“Lacci e lacciuoli”. Guido Carli e la lotta alle rendite

22 Set

di Alessandro Dafano 

Guido Carli

Guido Carli

Il problema di un’economia italiana bloccata dalle rendite non è di oggi. Che ne pensava Guido Carli?

Negli anni ‘70 ci fu un acceso dibattito sull’industria italiana e sulla necessità di una sua riconversione. Esso era importante per le connessioni con l’aumento dei salari, i cambiamenti del sistema monetario internazionale e il rialzo dei prezzi petroliferi. Carli, allora presidente dell’Ente Einaudi, considerava concluso il “miracolo economico” e pensava che fosse iniziato un altro ciclo, che richiedeva nuovi strumenti di intervento. I lavori promossi dall’Ente evidenziavano diversi obiettivi da perseguire[1]: accrescere la produttività nel settore secondario e terziario, per compensare almeno l’aumento dei costi e per eliminare il dualismo Nord-Sud[2]; riportare la domanda estera al suo ruolo trainante nello sviluppo industriale, ampliando ricerca di base e innovazione tecnologica; ridurre la spesa pubblica, eliminandone il carattere assistenziale, e orientandola verso sviluppo e infrastrutture; riprendere il processo di accumulazione; affidare alla concorrenza il compito di contrarre le rendite e agli investimenti quello di rafforzare i profitti.

Tali punti erano i problemi centrali, in parte ancora oggi irrisolti, dello sviluppo italiano, e avrebbero composto il nucleo dell’azione di Carli in Confindustria: per lui l’avanzamento civile della società richiedeva una convivenza basata sul rispetto di regole valide per tutti e su un’equa distribuzione del reddito che non impedisse lo sviluppo. Egli riteneva che il libero mercato fosse strumento indispensabile per l’affermarsi di un sistema compiuto di libertà, garanzie e responsabilità.

Carli tentò di eliminare i vincoli alle scelte produttive proponendo di introdurre una legge a tutela della concorrenza, lo Statuto dell’impresa, che riteneva necessaria per l’attività dei mercati. L’obiettivo era ridare fiducia all’imprenditoria, la cui opera era ritenuta indispensabile per lo sviluppo economico e il benessere sociale. Solo accettando questa proposta gli imprenditori avrebbero legittimato la richiesta, che rivolgevano al governo, di liberarli dai “lacci e lacciuoli” che li opprimevano e la richiesta fatta ai lavoratori di comportamenti coerenti con l’obiettivo di rendere competitive le merci italiane.

L’espressione “lacci e lacciuoli”, coniata da Tommaso Campanella negli Aforismi politici, venne utilizzata da Carli già da Governatore della Banca d’Italia, nelle Considerazioni finali del 1973: “Ancora una volta è apparso che la politica economica […] preferisce mantenere una condizione generalizzata di sofferenza per il sistema produttivo, promovendo […] interventi misericordiosi, atti a conquistare gratitudine alle arciconfraternite che li compiono. Ogni sorta di scrupolo trattiene, quando sono invocati provvedimenti destinati alla generalità; ma gli scrupoli cadono, quando […] si propongono aumenti di fondi di dotazione di enti. Resta intatta la predilezione antica per le leggi tiranniche che sono molti lacciuoli che ad uno o a pochi sono utili”.

I “lacci e lacciuoli” non erano solo quelli imposti dallo Stato, ma anche quelli imposti dagli imprenditori. Erano quelli che impedivano ai giovani capaci di conquistare un posto nella società. Già nel 1942 Carli aveva scritto: “[…] si dovranno rivedere gli impacci creati dalle leggi, togliendo gli ostacoli all’affermazione delle forze nascenti dalle libere iniziative […]. Non si tratta solo di consentire alle imprese esistenti di sopravvivere […] ma di consentire alla nuova classe imprenditrice, agli uomini di intelletto e di volontà che non hanno avuto la culla nella casa di un imprenditore affermato, di ottenere i capitali per mezzo dei quali porre in atto i propri propositi di innovazione”[3].

Carli concepiva la concorrenza come stimolo all’efficienza delle imprese e come strumento per rendere flessibile la società, garantendo il pluralismo e il ricambio delle classi dirigenti. Ma gli imprenditori non accettarono che l’attività produttiva fosse svincolata attraverso nove regole del gioco che abbattessero costi e rendite di posizione. La proposta di Carli cadde, vista la loro resistenza. Più tardi, da ministro del Tesoro, Carli sottoscrisse il Trattato di Maastricht, andando a rafforzare quel vincolo esterno di cui abbiamo avuto bisogno, data la nostra incapacità di darci regole autonome di comportamento. Probabilmente è a questa debolezza che occorre risalire per comprendere alcuni caratteri della situazione di crisi in cui oggi ci troviamo.

[1] Vedi G. Carli, Sviluppo economico e strutture finanziarie in Italia, il Mulino, Bologna 1977.

[2] Per Carli le politiche meridionalistiche avevano fallito perché si prefiggevano di ovviare agli effetti dell’arretratezza (accrescendo occupazione e reddito) piuttosto che alla causa (la bassa produttività): vedi G. Carli e P. Savona (cura), Guido Carli presidente di Confindustria, 1976-1980. Scritti e discorsi, Bollati Boringhieri, Torino 2008.

[3] Carli, “Aspetti della pianificazione dell’economia tedesca. La riprivatizzazione delle imprese”, in Rivista italiana di scienze economiche, genn. 1942, 1, pp. 67-68.

L’articolo  22/9/2014

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