Cina, come cambia il mercato del lavoro

6 Nov

Il documento 6 nov. 2014

di Vincenzo Comito (da Sbilanciamoci 5/11/2013)

cina-lavoro_h_partbTramonta in Cina l’era del lavoro a buon mercato. Negli ultimi anni il costo del lavoro è aumentato di una percentuale tra il 10 e il 20% all’anno

Rispetto al quadro statunitense la Cina presenta delle tendenze in gran parte differenti.

Intanto si tratta di differenze di scala, visto il grande divario nel numero dei lavoratori operanti nel paese asiatico rispetto a quelli degli Stati Uniti – più di quattro volte tanto -; esse sono poi relative al fatto che la Cina, un latecomer nei processi di sviluppo economico, si trova in una fase del suo sviluppo che gli Stati Uniti hanno per molti aspetti attraversato moltissimi decenni fa; infine si pongono dei problemi specifici trattandosi di un paese tra l’altro retto da principi economici, sociali, politici, in parte almeno, differenti.

Per altro verso, i fattori principali che nell’ultimo periodo modellano i due mercati del lavoro sono in parte comuni, in parte diversi. Sicuramente ambedue sono toccati da una parte dai processi di innovazione tecnologica, dall’altra da quelli di globalizzazione; differenti invece appaiono altri fattori, quali il peso della crisi del 2008, che ha colpito fortemente gli Stati uniti, ma molto meno la Cina, mentre oggi per questo secondo paese si presenta invece un processo di rallentamento dei tassi di sviluppo dell’economia da una parte, di un forte e rapido mutamento di alcune sue caratteristiche dall’altra. Inoltre la Cina si trova in uno stato di avanzamento tecnologico e organizzativo delle imprese molto inferiore per diversi aspetti a quello statunitense e comunque con una struttura produttiva orientata in modo molto differente.

Alcune tendenze di fondo: la fuga dall’agricoltura

Sul mercato del lavoro cinese agiscono da molto tempo alcune importanti tendenze di fondo.

Un primo grande fenomeno, in atto in misura molto rilevante sin dall’avvio del nuovo corso economico cinese alla fine degli anni settanta, è quello del passaggio di una parte crescente della forza lavoro dal settore agricolo a quello industriale e dei servizi. Si tratta di un processo che si svolge molto più rapidamente che nel caso dell’industrializzazione dei paesi oggi avanzati e con una dimensione quantitativa comunque molto più importante.

La percentuale della popolazione che lavora nel settore agricolo è così passata dall’80-90 percento, del periodo immediatamente successivo alla rivoluzione, al 43% del 2009, con tendenza ad un’ulteriore forte caduta nel tempo. Il settore industriale assorbiva ormai, sempre nel 2009, il 25% degli occupati e quello dei servizi il 32%.

Da rilevare che le percentuali corrispondenti negli Stati Uniti sono, nello stesso anno, rispettivamente dell’1%, del 18%, dell’81%. Questo confronto sottolinea ancora che i mutamenti nel mercato del lavoro cinese, pur considerando tutte le differenze attribuibili a due paesi così particolari, saranno ancora molto rilevanti nei prossimi decenni.

Sino ad oggi così, in particolare, diverse centinaia di milioni di persone sono passate dalle campagne alle città e circa altri trecento milioni lo dovrebbero fare ancora nei prossimi venti-trenta anni.

La riduzione quantitativa nella forza lavoro

Una seconda tendenza importante ha a che fare con le conseguenze portate della politica del figlio unico, introdotta ormai da molto tempo dal legislatore. Essa comporta, tra l’altro, il fatto che, a partire dal 2012, la popolazione in età lavorativa ha cominciato a diminuire in valori assoluti.

Questo fatto contribuisce a spingere verso un aumento dei salari – fenomeno ormai generalizzato nel paese -, per attirare una manodopera sempre più scarsa; inoltre esso ha come ulteriore conseguenza un allungamento nel numero degli anni di lavoro delle persone, una spinta rilevante ad un aumento della produttività, anche attraverso i processi di automazione, la collocazione crescente degli insediamenti produttivi nelle regioni interne, dove la forza lavoro è più abbondante e più a buon mercato, una qualche delocalizzazione degli investimenti verso altri paesi.

La forte mobilità della manodopera

Una terza tendenza che si può riscontrare fa riferimento alla grande mobilità in atto da tempo della forza lavoro, sia “passiva” che “attiva”, anche in relazione ad alcune tendenze specifiche del paese.

Si pensi soltanto al fatto che tra il 1978 e il 2004 sono state chiuse circa 40.000 imprese statali e che soltanto tra il 1996 e il 2001 sono stati licenziati 53 milioni di occupati in tali imprese (Fishman, 2005). Gran parte di essi hanno trovato un altro lavoro, ma comunque la dislocazione geografica e di settori produttivi è stata molto rilevante.

Una seconda ondata di licenziamenti si è verificata a seguito della crisi del 2008, in particolare nelle provincie costiere toccate allora dalle difficoltà di esportazione verso i paesi sviluppati. In pochi mesi 35 milioni di persone hanno dovuto abbandonare le regioni costiere e tornare in campagna.

Anche in questo caso il fenomeno di mobilità forzata è stato rapidamente e nella sostanza assorbito, non senza però, ovviamente, grandi dislocazioni dei lavoratori a livello geografico e settoriale.

Per altro verso, come abbiamo già accennato, si verificano continuamente grandi spostamenti delle persone da una regione all’altra del paese anche alla ricerca di un migliore tenore di vita. Parallelamente, per la stessa ragione, spesso nelle fabbriche si assiste ad una rapida rotazione degli addetti.

Mingong e condizioni di lavoro

Una quarta tendenza è legata a quelle precedenti. I lavoratori migranti si distinguono in generale in hukou, quelli cioè in possesso di una carta di autorizzazione che permette di soggiornare ufficialmente e di lavorare in città e invece in mingong, i lavoratori senza carta, che si trovano in una situazione irregolare e che prestano la loro opera a tariffe molto basse per sopravvivere. Essi costituiscono una parte consistente dell’armata di riserva dell’economia del paese.

Essi provengono dalla parte centrale ed occidentale del paese e si dirigono verso quelle costiere. In particolare, la gran parte di essi trovano lavoro nel corridoio Pechino-Tianjing, al nord, e nello Guangdong, al sud. Secondo le stime, che sono molto incerte, il loro numero oscillerebbe tra i 150 e i 250 milioni di persone.

Tale categoria di lavoratori tende, con le sue necessità, a tenere viva la concorrenza sul mercato del lavoro, nonché a mantenere i salari in generale bassi nel paese. Essi accettano spesso di essere occupati senza contratto e così evitano alle imprese di pagare le spese sanitarie e gli altri contributi sociali.

In molti servizi, essi lavorano dalle nove di mattina sino a mezzanotte – più dell’80% di loro prestava la propria opera per più di otto ore al giorno e il 18% per più di dieci almeno sino al 2007. In fabbrica non hanno alcun diritto e sono pagati alla giornata. A volte accettano persino di lavorare per sette giorni alla settimana. Possono essere licenziati da un giorno all’altro, senza spiegazioni. Su di loro ricadono le conseguenze di eventuali incidenti sul lavoro o di una malattia. Il più delle volte sono alloggiati sullo stesso luogo di lavoro. I mingong pagano delle imposte più pesanti di quelle dei residenti ed anche le spese scolastiche per i figli sono superiori.

Più in generale, peraltro, le imprese cinesi spesso non applicano le normative sul lavoro e non solo nei confronti dei mingong. Così un’inchiesta ufficiale dell’Assemblea Nazionale del Popolo del 2007 mostrava che l’80% delle imprese analizzate a livello nazionale erano in infrazione; la maggior parte degli addetti non aveva un contratto di lavoro, quindi niente indennità in caso di incidenti, né cure mediche, né contributi pensionistici; i salari versati erano spesso inferiori al minimo (De Rambures, 2013). L’emergere sempre più evidente di una tale situazione porterà comunque nello stesso anno 2007 ad una rilevante riforma delle legislazione.

Va, inoltre ricordata, a parte la questione dei mingong, l’importante diffusione nel paese del lavoro minorile ed anche il fatto che i sindacati indipendenti sono proibiti nel paese. Quelli ufficiali svolgono semmai un ruolo di controllo e di repressione delle eventuali proteste sui luoghi di lavoro.

In ogni caso gli scioperi sono considerati, sia pure con qualche ambiguità, come sostanzialmente illegali. Comunque questo non impedisce che si svolgano delle agitazioni anche molto importanti, le cui cause principali sono di solito i licenziamenti senza preavviso, i salari pagati in ritardo o non pagati del tutto, le condizioni di lavoro, in particolare nel settore minerario, le ore di straordinario obbligatorie.

A partire dal 2010 si verificano delle ondate di scioperi, in particolare in diverse imprese straniere, che hanno alla base la rivendicazione di aumento dei salari e di miglioramento delle condizioni di lavoro. Il potere lascia in sostanza fare. Nel 2011 le remunerazioni aumentano del 20% in media, mentre nella gran parte delle provincie viene incrementato in misura rilevante il livello del salario minimo (De Rambures, 2013).

La crescente scolarizzazione della forza lavoro

Un’ultima tendenza che vogliamo segnalare riguarda la crescente rapida scolarizzazione della forza lavoro; aumenta continuamente, in particolare, il numero delle persone che frequentano l’Università e prendono un diploma di laurea. Cresce anche fortemente il numero delle persone che si recano per i loro studi o per il loro perfezionamento all’estero.

Così, in particolare, nel 2013 il numero dei nuovi laureati si aggirerà intorno agli 8 milioni di unità, sette volte di più che nel 1998. Nell’ultimo decennio il numero dei college è raddoppiato. Intanto, tre ragazzi su cinque ottengono un diploma delle scuole superiori, mentre nel 1998 i diplomati erano soltanto nella proporzione di uno su sei.

Per i prossimi anni il governo cinese sta investendo risorse molto importanti per migliorare e potenziare in particolare il sistema dell’istruzione superiore.

Alcuni mutamenti recenti

In tale quadro molto in movimento, nell’ultimo periodo si va assistendo a dei cambiamenti molto rilevanti:

– intanto, per molti versi, l’era del lavoro a buon mercato, che ha caratterizzato per molto tempo la situazione cinese, sta volgendo ad una rapida conclusione nel paese. Negli ultimi anni abbiamo assistito così ad un forte aumento del costo del lavoro, con una dinamica che oscilla tra le varie aree geografiche, tra i vari settori e nel corso dei vari anni, ma che ha spesso un andamento in crescita che si può collocare tra il 10 e il 20% annuo. Così oggi in media il costo della manodopera può essere indicato in 825 dollari mensili, contro i 230 dollari ad esempio del Vietnam (Song Jung-a, 2013). Cifre non molto diverse da quelle del Vietnam si potrebbero citare per diversi paesi dell’area, dall’Indonesia, al Bangladesh, alla stessa India;

– per altro verso, i giovani in Cina, soprattutto nelle più ricche provincie costiere, tendono ormai a rifuggire dal lavoro di fabbrica e a preferire un’occupazione nel settore dei servizi, che si sta ora fortemente espandendo nel paese (Bland, Mishkin, 2013). Si registra anche la tendenza a evitare di andare a lavorare nelle lontane provincie costiere, tendenza favorita dallo sviluppo economico crescente ormai anche di molte regioni interne e dallo stesso miglioramento della situazione nelle campagne. Si accentua quindi, per alcuni versi, la difficoltà per le imprese di trovare manodopera nelle regioni marittime;

– un aspetto particolare ma importante del fenomeno di fuga dalle fabbriche riguarda il fatto che sono in particolare le donne, che costituivano la parte quantitativamente più importante delle linee di produzione, che tendono a evitare il lavoro sulle linee e a preferire i servizi (Sevastopulo, 2013).

Sino a qualche anno fa si preferiva assumere donne perché esse erano più docili, obbedienti, abituate al lavoro duro. Così, per far fronte alle difficoltà presenti, le fabbriche stanno cercando di impiegare più uomini di una volta. Una particolare grande impresa, la Pch, che nel 2006 aveva soltanto 15 uomini ogni 100 donne nelle sue fabbriche, ora presenta un rapporto di 50 a 50. Inoltre, le stesse fabbriche cercano di assumere anche donne con titoli di studio inferiori a quelli richiesti precedentemente e di età più elevata;

– negli ultimi anni, a fronte della riduzione dei tassi di crescita dell’economia, non sembra si stia verificando un aumento del numero dei disoccupati che, secondo almeno le comunque discutibili statistiche ufficiali, si collocherebbe oggi intorno al 4%.

Il fatto è che tende a ridursi l’immissione sul mercato di nuova forza lavoro, sia per i frutti ormai maturi della politica del figlio unico, che per la crescente scolarizzazione dei giovani, sia, ancora, per la crescita del settore dei servizi, che tende ad assorbire maggiori quantità di occupati rispetto all’industria.

Così tra la fine del 2010 e il secondo trimestre del 2013, nonostante il rallentamento nei tassi di crescita del Pil, il rapporto tra offerta e domanda di lavoro si è sempre collocato ad un valore superiore all’unità, il che significa che le imprese e le altre organizzazioni sono pronte ad assorbire, in termini generali, le richieste di lavoro poste dal sistema. Nel paese mancano in particolare i lavoratori poco qualificati e i tecnici e i quadri specializzati, specialmente in alcuni settori.

Invece qualche difficoltà sembra esserci per i laureati, che presentano un tasso di disoccupazione più elevato di quello medio del paese.

Alcuni miglioramenti in atto nella situazione

In generale la situazione dei lavoratori migranti è stata moderatamente migliorata dai pubblici poteri nell’ultimo periodo: la politica dei permessi è stata un po’ allargata, l’accesso alle istituzioni pubbliche facilitato, mentre sono stati avviate delle politiche sociali migliori. In alcune aree del paese sono state allentate le regole rigide che presiedevano al sistema; da qualche parte si è anche sperimentato lo smantellamento dello stesso sistema dei mingong. Da diverso tempo il governo annuncia la volontà di abolire la pratica dei permessi di lavoro in tutto il paese, ma si registrano in proposito forti resistenze, da una parte per il timore che l’emigrazione dalle campagne diventi ancora più incontrollabile, dall’altra per la scarsa volontà in particolare delle amministrazioni locali di dover stanziare ingenti somme per la scuola, la sanità, gli alloggi per tali masse di lavoratori.

Il Congresso Nazionale del Popolo, nella sua sessione del marzo 2007, ha approvato a suo tempo delle proposte di riforma legislativa che hanno fondato l’attuale sistema di diritto del lavoro cinese.

Sono toccati dalle nuove norme i contratti di lavoro, la promozione dell’impiego, la soluzione dei conflitti di lavoro; esse migliorano la situazione precedentemente esistente. Sono necessari ormai contratti scritti per tutti gli impiegati full time; sempre i dipendenti full time, quando vengono licenziati, hanno diritto ad un’indennità abbastanza rilevante. I periodi di prova sono accorciati. I sindacati diventano più simili ai loro colleghi occidentali; la nuova legge garantisce loro il diritto di discutere con i datori di lavoro sui problemi di sicurezza, disciplina, remunerazione ed ore di lavoro.

Naturalmente poi un conto è la legge, un conto è la sua applicazione pratica. Non abbiamo notizie esaurienti su quanto sta succedendo effettivamente nell’ultimo periodo; dei miglioramenti si sono comunque verificati, ma la strada da compiere appare ancora molto lunga.

Qualche passo si sta forse facendo anche in direzione di elezioni sindacali più libere. Nei primi mesi del 2013 la Foxconn, la grande impresa dell’elettronica che impiega un milione di dipendenti nel paese, oltre al fatto che essa sta introducendo nelle sue fabbriche un milione di robot, ha annunciato che nei suoi stabilimenti cinesi si sarebbero eletti i delegati sindacali attraverso delle elezioni con più candidati.

 
Testi citati nell’articolo

-Bland B., Mishkin S., Young Chinese shunning factory jobs, says Foxconn founder, www.ft.com, 7 ottobre 2013

-De Rambures D., Chine: Le grand écart, Editions de l’aube, Parigi, 2013

-Fishman T. C., China Inc..How the rise of the next superpower unleashes America and the West, 2005, trad. it. Cina spa, la superpotenza che sta sfidando il mondo, Nuovi Mondi Media, S. Lazzaro di Savena, 2005

-Sevastopulo D., Factory “boys”: the changing face of China’s production lines, www.ft.com, 1 ottobre 2013

-Song Jung-a, Smartphone makers seek to cut costs, www.ft.com, 1 ottobre 2013

 

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