Sviluppo duale e sviluppo dualistico in Italia

14 Lug

di Anna Spada

c vitaIl libro di Carmen Vita sul dualismo italiano negli anni dello sviluppo[1] ricostruisce le teorie sul dualismo economico italiano che sono emerse e si sono confrontante negli anni Cinquanta e Sessanta. La ricostruzione è incentrata sulla distinzione tra sviluppo duale e sviluppo dualistico.

Il dualismo è inteso come coesistenza in un sistema economico di differenti livelli di sviluppo in diverse zone o diversi settori produttivi. Su questa base si opera la distinzione. Lo sviluppo duale è caratterizzato da un dualismo settoriale, che tuttavia è destinato a ridursi o a scomparire autonomamente, attraverso meccanismi di convergenza guidati dalle stesse dinamiche dello sviluppo. Lo sviluppo dualistico invece descrive una realtà o un modello di analisi in cui le dinamiche dello sviluppo non sono in grado di superare il dualismo, che tende anzi ad accentuarsi. Esso genera una serie di ostacoli e rende necessario un intervento da parte dello Stato. Dunque il libro, richiamandosi a Graziani, descrive la distinzione tra uno sviluppo “duale fisiologico” e uno sviluppo “dualistico patologico”.

Di fronte a questa distinzione, l’autrice propone una terza alternativa: una concezione di sviluppo che è allo stesso tempo dualistico e fisiologico. Sempre rifacendosi a Graziani, Vita sostiene che “diversamente da quanto da più parti sostenuto”, il carattere dualistico di una economia in fase di sviluppo è normale e rappresenta il “sintomo” dello sviluppo stesso (p. 29).

L’idea di sviluppo dualistico e al tempo stesso fisiologico comporta un cambiamento di prospettiva anche rispetto all’intervento dello stato. La mancanza di una connotazione patologica non implica, come per lo sviluppo duale tradizionale, l’idea che l’intervento dello stato non sia necessario. Anzi, Vita lo considera indispensabile, riferendosi anche all’idea di causazione cumulativa di Myrdal; agli effetti di polarizzazione, prevalenti su quelli di propagazione, di Hirschman; e ancora a Singer, Rosenstein-Rodan, Scitovsky, e più in generale a quella che l’autrice definisce prima generazione degli economisti dello sviluppo.

Sebbene il libro si focalizzi sul dibattito teorico, Vita mette in evidenza più volte le relazioni reciproche che esistono tra teoria e realtà storica nel periodo considerato. Nell’immediato dopoguerra, il confronto tra paesi sviluppati e paesi arretrati ha fatto emergere come elemento di discrimine l’industrializzazione: quindi si è affermata l’equazione tra sviluppo e industrializzazione. Il fatto che l’industrializzazione richieda formazione di capitale è considerato dal libro un elemento che ha favorito l’intervento dello stato in economia (p. 16). Il rapporto tra modelli teorici e realtà politica è descritto come bidirezionale: non solo la realtà influenza i modelli ma anche i modelli influenzano la realtà. Infatti, secondo l’autrice, “la ‘svolta’ della politica di intervento straordinario verso la strada dell’industrializzazione (1957) si colloca, forse non incidentalmente, in una fase storica che vede la critica e il tramonto della teoria dello sviluppo equilibrato” (p. 57). Più in generale, tra un’idea di arretratezza storica ed una astorica, Vita sposa la prima; con la conseguente idea di sviluppo inteso come “rottura” e non come “evoluzione” (p.13).

Intorno a queste idee, il dibattito viene ricostruito distinguendo tra modelli classici, ortodossi e non-neoclassici, rispetto al modo di concepire gli squilibri economici. I modelli classici (Lewis e Kindleberger) sono caratterizzati dall’idea che lo squilibrio del mercato (del lavoro), non solo è fisiologico e naturale, ma addirittura è la via dello sviluppo. I modelli ortodossi (Vera Lutz ed Eckaus) considerano il processo di sviluppo come un processo equilibrato e gli squilibri come fenomeni esogeni, settoriali e temporanei. Infine, per i modelli non-neoclassici (Graziani, Marzano), gli squilibri sono funzionali allo sviluppo e richiedono interventi di politica economica. Sono illustrati anche il modello di Spaventa sulle forme di mercato e i modelli di sviluppo guidato dalle esportazioni (Lamfalussy e Beckerman), con particolare attenzione all’applicazione al caso italiano fatta da Graziani. L’ultimo capitolo analizza l’approccio dualistico nel contesto internazionale.

Il problema del dualismo italiano è antico ma non antiquato, data la sua persistenza e la sua estensione alla dimensione europea. Carmen Vita sottolinea come tale persistenza sia la prova del fallimento dell’ipotesi di convergenza delle regioni e nazioni europee che ha caratterizzato gli anni Novanta, e propone una rilettura del problema nei termini più attuali di convergenza/divergenza, considerando la divergenza come la categoria concettuale più adeguata ad un’idea di sviluppo “fisiologicamente squilibrato”.

(14-7-2014)

[1] Carmen Vita, Il dualismo economico in Italia. La teoria e il dibattito (1950-1970), Milano, Franco Angeli, pp. 166, 2012, € 24.

 

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Una Risposta to “Sviluppo duale e sviluppo dualistico in Italia”

  1. adepadova 14 luglio 2014 a 16:17 #

    Interessante!

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