Europa: il Financial Times dà ragione alla sinistra radicale

8 Gen

di Yuri Buccino

 indexIl Financial Times, in un sorprendente articolo (“Radical Left is right about Europe’s debt”) uscito lo scorso weekend, evidenzia i limiti dell’austerity che l’Unione Europea impone agli Stati membri e sottolinea il ruolo positivo che le sinistre radicali stanno avendo per cambiare tale situazione e porre fine all’ostinato rigore comunitario.

In un editoriale firmato da Wolfgang Münchau sul giornale economico britannico, di cui tutto si può dire tranne che sia un quotidiano bolscevico, viene rimarcato come Syriza in Grecia, Podemos in Spagna e Die Linke in Germania, sostengano la ricetta giusta per uscire dall’attuale impasse economico, ossia quella che prevede “più investimenti nel settore pubblico e la ristrutturazione del debito”.

L’editorialista del Financial Times prosegue affermando che il dramma dell’eurozona è la rassegnazione con la quale i partiti dell’establishment, siano essi di centrosinistra o centrodestra, stanno portando l’Europa al declino economico. In tutto ciò, gli unici partiti a portare avanti politiche sensate, come la ristrutturazione del debito, sono proprio quelli della sinistra alternativa precedentemente citati, poiché le formazioni socialdemocratiche si sono oramai appiattite sulle posizioni dei conservatori.

Se persino la bibbia dei liberisti qual è il Financial Times arriva alle stesse conclusioni portate avanti dalla sinistra radicale europea, è davvero giunto il momento che anche i governanti del Belpaese iniziassero a porsi qualche domanda e a trovare soluzioni adeguate che incidano nel medio-lungo periodo.

Flash  8/1/2015

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Una Risposta to “Europa: il Financial Times dà ragione alla sinistra radicale”

  1. Nello De Padova 10 gennaio 2015 a 20:26 #

    Temo che quello che veramente voglia chi ha scritto quell’articolo sul Financial Time è la libertà di chi ha i soldi, tanti soldi, di continuare ad investirli nel debito pubblico.

    La soluzione non è la ristrutturazione del debito ma politiche fiscali che consentano agli stati, ed agli aggregati sovranazionali come l’UE, di evitare di indebitarsi semplicemente “prendedosi” con le tasse i soldi che, chi li ha, vuole “prestarli ad interesse” agli stati.

    La proprietà privata ha senso se serve al privato per vivere e vivere bene o se serve, attraverso investimenti produttivi, di far star meglio gli altri.

    Nella nostra costituzione la proprietà privata è ammessa per fini sociali. Prestare ad interesse i propri soldi allo stato non è un modo di realizzare fini sociali ma di speculare finanziariamente. Ed allora non si tratta di ristrutturare il debito ma di congelarlo e non fare altro debito.

    Del resto paragonando uno stato ad una famiglia: sarebbe corretto che chi nella famiglia guadagna più soldi, dopo aver speso quelli che gli servono per i suoi bisogni personli, presti gli altri ad interesse a chi, nella stessa famiglia, guadagna meno o addirittura non lavora?
    Sarebbe corretto allora che “la famiglia” li requisisca quei soldi in più o, per lo meno, che “requisisca” il lavoro in eccesso di chi lavora e guadagna di più e lo redistribuisca a chi lavora e guadagna meno.

    E non venitemi a dire che stò semplificando troppo.

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