La disoccupazione nascosta nelle economie avanzate

15 Dic

di Cosimo Perrotta

La crisi ci sta riportando ai livelli delle economie più arretrate. Vediamo come.

4978362207_53a164c27a_o-1024x790A metà Novecento gli economisti dello sviluppo crearono il concetto di disoccupazione nascosta.[1] Il ragionamento era questo: se con tecniche arretrate e cento addetti ottengo un certo prodotto, ma posso ottenerne la stessa quantità con tecniche avanzate e dieci addetti, allora 90 addetti della produzione arretrata sono disoccupati nascosti, anche se lavorano (ciò vale solo quando l’economia arretrata è in contatto con una più avanzata).

Questo concetto è stato applicato solo all’agricoltura arretrata dei paesi poveri. Le sue potenzialità non sono state utilizzate appieno. Esso infatti si può applicare a qualunque situazione in cui un processo innovativo (anche nell’organizzazione del lavoro) si diffonde e crea una produttività generale più alta. Allora le imprese che non innovano finiscono con l’essere appesantite dalla disoccupazione nascosta.

Non si deve però confondere la diminuzione degli addetti per unità di prodotto dovuta a un reale progresso tecnico o organizzativo con quella dovuta a un aumento incontrollato dello sfruttamento del personale. In entrambe i casi si parla di aumento della produttività, ma il primo tipo di aumento avviene grazie all’innovazione tecnica, il secondo avviene perché i lavoratori rimasti sono costretti, a parità di salario, a ritmi più intensi o a un tempo di lavoro maggiore o a condizioni di lavoro peggiori. Negli ultimi decenni le grandi imprese hanno giocato molto sulla confusione tra i due modi di ridurre gli addetti. Le quotazioni in borsa di un’impresa si alzavano non appena questa annunciava licenziamenti. E il rialzo era proporzionale al numero di licenziati, come se il lavoro fosse solo un costo e non il principale fattore di produzione. Si trattava quasi sempre di aumento dello sfruttamento contrabbandato per razionalizzazione organizzativa..

A parte questo, spesso gli economisti pensano alla produttività come se dipendesse solo dal livello tecnico di produzione. Ma la produttività di un sistema è più complessa. Dipende anche dal grado in cui la produzione complessiva riesce a soddisfare i bisogni della società. Alla corrispondenza tra produttività e soddisfazione dei bisogni devono obbedire persino le esportazioni. L’esperienza del colonialismo e del neocolonialismo mostra che un’esportazione molto estesa – se è accompagnata da un mercato interno povero, e i suoi profitti non alimentano i consumi interni – danneggia gravemente lo sviluppo. In tal caso la produzione per il mercato interno resta a livelli tecnici molto bassi, e rende permanente la disoccupazione nascosta.

Ma quest’ultima si può creare anche per motivi opposti. Oggi nelle economie più sviluppate c’è un forte squilibrio tra l’enorme aumento di produttività dei singoli processi produttivi e l’organizzazione degli sbocchi di consumo. Da una parte c’è un eccesso di offerta di beni tradizionali; dall’altra c’è una domanda complessiva insufficiente, perché non ha la possibilità di esprimersi per i bisogni “nuovi” insoddisfatti. L’aumento fortissimo di produttività ha fatto crollare i prezzi dei beni di consumo quotidiano (dall’abbigliamento agli elettrodomestici, dalle auto ai nuovi prodotti elettronici già consolidati) ma ciò non incoraggia la domanda globale. Come mai? Semplicemente perché il mercato di questi beni è saturo; mentre la gente spenderebbe volentieri per soddisfare nuovi bisogni, la cui offerta – al contrario – è insufficiente (ad es. sevizi alla persona, istruzione qualificata, ricerca avanzata, trasporti pubblici efficienti, e soprattutto ambiente non inquinato in tutti i suoi innumerevoli aspetti).

In mancanza di politiche pubbliche che promuovano la produzione di questi “nuovi” beni, il mercato attuale incoraggia la produzione di beni in eccesso nei settori tradizionali (oppure manda i capitali verso impieghi improduttivi, come le rendite o la speculazione finanziaria). Ma ciò significa che una gran parte dei lavoratori dei settori tradizionali è diventata disoccupazione nascosta, perché i loro prodotti restano invenduti e non servono a nessuno. La disoccupazione nascosta a sua volta si traduce prima o poi in una crescente disoccupazione palese.

La disoccupazione nascosta quindi, oltre che dalla produttività troppo bassa, può essere causata anche dalla produttività molto alta, quando a quest’ultima non corrisponde un’adeguata riorganizzazione dell’offerta complessiva e della struttura del mercato.

15 dicembre 2014

 

[1] Il concetto fu introdotto da Joan Robinson negli anni Trenta (ma con un significato diverso: v. Claudia Sunna, “Dual Development Models …”, ms., sez. 2); e fu applicato all’agricoltura da Rosenstein-Rodan, “Problems of Industrialization of Eastern and South-Eastern Europe” (1943), in Agarwala e Singh, The Economics of Underdevelopment (1958), Oxford U. P., 1963, pp. 245-55; e da Prebisch, El desarrollo económico de la América Latina… (1949), in Desarrollo económico, 1986, n. 103, pp. 495-96.

 

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