Complessità dell’ordinamento giuridico e ruolo dell’interprete

2 Dic

di Stefano Polidori

dirittoIl panorama legislativo, anche in settori cruciali per lo sviluppo economico, spesso è poco chiaro per varie ragioni. Innanzitutto per le carenze tecniche nel testo delle norme; ma anche a causa dell’integrazione europea, che si ispira a valori e categorie completamente diversi da quelli del diritto comune.

Sovente il giurista contemporaneo, per individuare la norma applicabile al caso concreto, deve assemblare frammenti di disciplina che sono collocati in corpi legislativi risalenti a epoche diverse, e che hanno fondamenti eterogenei. E non sempre riesce a cogliere, entro un sistema stratificato e complesso, gli elementi di unitarietà che sono garantiti dal ruolo ordinante dei principi[1]. Ciò, a causa del legame con dogmi tradizionali, ripetuti a giustificazione di soluzioni irragionevoli e inique.

 Si pensi alla formula in claris non fit interpretatio (“se il testo è chiaro, non c’è bisogno di interpretazione”)[2]. Tale brocardo (massima) si è affermato come argine agli sconfinamenti del potere giudiziario, e forse è adeguato a un sistema precostituzionale; ma oggi contrasta con un ordinamento retto dal primato dei principi costituzionali ed europei.

La lettera della legge esprime, in modo più o meno chiaro, l’intenzione del legislatore all’epoca del varo di una singola norma. Ma la sua applicazione meccanica in contesti fattuali e temporali differenti può condurre a un diniego di giustizia. Il compito dell’interprete, perciò, non è meramente esegetico: egli deve parallelamente soppesare gli interessi coinvolti nel caso in questione, per verificare come bilanciarli[3].

 Ad esempio, se le informazioni pubblicitarie diffuse da un’impresa divergono dal contenuto del contratto successivamente stipulato con il consumatore, il giurista legato alle categorie tradizionali dirà che il consumatore è tutelato dall’azione di annullamento del contratto per dolo. Tuttavia, i progetti di armonizzazione europea e, soprattutto, il concreto interesse del consumatore (solitamente volto a conservare il vincolo alle condizioni sulle quali aveva confidato) suggeriscono un rimedio differente: sostituire le pattuizioni difformi con quelle contenute negli opuscoli informativi[4].

 Altro esempio: l’art. 23 del disegno legislativo n. 58 del 1998 consente al cliente, e a lui soltanto, di invocare la nullità del contratto quadro, che regola le operazioni d’investimento in titoli, quando questo sia stato concluso con l’intermediario finanziario non in forma scritta. La norma serve a garantire la trasparenza e l’informazione agli investitori non professionali, e a dare un supporto duraturo alle condizioni degli ordini di borsa. In base a tale norma, l’assenza del requisito di forma abilita l’investitore a impugnare in ogni tempo, assieme al contratto quadro, le operazioni d’investimento effettuate dall’intermediario. Se questo è l’interesse tenuto in conto dal legislatore, non si può consentire – anche se appare fondato sul piano formale – che il cliente, a distanza di tempo, dopo aver applicato più volte il contratto quadro viziato, impartendo ordini all’intermediario, proponga l’azione di nullità per colpire solo le operazioni rivelatesi svantaggiose, mentre conserva i benefici conseguiti da quelle che hanno avuto successo[5].

 Questi esempi mostrano che un’applicazione pedissequa della norma, sganciata dalla sua ratio e dalle peculiarità del caso specifico, può vanificare la funzione della norma stessa. Non si tratta di consegnare la soluzione all’arbitrio di chi interpreta la norma. Chi interpreta deve piuttosto ricondurre l’enunciato di legge al suo retroterra assiologico. Ciò, per evitare che siano disattesi i principi che hanno giustificato l’introduzione di tale enunciato nell’ordinamento.

Un’altra massima dev’essere bandita dal frasario dei giuristi: dura lex sed lex (“la legge è dura ma va rispettata”). La formula ha sovente costituito la giustificazione ipocrita dietro la quale si è nascosto il giudice che non ha saputo andare oltre il formale ossequio alla lettera, invece di offrire una soluzione ragionevole, e perciò giusta, alla controversia che era stato chiamato a comporre.

 Eppure, proprio il canone della ragionevolezza ha ormai una valenza giuridica indiscussa: la Consulta ne ha fatto uno strumento di valutazione delle leggi ordinarie, capace di sancirne l’illegittimità, se esse non dettano regole ragionevoli. Ma la ragionevolezza è un criterio normativo a cui in prima battuta deve attenersi l’interprete. Questi ne viola il vigore quando tradisce lo spirito della regola di diritto,[6] e dà ad essa un’applicazione che contrasta con il principio che vi è sotteso.

 Il mio maestro, il prof. Pietro Perlingieri, mi ha insegnato che fra un ordinamento con ottime leggi, applicate da giuristi non all’altezza, e uno con cattive leggi applicate da giuristi capaci, è certamente preferibile il secondo. Quotidianamente mi sforzo di trasmettere agli studenti il suo prezioso magistero metodologico.


[1] P. Perlingieri, “Complessità e unitarietà dell’ordinamento giuridico”, in Rass. dir. civ., 2005, 188 ss.

[2] Ribadito a più riprese dalla giurisprudenza: per tutte Cass. 5128/2001.

[3] P. Perlingieri, Il diritto civile nella legalità costituzionale secondo il sistema italo-comunitario delle fonti, Napoli 2006, 618 s., 693 s.

[4] In tema S. Stanca, Informazioni ingannevoli e rimedi contrattuali: profili ricostruttivi, in Rass. dir. civ., n. 1/2014.

[5] Corretta la soluzione di Trib. Verona, 23 marzo 2010, in Rass. dir. civ., 2011, 1276.

[6] Cfr. V. Frosini, La lettera e lo spirito della legge, Milano 1994.

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