Piketty: il divario crescente fra rendite e redditi da lavoro – I parte

29 Set

di Nicolò Bellanca

É vero che l’accumulo improduttivo di ricchezza cresce più velocemente della produzione di ricchezza?

Il capitalismo patrimoniale secondo Thomas Piketty

Il capitalismo patrimoniale secondo Thomas Piketty

In riferimento a Capital in the Twenty-First Century di Thomas Piketty (Harvard U. P., Cambridge, Mass., 2014; ed. orig. Le Capital au XXIe siècle, Seuil, Paris, 2013), il Nobel Paul Krugman ha scritto (New York Review of Books, 8/05/2014): «E’ questo un libro che cambierà sia il modo con cui pensiamo la società, sia il modo con cui facciamo scienza economica». Anziché farmi travolgere da un simile entusiasmo, ne propongo un breve resoconto ragionato.

Secondo Piketty, nei paesi più sviluppati la disuguaglianza di ricchezza (non di reddito, che è un flusso di ricchezza durante un periodo) raggiunse il picco tra il 1900 e il 1910: l’1% superiore della popolazione ne possedeva circa il 50%, il 10% superiore circa il 90% e la classe media ne aveva una quota trascurabile. Dopo il 1914 la disuguaglianza iniziò a ridursi, per cause complesse ma estranee al mercato, mentre oggi sta fortemente risalendo: l’1% superiore ne detiene circa il 20%, il 10% superiore circa il 50%, il 40% intermedio circa il 40% e il 50% inferiore ne ha meno del 10%. Negli USA oggi il 10% della popolazione possiede circa il 70% di tutto il capitale; il successivo 40%, che compone la “classe media”, possiede circa ¼ del totale (in gran parte in forma di case), mentre la restante metà della popolazione possiede circa il 5% della ricchezza totale.

Questi dati (e molti altri, elaborati nel libro) mostrano che il capitale tende a distribuirsi in maniera molto diseguale. La principale ragione è che il tasso medio di rendimento del capitale oltrepassa durevolmente il tasso di crescita del PIL. A parte i periodi in cui quest’ultimo è elevato, come in Europa e USA dopo la II guerra mondiale o nella Cina odierna, sul lungo periodo la crescita del PIL non supera mai di molto l’1-1,5% l’anno. D’altra parte la rendita media del capitale è di solito del 4-5% l’anno. Quindi le disuguaglianze si ampliano, poiché i grandi patrimoni provenienti dal passato si ricapitalizzano più velocemente dell’aumento della produzione e dei redditi. Oltre ai vantaggi delle economie di scala, i grandi patrimoni s’incrementano soprattutto perché hanno una più ampia gamma di opportunità d’investimento rispetto ai piccoli.

Il meccanismo-chiave è r > g, dove r indica il saggio di rendimento della ricchezza (ossia profitti netti + rendite in rapporto alla ricchezza netta), mentre g è il saggio di crescita del PIL. Se r = 4-5%, mentre g = 1-2%, la ricchezza proveniente dal passato è capitalizzata più velocemente della crescita. «L’imprenditore tende inevitabilmente a diventare un rentier, sempre più dominante su coloro che non possiedono altro che il loro lavoro. Una volta costituito, il capitale si riproduce più velocemente dell’incremento del prodotto. Il passato divora il futuro» (p.571).

Se, poniamo, il mio reddito deriva interamente da ricchezza accumulata e sono molto ricco, ne consumerò una piccola frazione, mentre sul resto guadagnerò l’r % l’anno. Nell’eventualità più semplice, se in banca ricevo un interesse del 4%, mi basta depositarvi la parte di ricchezza che non spendo, per vederla lievitare del 4% l’anno. Pertanto, ai possidenti basta risparmiare una parte delle rendite del loro capitale, affinché esso aumenti più in fretta dell’economia nel suo insieme. Soltanto quando g è eccezionalmente elevato, la ricchezza prodotta può crescere più velocemente di quella ereditata, con una corrispettiva prevalenza dei valori della mobilità sociale e della meritocrazia. La figura sotto riportata, che copre un lasso temporale che va dall’antichità all’anno 2100, fa intendere quanto il meccanismo r > g sia decisivo nell’argomentazione del libro.

Immagine

Un’altra importante ragione della disuguaglianza della ricchezza sta nell’ascesa dei super-manager. Piketty rileva che la produttività marginale del loro lavoro (ovvero l’incremento di prodotto, dovuto a un’unità addizionale di lavoro) non è osservabile; che essi hanno un ovvio incentivo a convincere gli azionisti e i dipendenti che valgono molto; che la concorrenza mercantile fallisce nell’abbassare la loro retribuzione, poiché è in continua evoluzione la struttura societaria in cui lavorano e sono molto alti i costi di sperimentazione di manager alternativi. Ne discende che i loro emolumenti stratosferici non hanno alcun legame sistematico con le performance economiche. Le due ragioni, prese assieme, consentono a Piketty di attaccare l’ideologia di un moderno capitalismo non-patrimoniale, nel quale conterebbero più i talenti individuali e il capitale umano che non la ricchezza accumulata.

A lungo termine, aggiunge l’autore, la maggiore forza di livellamento delle condizioni economiche è la diffusione della conoscenza; ma essa può esercitarsi solo se funzionano le istituzioni educative che permettono a tutti di accedere ai saperi e alle qualificazioni, ossia solo se esiste una congiuntura politica in grado di contrastare le tendenze strutturali del capitalismo. Ciò è avvenuto in pochi casi storici non facilmente replicabili.

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