La Scozia e l’unificazione europea

1 Dic

di Giuseppe Calignano e Cosimo Alessandro Quarta

Perché l’indipendenza della Scozia avrebbe potuto rilanciare il processo di unificazione europea

archivio.panorama.it

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Da decenni le istanze autonomistiche e indipendentiste di alcuni pezzi della vecchia Europa vengono liquidate come fenomeni folkloristici o come alibi per rivolte fiscali, da arginare con dosi più o meno massicce di devolution. Il referendum scozzese, conclusosi col rifiuto della separazione, è solo il più recente di una serie di fenomeni che coinvolgono principalmente aree ricche e dinamiche del continente, come la “Padania” in Italia, la Catalogna in Spagna, le Fiandre in Belgio.

Dietro l’inquietudine di questi territori si nasconde un fenomeno da più parti studiato ma sostanzialmente sottovalutato: la fine dello Stato nazionale[1].Nell’ordine internazionale scaturito dalla Pace di Westfalia (1648) ogni nazione è intesa come territorio sovrano ed i suoi confini come inviolabili: è l’avvio della ricomposizione del Vecchio Continente in un mosaico di Stati nazionali. Esso pare concludersi solo dopo la seconda guerra mondiale, quando la Conferenza di Yalta cristallizza la nuova mappa d’Europa.

Nell’intervallo di tempo che separa i due trattati (poco meno di trecento anni) lo Stato-nazione si impone come la migliore configurazione spaziale possibile per lo sviluppo ed il consolidamento del capitalismo industriale. I governi nazionali sostengono la crescita economica, innescano il colonialismo e l’imperialismo, si inseriscono nella dialettica tra capitale e lavoro. Questo paradigma entra in crisi con la fine del fordismo, della centralità della fabbrica, della grande città industriale. Inizia la fase del capitalismo finanziario e della globalizzazione, commerciale e delle comunicazioni.

Molti autori convengono che un nuovo fenomeno sia venuto emergendo nelle aree più avanzate del pianeta: la macroregione urbana policentrica (mega-city-region), scaturita da un lungo processo, prima di decentramento e poi di connessione delle grandi città centrali con quelle medie e piccole delle vicinanze. Nel 1961 Jean Gottmann, in Megalopolis, indicava l’embrione del fenomeno nel Nord-est degli Stati Uniti; fenomeno recentemente riconosciuto anche in Estremo Oriente: Delta del Fiume delle Perle; Yangtze; corridoio Tokaido (Tokyo-Osaka); la Grande Jakarta.

Le regioni europee sono state esaminate da Peter Hall e Kathy Pain[2]. Qui la macroregione viene descritta come un ampio territorio di carattere urbano composto da un minimo di 10 ad un massimo di 50 città medie e piccole, fisicamente separate ma funzionalmente collegate a rete, raggruppate attorno a una o più città centrali più grandi, che traggono una enorme forza economica dalla nuova divisione funzionale del lavoro. Questi luoghi esistono sia come entità separate, in cui la maggior parte della popolazione risiede non distante dal luogo di lavoro, sia come parti di una regione urbana funzionale più ampia, collegate da densi flussi di persone e di informazioni attraverso autostrade, linee ferroviarie ad alta velocità e linee di telecomunicazione. E’ quello che Manuel Castells ha definito lo “spazio dei flussi”. In Italia il tema è stato affrontato per la prima volta da Paolo Perulli due anni fa, con riferimento alla “Padania”[3].

Questa nuova forma territoriale è più adatta ad accompagnare i processi di sviluppo e di competitività globale. Essa è visibile all’interno dell’Unione Europea: i vecchi Stati nazionali sono ormai inadatti (per rinuncia o per incapacità) a governare l’attuale fase di capitalismo finanziario e di globalizzazione; e in più frenano l’inevitabile processo di integrazione europea. Gretti populismi, monarchie ammuffite, egoismi nazionalistici (specie in una fase di crisi) spingono i governi ad arroccarsi entro i vecchi confini nazionali.

In questo quadro le spinte autonomistiche delle regioni possono esser lette come una straordinaria opportunità di disintegrare la vecchia Europa di Westfalia e fondare la nuova Unione come mosaico federalista di macroregioni, con forte autonomia e identità, che finiranno per rafforzare l’unità politico-economica della U.E.

Al contrario, il limbo che stiamo vivendo oggi, con la fine della Banche Centrali nazionali, la moneta unica diffusa in maniera disomogenea, l’eterogeneità degli orientamenti in politica estera, il deficit democratico degli organi di governo europei, rischia di portare non solo alla fine del sogno europeo ma al definitivo collasso delle economie nazionali.

 

1 dicembre 2014

[1] Vedi Lyons G.M. e Mastanduno M. (cura), Beyond Westphalia? National Sovereignty and International Intervention, Baltimore: Johns Hopkins University Press, 1995; e le riflessioni di Zygmunt Bauman sullo Stato-nazione.

[2]The Polycentric Metropolis, Sterling-London: EarthScan, 2006.

[3]Nord: una città-regione globale, Il Mulino, 2012.

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