La classe “invisibile” di Luciano Gallino

7 Lug

di Aldo Randazzo

la lotta di classe dopo la lotta di classe luciano gallinoLa crisi economica contemporanea è connessa ad una contraddizione: per un verso, non v’è mai stato nel mondo tanto denaro liquido alla ricerca di impieghi profittevoli; per l’altro, v’è un’immensa domanda di lavoro insoddisfatta.

Come si è giunti a tal punto? Per quale motivo questi fondamentali fattori della produzione, capitale e lavoro, non riescono più ad incontrarsi? Luciano Gallino (intervistato da Paola Borgna) in La lotta di classe dopo la lotta di classe, Laterza, 2012, dà una risposta a questa domanda.

La liberalizzazione dei mercati, che un tempo riguardava soprattutto le merci, si è allargata sempre più ai capitali ed al lavoro, determinando la globalizzazione dell’economia. Dalla fine degli anni ‘70 c’è un trasferimento di investimenti verso i paesi in via di sviluppo. Oggi due terzi delle merci sono prodotti in Cina, India, Filippine, Indonesia, America Latina, ed esportate in Europa e USA. Ciò è avvenuto non per la capacità di quei paesi di essere competitivi ma per iniziativa dell’Occidente.

Alla delocalizzazione degli investimenti si è associata la finanziarizzazione dell’economia. “Intorno agli anni ‘80, gli attivi finanziari – formati da azioni, obbligazioni, titoli di debito e credito, contante – e il Pil del mondo più o meno si equivalevano. Entrambi ammontavano a 27 trilioni di dollari. Poco meno di trent’anni dopo, verso il 2008, gli attivi finanziari valevano più di quattro volte il Pil mondiale”. Ciò è avvenuto perché le banche hanno creato denaro concedendo credito non garantito, emettendo titoli derivati. Produzione di denaro mediante denaro!

Alla progressiva finanziarizzazione è conseguita la redistribuzione del reddito. Le politiche fiscali, a partire dagli anni ’80, hanno favorito i redditi più alti attraverso: modifiche alle aliquote fiscali sui redditi delle persone fisiche; riduzione delle imposizioni sulle eredità; condoni. A cui si aggiungono evasione ed elusioni fiscali delle società. Tutto ciò, insieme alla delocalizzazione degli investimenti, ha comportato minori introiti per gli stati; la compressione della spesa sociale (sanità, trasporti, istruzione, pensioni, ecc.); e spesso la privatizzazione di pensioni, istruzione, suolo, risorse naturali. Il vantaggio fiscale a favore dei ricchi s’è trasformato in peggiori condizioni di vita per i più poveri.

I redditi e le ricchezze dei più ricchi sono cresciuti: per gli astronomici compensi dei manager; per la crescita delle rendite dei patrimoni finanziari; per gli sgravi fiscali su redditi e patrimoni elevati. A ciò si aggiunge il peso crescente di imposte come l’IVA, che è tipicamente regressiva. Per diversi motivi, tale tendenza è più accentuata in Italia.

Sono quindi le politiche di questi decenni, ancora in atto, che accrescono la ricchezza privata e la povertà pubblica (“terzomondizzazione del Nord”). Miliardi di euro sono destinate ad azionisti e manager, piuttosto che a ricerca & sviluppo o a nuovi impianti e infrastrutture. Ciò rallenta la domanda interna (“i salari reali in America sono fermi dai primi anni ’70 e quelli italiani ristagnano da una quindicina d’anni”). Inoltre i lavoratori dipendenti sono stati coinvolti attraverso i fondi pensione e i fondi d’investimento nella finanziarizzazione dell’economia.

Tale contesto alimenta lo scontro tra lavoratori: immigrati che offrono il proprio lavoro a costi più bassi dei locali; concorrenza con merci a basso prezzo prodotte dove le corporations hanno delocalizzato.

Il neoliberismo è stato il collante ideologico che ha consentito la rivincita del capitalismo sui lavoratori. Questa ideologia ha pervaso tutti gli ambiti della vita civile ed economica: scuola, comunicazione, beni comuni, ricerca, ecc. La cultura umanistica è giudicata oggi un lusso, se non una perdita di tempo, o è vista solo come mezzo per creare valore nel turismo, ristorazione, ecc. Ne esce sconfitta la cultura critica “come componente essenziale della democrazia, come accesso alla conoscenza che nutre l’attività di pensiero e di parola, l’autonomia di giudizio e la forza dell’immaginazione”. Il neoliberismo ha contagiato in questi anni anche la sinistra politica.

Le conseguenze per la democrazia sono immediate. Una immensa “classe in sé” (sociologicamente riconoscibile), diffusa per il mondo, non riesce ad avere rappresentanza politica (“classe per sé”). La politica si è impoverita, sia nella cultura che nell’azione pratica. Manca la dialettica tra tesi contrapposte: tutti stanno dalla stessa parte. “Manca il soggetto capace di alzare la voce in base a principi forti di rivendicazione, a istanze morali, a principi di ritrovata democrazia ed emancipazione”.

Un grande impoverimento ha colpito anche le scienze sociali: il dibattito sulle classi sociali si è spento. “Il fatto che le classi ci siano, ma che nessuno le veda, le senta, le interpreti, ne rappresenti gli interessi, ha provocato notevole danno ai processi di integrazione sociale”.

Le questioni che Luciano Gallino pone offrono un quadro oscuro per il futuro. Non si intravedono nel mondo politiche di riequilibrio a favore dei lavoratori (la “classe in sé”). Né è alle viste un futuro certo per i giovani. La crisi dei partiti di massa ha ridotto gli spazi di democrazia. Il disastro e la follia determinati dai poteri finanziari internazionali rendono le politiche di lungo periodo difficili da pensare e attuare.

 

7 luglio 2014

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