I N.E.E.T.: il nuovo spettro che si aggira per l’Europa

10 Mar

di Anna Villani

 La popolazione giovanile tra i 15 e i 29 anni che non studia o non partecipa più ad un percorso di formazione ma non è neppure impegnata in attività lavorativa (i c.d. NEET: Not in Education, Employment or Training) in Italia è molto più elevata rispetto alla media europea (20,6% a fronte del 14,7%).

Il Progetto “Governance nazionale” di Italia-Lavoro del 2011 ha fatto un’analisi comparata sui dati europei, in modo da individuare le politiche attive più efficaci per ridurre il numero dei NEET.

L’ Italia ha il maggiore numero di giovani NEET (quasi 2 milioni nel 2009), seguita da Spagna e Regno Unito. Un giovane su 5 non studia e non lavora (1 su 3 in Campania e Sicilia, 1 su 10 nel Trentino Alto Adige) con una netta prevalenza di donne (57% rispetto al 43% di uomini) e di residenti nel Sud (58% rispetto al 42% del Centro-Nord).

Il tasso di NEET è correlato negativamente alla percentuale di studenti lavoratori. Una maggiore partecipazione degli studenti al mercato del lavoro, anche se hanno mansioni poco qualificate, con contratti part time o occasionali, incide positivamente nella riduzione dei NEET. In altre parole “è meglio lavorare con basso salario che non lavorare”.[1]

Lo scoraggiamento, dovuto alla mancanza di lavoro e alla diffusione del lavoro flessibile/precario può spiegare la maggiore quota di NEET italiani, ma una quota di inattivi nasconde il fenomeno del lavoro sommerso, soprattutto nel Mezzogiorno.[2] Un’altra causa dell’alta percentuale di NEET può essere lo skill mismatch (il divario, riguardo a titoli/competenze/esperienze, tra domanda e offerta di lavoro), cioè l’inefficienza dei canali di incontro nel mercato del lavoro.

Focalizzando l’attenzione solo sulle competenze professionali, occorre distinguere il mismatch verticale (chi ricopre un posto che richiede titoli e competenze maggiori o minori di quelle possedute) dal mismatch orizzontale (chi possiede skills, cioè qualificazione, di livello adeguato al proprio impiego, ma di tipo diverso). In entrambi i casi a rimetterci sono i più giovani, perché sono più disponibili ad accettare lavori e retribuzioni inferiori al titolo di studio posseduto ed incarichi per i quali non hanno esperienza.[3]

Mentre nella media dei paesi OCSE la percentuale dei NEET decresce proporzionalmente all’aumento del grado di istruzione, in Italia la percentuale di giovani laureati che non studiano e non lavorano è pari al 18,6%, persino superiore a coloro che sono diplomati (17,1%).

In nessun altro paese si registra un fenomeno simile, se non in Grecia, Portogallo e Slovenia. Il differenziale italiano può essere spiegato, non solo dal basso livello di istruzione di una fascia significativa di giovani (il 46,9% ha conseguito al massimo la licenza media inferiore), ma anche dal basso livello di occupabilità dei giovani laureati, a causa dello skill mismatch; e dalla bassa domanda di giovani laureati senza esperienza da parte delle imprese italiane. Questo spiega la tendenza dei giovani che entrano nel mercato del lavoro con qualifiche inferiori alle competenze acquisite nella scuola o nell’università al fine di trovare comunque un lavoro e di acquisire esperienze lavorative (skill mismatch per sovraqualificazione o over-skilled).

Per quanto riguarda le differenze di genere, la percentuale di giovani laureate italiane che lavora in mansioni al di sotto del proprio titolo di studio (22,8%) è di molto superiore a quella degli uomini (17,2%) e leggermente superiore alla media dei paesi OCSE (22,5%). Le donne hanno maggiori chances di trovare un lavoro coerente con il proprio titolo di studio in Germania, Olanda, Svezia e Austria.

In genere la condizione di NEET è legata alla modesta mobilità sociale, e in particolare alla scarsa possibilità dei giovani di famiglie con bassi livelli di istruzione di compiere tutto il percorso di studi fino alla laurea. Solo il 7,5% dei giovani con genitori che hanno conseguito al massimo la licenza media si laurea; mentre, se i genitori sono laureati, più della metà dei figli acquisisce lo stesso titolo di studio (58,6%). L’influenza del livello di studio dei genitori si attenua per le giovani donne; che riescono sempre, a parità di condizione sociale, a conseguire titoli di studio più elevati rispetto ai maschi.

 


[1] Glenda Quintini and Sèbastien Martin, Starting well or losing their way? The position of youth in the labour market in OECD countries, in “OECD Working Paper” No. 39, 2006, p. 9.

[2] Cfr. Gianfranco Zucca, Giovani meridionali,defezione occupazionale e rischi di esclusione sociale, in “Formazione & Lavoro”, 2/2009.

[3] Per colmare il dislivello delle skills occorre la ferma volontà politico-istituzionale ad adottare interventi concreti, tarati sui problemi di ciascun mercato del lavoro. Tra le soluzioni possibili: la revisione dei piani di studio universitari (concordati con le aziende), incentivi per gli investimenti nei settori di alta tecnologia, programmi di tirocinio e apprendistato realmente mirati alla formazione ed assunzione.

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