autonomia degli stati, divieto di intervento degli stati a sostegno della propria economia o per spese sociali. La rivalutazione del dollaro (1982) fa fallire ancora una volta i progetti di sviluppo dell’America Latina e fa esplodere il debito di tutti i paesi in via di sviluppo. La “dollarizzazione” dell’economia provoca fra l’altro il default dell’Argentina.

Nel 1983 “De Cecco notava che il Keynes del 1919 forniva una potente critica ante litteram alle politiche restrittive imposte dall’Fmi ai Paesi in via di sviluppo allora colpiti da una formidabile crisi di debito, e in particolare l’America Latina. Crisi causata, in ultima istanza, dalle politiche monetariste” (p. 81).

 

Questo insieme di politiche furono teorizzate e rafforzate dalla dottrina del Washington Consensus (espresso da Williamson nel 1989), la quale si estese anche ai paesi occidentali più deboli, come quelli del Sud Europa. Ancor oggi la libera speculazione finanziaria impedisce a questi paesi politiche per la ripresa della domanda e degli investimenti; e sottopone i paesi emergenti a fluttuazioni violente nell’afflusso dei capitali, che ne impediscono uno sviluppo stabile.[1]

Alla fine, la mancanza di meccanismi compensativi ha impoverito talmente i paesi più deboli che il loro commercio estero si è ridotto al minimo. I paesi ricchi hanno perso quindi i loro partner commerciali, e sono stati coinvolti nella crisi di investimenti e di domanda. Tutto questo ha generato la terribile crisi iniziata nel 2008. E’ una razionalità capovolta. I paesi ricchi dovrebbero basare il loro sviluppo sull’aumento della domanda mentre i paesi emergenti o in difficoltà dovrebbero basarsi sulle esportazioni. Oggi invece anche i paesi più ricchi puntano sulle esportazioni, forti delle loro valute e dell’afflusso dei capitali esteri, e ciò impedisce lo sviluppo degli altri paesi (vedi il caso della Germania e dei suoi partner europei più deboli).

Tuttavia nel 2009, ricordano gli autori, la commissione Stiglitz delle Nazioni Unite ha chiesto e ottenuto di mettere a disposizione dei paesi in via di sviluppo una maggiore liquidità di fondi, contro la tendenza dei paesi creditori a tesaurizzare i capitali. Ma ciò non è bastato. Secondo Kirshner, Keynes riteneva «un errore pensare che ogni Paese dovesse perseguire le stesse politiche macroeconomiche» (p. 88). E Kregel aggiunge che è necessario il controllo sui capitali: per proteggere l’eterogeneità delle politiche, contro l’uniformità a cui tendono gli investitori internazionali.

Spiegano gli autori: “Se vi è una costante nell’opera di Keynes, questa è proprio la ricerca di un compromesso sostenibile tra le esigenze disciplinari del sistema monetario e quella di libertà e autonomia nella scelta delle politiche degli Stati membri” (p. 53).

 

Nonostante tutto, essi dicono, “si va verso uno scenario di maggiore libertà”. Crescono l’autonomia dei paesi del Sud del mondo, il pluralismo nelle politiche economiche, il controllo dei capitali. Sembra finalmente possibile un liberismo controllato (embedded liberalism) che concili gli obbiettivi nazionali, regionali e globali, come già prevedeva Al Gore 15 anni fa.  E  concludono: “E se fosse davvero un anticipo di possibile, nuovo, «compromesso di Bretton Woods»”? (pp. 92-93). Speriamo.

 

[1] V. anche gli interventi di Kevin Gallagher su Sviluppo Felice,

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