La Spagna: una politica di conflitti

5 Mag

di Estrella Trincado

Oggi la Spagna vive in una politica di conflitto, e può cadere a terra come un lottatore che perde l’equilibrio per il venir meno improvviso del suo antagonista. Nemmeno i filosofi spiegano il principio attivo del movimento; che per loro è reattivo. Ortega chiamò la realtà “contro-volontà”; e Maria Zambrano la definiva come ciò che mi circonda e resiste. Per Max Scheler il primo modo di essere della realtà è la resistenza che oppone al mondo.

Mariano Rajoy governa in questa perenne resistenza. Egli si vanta di aver consolidato il bilancio. Ma questo non ha dato frutti. Il denaro si rifugia in paesi che non sono a rischio. Per restare, esso avrebbe bisogno di speranze. E la speranza non si accresce con la pressione fiscale sui meno abbienti (aumento dell’Iva) o disarmando poco a poco lo spirito pubblico.

Quest’ultimo fenomeno è il più preoccupante, perché può diventare un cambiamento permanente del carattere nazionale. Adesso il governo punta a  stabilizzare i mercati finanziari e all’unione bancaria. Vuole cioè rafforzare gli interessi di risparmiatori e intermediari; non quelli dei disoccupati e degli esclusi, i quali arrivano addirittura al 26%. Le stesse leggi sull’unità del mercato, che Rajoy propone contro la frammentazione legislativa delle regioni, non attenuano la contesa né il nazionalismo campanilista che oggi devasta la Spagna.

Il presidente attribuisce la situazione dell’economia spagnola al peso eccessivo dell’apparato pubblico. Quindi riduce lo stipendio dei funzionari e il numero di professori e medici; ma poi aumenta il numero dei suoi assessori e “cortigiani” (+ 8% in un anno).  Rajoy insiste che l’austerità è il male minore; e che, se non si fossero prese decisioni “dure e difficili” il deficit sarebbe arrivato all’11-11,5 %. Egli non si rende conto che la vera Politica non vive di conflitto o di resistenza, ma della consapevolezza che non siamo mondi isolati e contrapposti. Noi tutti possiamo sentirci attivi e pieni di energia quando lavoriamo per qualcosa che va al di là di noi stessi.

Il governo sottolinea la colpa delle banche e istituisce un Fondo di Ristrutturazione Bancaria. Ma quelli che oggi accusano sono quelli che stavano nei consigli direttivi delle banche stesse, e che usavano la porta girevole tra mondo della politica e mondo degli affari. Il sistema premeva sui consigli direttivi perché vendessero azioni, ingannando i loro clienti più piccoli, per salvare i bilanci. Intanto quelli preposti al controllo, Banco di Spagna e Commissione del Mercato Azionario, si rimpallavano la responsabilità, sicché nessuno controllava la liceità di queste transazioni.

Adesso si disapprovano queste operazioni e si usa il mantra della razionalità economica, quando di fatto si vuol dire: la colpa è degli “altri”; non guardate ai casi di corruzione politica, che estinguono lo spirito pubblico e la credibilità del sistema. Di questi casi c’è una gran quantità. Ad esempio il caso Bárcenas, un ex tesoriere dell’attuale partito di governo, che afferma di aver fatto per quasi 20 anni pagamenti extra in nero ai dirigenti del partito e di aver concesso appalti in cambio di finanziamenti al partito. Oppure il caso Gürtel, dove un politico avrebbe creato attività per gestire fondi pubblici aggirando i divieti urbanistici e ambientali negli affari immobiliari.

Ma le stesse cose avvengono nel partito di opposizione, come nel caso EREin Andalusia. Una rete aiutava alcune aziende in difficoltà a pagare enormi commissioni agli intermediari, ad attuare pre-pensionamenti o licenziamenti, o a fare pagamenti a persone che non avevano mai lavorato in quelle imprese.

La corruzione non riguarda solo i partiti, ma tutte le istituzioni, come si vede nel caso Nóos (o Urdangarín) in cui il genero del re avrebbe utilizzato una fondazione senza fini di lucro per appropriarsi di fondi pubblici e per eludere le imposte.

Adam Smith affermava che “la generosità e lo spirito pubblico si basano sullo stesso principio su cui si basa la giustizia … implicano la nozione di un soggetto terzo che è il giudice naturale della persona … [per cui] la persona può provare soddisfazione o vergogna per le proprie azioni” (Theory of Moral Sentiments, Clarendon, 1976, pp. 189-90). Questo spirito pubblico non ha niente a che vedere col patriottismo; che in Spagna è così diffuso nella forma di campanilismo locale o di orgoglio che si contrappone all’ “altro”. Lo spirito pubblico è la percezione del bene comune e la passione per esso; è la virtù del buon governante e del buon funzionario. Per percepire lo spirito pubblico è necessaria una certa finezza intellettuale, che permetta di vedere cose insensibili, come giustizia, pace, onore, dignità.

Lo spirito pubblico, nelle società in decadenza, può ridursi al minimo. La commedia umana di Balzac descrive questa decadenza in Francia durante il secondo impero di Napoleone III, che definiva una tirannia moderata dalla corruzione. Ma proprio nei periodi di decadenza appare più evidente che, come dice Balzac, dietro una grande fortuna c’è un grande crimine.

Già i personaggi di Balzac ostentavano le fortune ottenute con la speculazione sull’esercito; le truffe ai finanzieri di Europa e di America attraverso le cambiali; ecc. E noi che credevamo di aver fatto progressi …

5 maggio 2014

 

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