L’avvento del neoliberalismo e la profezia di Karl Polanyi

17 Nov

di Giandomenica Becchio

 Come il neoliberalismo svuota le società complesse delle libertà individuali

Karl Polanyi (1886-1964)

Il neoliberalismo è l’applicazione della teoria economica formale neoclassica alla governance. Esso prevede l’allocazione razionale dei mezzi scarsi al fine di ottimizzare (o per lo meno di consentire) l’utilità che l’agente economico si attende, sia esso un consumatore, un produttore o un paese intero. Nell’ultimo ventennio, il neoliberalismo è divenuto pratica comune nella governance dei paesi occidentali come in quella dei paesi emergenti.

Negli anni Quaranta, Karl Polanyi (1886-1964) anticipa la natura del neoliberalismo, e anche di alcune sue aberrazioni, prima fra tutte la trasformazione del significato della libertà individuale. Quest’ultima, nel sistema odierno, dove i diritti sociali vengono sistematicamente svuotati di contenuto, viene di fatto negata in nome della necessità di razionalizzare l’uso delle risorse. Karl Polanyi ha avuto inoltre la lungimiranza di capire il potenziale culturale di una siffatta trasformazione del significato di economico, ne ha anticipato la dimensione globalizzatrice e la tendenza attuale a fagocitare gli elementi non economici.

Dopo una lunga gestazione, nel 1944 esce The Great Transformation, l’opera a ragione più nota e citata di Polanyi. Essa va alla ricerca delle origini economiche e politiche della nostra epoca (è questo il sottotitolo dell’opera). Le tesi del libro sono note: la società occidentale è in crisi fin dallo scoppio della Prima Guerra Mondiale, la quale ha rotto il periodo di equilibrio che ha caratterizzato il lunghissimo Ottocento. Origine di questa crisi è la caduta simultanea dei pilastri della società occidentale: l’equilibrio militare europeo, la base aurea internazionale, il mercato autoregolato e lo stato liberale.

Il capitolo finale, un po’ criticamente, è intitolato “La libertà in una società complessa”. Cosa intenda Polanyi per “società complessa” non si evince così facilmente. Certamente l’autore aveva di fronte a sé un habitat stravolto rispetto al passato prossimo e travolto da un incerto futuro, in cui tanto il concetto di libertà quanto quello di società non potevano che subire una grande trasformazione (come dice il titolo dell’opera stessa). Polanyi si domanda se, in una società complessa, le libertà siano diminuite o aumentate. Infatti una tale società è fondata sull’economia di mercato, determinata da un “atteggiamento illusorio” secondo cui il comportamento economico massimizzante è il solo possibile ed auspicabile, in quanto determina una società organizzata in modo efficiente. Il problema che Polanyi anticipa verte sulla natura della libertà individuale in una società siffatta, che paradossalmente sembra diventare liberticida.

Alla luce di quanto sta accadendo oggi, definisco questa posizione polanyiana “profetica”. Si scorge infatti in essa il carattere costrittivo del processo economico, che di fatto elide le libertà individuali. Il ragionamento di Polanyi è semplice: la società fondata sul mercato cosiddetto autoregolato ha mostrato la sua fallacia quando il meccanismo finanziario internazionale è entrato inesorabilmente in crisi. Esso non era affatto autoregolato, poiché si basava su precisi accordi internazionali di natura extraeconomica. La pretesa che ci fosse un’autoregolamentazione del mercato ha reso legittima la mercificazione di ogni bene. Tale mercificazione viene considerata naturale, per il solo fatto che il bene soddisfa un bisogno individuale.

Per l’economia dominante, in presenza di scarsità di risorse, se il costo marginale per aumentare la produzione del bene diventa maggiore del beneficio marginale che questo aumento procura, l’azione non è più razionale, perché essa diventa de facto anti-economica. Questo meccanismo, descritto da Lionel Robbins nel suo libro del 1932, è il prodotto – secondo la definizione di Polanyi – della “nostra obsoleta mentalità di mercato”, basata sulla mercificazione di ogni cosa, inclusi lavoro, terra e denaro. Questi tre fattori, secondo Polanyi, non sono merci, poiché ad essi non si può applicare il principio del costo-beneficio dell’economia formale. Perché tale principio non si possa applicare a queste “merci fittizie” diventa in Polanyi non un problema tecnico, bensì un problema etico, che oggi appare di un’attualità sconcertante, oltreché sconfortante.

Un’altra conseguenza della presunta, quanto erronea, capacità di autoregolamentazione del mercato, secondo Polanyi, è stata la crescente autonomia della sfera economica da quella politica. La sfera politica gradualmente si sottomette ai meccanismi di mercato. Non solo, ma fa proprie le logiche intrinseche di questi meccanismi, come inevitabili, asservendo completamente le istanze politiche alle procedure economiche.

La soluzione proposta da Polanyi è: de-mercificare lavoro (uomo), terra (natura) e denaro; e ridimensionare la sfera economica, riportandola sotto il comando della sfera politica. E’ questa la sfida della società complessa: riscoprire o re-inventare la libertà, eliminando le “false aspettative” create dall’economia di mercato.

 

17 novembre 2014

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2 Risposte to “L’avvento del neoliberalismo e la profezia di Karl Polanyi”

  1. Nicolò Addario 19 novembre 2014 a 11:44 #

    Polanyi andrabbe letto in altro modo, soprattutto tenendo conto che è stato un grande antropologo molto utile per capire il passato (ma assai meno per comprendere l’attualità). Ad ogni modo, la pretesa che sia l’etica (quale? ce ne sono moltissime!) a guidare le scelte di politica economica è, oltre che una sciocchezza, una cosa impraticabile. Né può essere la politica a imporre cosa debbe fare l’economia. La politica, quando è vera politica (cioè quando è autonoma), può fare sole alcune cose, ma a patto di assumere una dimensione sovranazionale. Se oggi l’economia sembra comandare la poltica è solo per questo ritardo evolutivo della politica: l’economia opera su scala mondiale, la politica solo su scala nazionale ecc. Inoltre, la storia dei così detti paesi socialisti dovrebbe averci insegnato che nessuno, neppure lo stato, può guidare l’evoluzione sociale (un’idea ereditata dall’Illuminismo e per certi aspetti da risvolti tragici). Ogni volta che una qualche etica (quella dei talebani, per esempio, o dell’autoproclamato Stato Islamico, ma si pensi anche alle pretese della chiesa cattolica) ha voluto guidare la società si sono avute solo tragedie. La questione centrale della modernità, che fatica molto ad essere compresa (dagli stessi neoliberisti), è ciò che la sociologia chiama differenziazione per sistemi funzionali. Questa è il “segreto” dello straordinario sviluppo (economico, civile, di libertà ecc.) dell’Occidente (un “miracolo”, come lo hanno definito alcuni storici, nella storia universale). I diritti degli individui sono sorti storicamente in questo contesto (cosa infatti sconosciuta prima e, ora, in gran parte dei paesi cosiddetti sottosviluppati ecc.). Il prezzo di questi diritti è stato ed è che, soprattutto per i diritti sociali, la loro realizzazione pratica dipende dalla disponibilità crescente di risorse economiche. Ora, per quanto lo sviluppo abbia accresciuto enormemente la disponibilità di ricchezza, la sua distribuzione tende invece a concentrarsi. Questa è stata la grande missione storica del Welfare e del keynesismo classico, la sua funzionalità (nei confronti della stessa economia oltre che della società in generale). Ma nelle nuove condizioni della globalizzazione (e di società avanzate) welfare e keynesismo classico non funzionano più in maniera adeguata. Occorono perciò nuove modalità di politica economica e sociale. Ma non è affatto facile scoprire quali, e chiamare in campo l’etica non serve a niente e può essere persino pericoloso. In ogni caso, il punto cruciale è questo, a mio parere: è velleitario e in ultima anlisi suicida proporre, in nome dell’etica (artico 18?), misure che finirebbero per uccidere o per mettere ulteriormente in crisi la vacca che ci sfama. La politica farà il suo mestiere solo se troverà politiche adeguate a questa nuova fase del capitalismo. Politiche capaci di mobilitare l’intera società, sapendo che in un mondo in così rapido movimento niente è dato per eterno (o quasi) e tutto è in continuo cambiamento. La politica, insomma, dovrebbe trovare il modo per aiutare l’economia stessa a svincolarsi dai limiti che la conducono a generare disfunzioni che, in prima battuta, si scaricano sulla società, ma che poi inevitabilmente si abbatteranno su lei stessa. Ma per converso anche la società dovrebbe rimobilitarsi. Solo a queste condizioni i diritti sociali (e non solo) potranno essere adeguatamente soddisfatti. Il resto sono solo chiacchere moraliste.

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