L’economia che verrà – Introduzione

28 Nov

di Mauro Gallegati [Documenti]

16528904-word-cloud-astratto-per-economia-del-benessere-con-tag-correlati-e-terminiQuesto libro immagina l’economia che verrà. Quella che potrebbe essere verosimile una volta che riuscissimo ad emanciparci dall’egemonia del vivere per consumare, e quindi del lavorare per consumare, anziché del vivere bene. Un cambio di paradigma reso necessario dalla consapevolezza di vivere in un mondo finito, in un ambito malthusiano mitigato dalle innovazioni di processo[1], e dove l’umanità interagisce con l’ambiente.

Solo immaginando che i bisogni umani siano infiniti, e le risorse naturali siano anch’esse illimitate, possiamo concepire la possibilità di una crescita senza fine della produzione. In un mondo finito come il nostro vale il secondo principio della termodinamica[2] e quindi, anche se la tecnologia aumentasse indefinitamente, presto o tardi si cozzerebbe contro i limiti delle dotazioni non riproducibili[3].

Ciò che questo libro cerca di delineare è che, pur non esistendo un limite superiore, forzando la sostenibilità della crescita, ci appropriamo dei consumi futuri che, come generazione, non ci appartengono[4].

 

C’è di più. Pur ammettendo che progressi tecnologici risparmiatori di energia e di risorse riescano a spostare il PIL possibile (inteso come quel livello di prodotto che non comprometta la riproducibilità), occorre interrogarsi sul ruolo dell’economia come funzionale all’uomo e non viceversa, dove si lavori per vivere (bene) e non viceversa.

Si tratta di una scelta obbligata. Da un lato, occorre considerare che se lo stile di vita statunitense venisse applicato all’intera popolazione mondiale avremmo bisogno delle risorse di altri 5 pianeti. Dall’altro, se ipotizzassimo un’equa distribuzione (per cui ogni abitante riceverebbe la stessa quota del PIL mondiale), avremmo un reddito mensile pro-capite (a parità di potere d’acquisto) di 400 $, ad oggi. Occorrerebbe dunque intervenire sui consumi riqualificandoli come prodotti a basso impatto ambientale, immateriali ed energy-saving; e nello stesso tempo intervenire sull’offerta (il reddito prodotto non sarebbe sufficiente per tutti). Non si tratta di avere una decrescita felice (i paesi emergenti e quelli ancora poveri, non possono certo proporsi di decrescere), ma uno sviluppo felice [grassetto della Redazione]. È difficile, ma appare chiaro che il sentiero sul quale siamo incamminati è insostenibile, a meno di sfociare in conflitti generazionali, tra paesi, o compromettendo l’ambiente che ci consente di vivere.

 

È un messaggio di ottimismo e disperazione allo stesso tempo.

Di disperazione, perché la storia non ci lascia sperare che dalla ricerca dell’interesse individuale emerga un risultato ottimale per la società[5]. La re-distribuzione della ricchezza che ne dovrebbe conseguire, si dovrebbe verificare all’interno di un singolo paese e tra paesi differenti, tra Nord e Sud del mondo. Si tratterebbe dunque di rompere quel legame tra ricchezza e potere che mal indirizza e guida le nostre vite.

Di ottimismo, perché in economia, a differenza delle scienze non sociali, si può scegliere. La prospettiva di morte termica dell’universo ci può spaventare, ma non ci spinge al suicidio immediato. Ci sono alternative, sta a noi sceglierle. In fisica non possiamo modificare la velocità della luce, se non dovesse piacerci, in economia sì: le leggi si possono cambiare. Possiamo perseguire la via di un aumento quantitativo del PIL, come si è fatto, ma non si potrà farlo pacificamente, per via dei limiti allo sviluppo che derivano dalla finitezza delle risorse e dalle differenti velocità delle innovazioni e della demografia. Oppure, perseguire un sogno che può apparire quasi utopico, ora, ma al quale non si può non pensare: asservire il progresso tecnologico all’uomo. Poiché l’innovazione genera profitti, ciò equivale a dire che l’umanità dovrebbe dominare il denaro, e non viceversa, riducendo, ad esempio, il tempo dedicato al lavoro.

 

Dobbiamo perseguire una società dove il benessere sia dato dal vivere bene e non dalla quantità di beni che possiamo consumare o produrre; e dove il reddito prodotto sia condiviso[6]. La metamorfosi dell’economia si realizzerà, date le premesse da cui si parte: limitatezza delle risorse, progresso tecnologico la cui introduzione è di velocità finita, la produttività che uccide i settori di successo (prima l’agricoltura, ora l’industria) poiché aumenta l’offerta, ma non la domanda. Per sostenere quest’ultima, individuo tutta una serie di provvedimenti (dal reddito di cittadinanza, all’economia della partecipazione, al tempo libero) mentre l’offerta va indirizzata alla sostenibilità (con innovazioni risparmiatrici di energia e risorse, tassazione delle produzioni insostenibili, e de-materializzazione della produzione) all’interno di una più equa re-distribuzione dei redditi. Insomma, si crescerebbe equamente godendo, ognuno come sa e può, la vita. Come dirò tra breve, non si tratta di decrescita felice, ma di crescita qualitativa.

 

Ci sono molti lavori sulla sostenibilità dello sviluppo[7]. Qui mi interesso di cosa accadrà all’economia degli anni a venire, di quale sarà il futuro economico delle prossime generazioni (Capitolo 5), ma anche di cosa ha prodotto la Grande Recessione (Capitolo 3) e di come possiamo uscirne come Paese (Capitolo 4). Non sorprenderà certo, viste tali considerazioni, che l’Italia può indirizzarsi verso l’attività di ricerca che favorisca l’introduzione di innovazioni sostenibili ed i vantaggi comparati provenienti dalla natura e dalla cultura.

 

Il pensiero corre ovviamente al Keynes delle Prospettive economiche per i nostri nipoti. Nel 1930, infatti, Keynes immaginò come potesse essere l’economia del 2010: piena di tempo libero e bisogni soddisfatti dall’aumento della produttività. Ciò che immaginava è che il limite fosse dato dai bisogni, senza distinguere però tra bisogni primari ed indotti. I primi sono certo limitati[8], ma i bisogni indotti no[9]. Abbiamo scoperto che i bisogni si possono creare e quindi, se ipotizziamo che il PIL li soddisfi, allora aumentare il prodotto equivale a soddisfare nuovi bisogni e più cresce il PIL più bisogni siamo in grado di esaudire[10].

Secondo la decrescita felice[11] esiste un limite fisico alla produzione, cioè non può esistere una crescita illimitata se le risorse sono limitate, come è in un ambiente ecologicamente chiuso. Il quadro che qui delineo è più complesso pur condividendone l’approdo: l’assurda relazione tra vivere per lavorare e lavorare per consumare.

 

Ci troviamo di fronte ad un vincolo che deve costringere a ripensare la nostra vita, l’economia come funzionale all’umanità. Per quanto la tecnologia ci possa aiutare, un’espansione senza fine del prodotto fisico sarebbe impossibile in un sistema con risorse non riproducibili. Saremmo destinati allo stato stazionario. Sostengo invece che una prospettiva simile sia parziale. Non esiste uno stato stazionario, in quanto le innovazioni possono spostare in avanti tale stato, ma il sentiero sul quale siamo incamminati non è facile né unico. Non è facile perché innovare è faticoso, non è unico perché è ormai giunto il momento di riconoscere la morte della dittatura del PIL e di riconoscere ad ogni singolo paese la dignità di perseguire la propria strada del benessere, che non è necessariamente quella di produrre più merci[12].

 

Di seguito immagino come l’economia potrà cambiare, e la nostra vita con essa. Da più parti si sostiene ormai che il PIL è una misura sbagliata della nostra vita: se lo abbandonassimo come unico indicatore e stella polare del nostro viaggio, magari integrandolo con altre misure, potremmo ottenere quel cambiamento del modo di vivere che auspico. La stazionarietà del PIL non implica la fine dell’economia tout court: implica la fine dell’economia capitalistica come accumulazione di merci, non del progresso tecnico o dell’aumento del benessere. Anzi, è proprio l’innovazione che ci libererà dal lavoro, rendendolo dignitoso[13], e dai bisogni primari, lasciando intravedere agli abitanti della Terra la possibilità di incamminarsi lungo un sentiero di benessere[14]. […]


[1]        Le innovazioni sono generalmente distinte dagli economisti in innovazioni di processo, di prodotto e dirompenti (disruptive). Quelle di processo, consentono di produrre una certa quantità di beni impiegando meno risorse; le altre generano nuovi prodotti o migliorano quelli esistenti. Le prime consentirebbero di affrancarci dallo stato stazionario, purché siano risparmiatrici di risorse ed energia. Quelle del secondo tipo permettono invece di allargare le possibilità di scelta arricchendo il numero di prodotti. Un’innovazione dirompente è invece quella che contribuisce a creare un nuovo mercato e va a sostituire una tecnologia precedente: dalla diffusione di queste innovazioni, purché rispettose dello stock di risorse non-riproducibili, ci si può legittimamente attendere uno sviluppo delle nostre economie. Se questa condizione viene rispettata l’economia è sostenibile. In presenza di una progressiva riduzione dello stock di risorse esauribili, sotto condizioni probabili quanto la rinuncia di don Giovanni alle donne, l’economia mainstream dimostra che, con la regola di Hartwick, se l’intera rendita di estrazione della risorsa esauribile viene investita in capitale prodotto dall’uomo (utilizzato per la sostituzione della risorsa esauribile), allora il consumo può rimanere costante nel tempo.

[2]        Il principio sostiene che in un sistema chiuso, come la Terra, il disordine (entropia) aumenta continuamente fino all’equilibrio. Georgescu-Roegen ha introdotto questo concetto nell’economia (bioeconomia). La freccia del tempo rompe la circolarità della visione mainstream, e considera che qualsiasi processo economico che produca merci materiali oggi diminuisce la possibilità futura di produrre altre merci, poiché nel processo economico la materia si degrada. Se disperse nell’ambiente, le materie rinnovabili possono essere reimpiegate nel ciclo economico solo in misura molto minore e a prezzo di un alto dispendio di energia. Materia ed energia, quindi, entrano nel processo economico con un grado di entropia relativamente basso e ne escono con un’entropia più alta: questa smetterà di crescere raggiunto l’equilibrio, quando le risorse saranno del tutto esaurite.

[3]        Banalmente se immaginiamo che un falegname produca sedie utilizzando legno e tecnologia, anche se questa ultima tendesse a valori infiniti, se la foresta da cui attingere il legname è limitata, un utilizzo oltre la riproducibilità della stessa comprometterebbe la produzione.

[4]        Il concetto di sostenibilità che utilizzo è limitato alla sola sfera economica, come quel livello di prodotto che è riproducibile: cioè che la tecnologia e le risorse riescono a replicare nel tempo. Una fondamentale distinzione si ha fra risorse rinnovabili e non rinnovabili. Le prime sono quelle che derivano da processi naturali riproducibili e che, generalmente, non possono essere influenzate dall’attività umana. L’utilizzo che l’uomo fa di una risorsa rinnovabile non influenza il livello di essa che gli uomini riceveranno negli anni futuri. Le risorse non rinnovabili, oltre ad essere disponibili in maniera limitata, una volta esaurite sono perse per sempre.

[5]        La distribuzione della ricchezza di oggi è sorprendentemente simile a quella medioevale o dell’imperatore Cin, poiché vale quello che gli econofisici definiscono come l’effetto di San Matteo: a chi più ha, più verrà dato. Stefano Zamagni, commentando questo scritto, mi fa notare che l’effetto di San Matteo è stato coniato nel 1968 da Robert Merton, per chiarire il concetto di “vantaggio cumulativo”. Il sociologo Merton era contro l’effetto San Matteo. Oggi, invece, esso ha preso il nome di meritocrazia, concetto che viene usato a significare meritorietà (mentre i due concetti sono uno l’opposto dell’altro).

[6]        Lavorando di meno, ci sarebbe una diminuzione del potere d’acquisto individuale che si traduce in un calo della domanda aggregata, a meno che non intervengano forme di re-distribuzione della ricchezza.

[7]        L’economia mainstream incorpora lo sfruttamento delle risorse naturali nell’analisi della crescita. Il paradigma di riferimento è quello dello sviluppo sostenibile, proposto nel 1987 dal rapporto della World Commission on Environment and Development, Rapporto Brundtland “quello sviluppo che soddisfi i bisogni del presente senza compromettere la capacità delle generazioni future di soddisfare i propri”. Seppure il concetto di sviluppo sostenibile si presta comunque a numerose critiche (a cominciare dall’idea di bisogno che, come vedremo dipende fortemente dal paese e dal periodo storico), dalla definizione emerge l’idea di limitatezza del concetto di crescita (già presente nei Limiti allo sviluppo del Club di Roma) e si sottolinea la possibilità che le azioni del presente possano influenzare la realtà e le disponibilità di risorse delle generazioni future. Rimando anche alla letteratura sul decoupling: un “mito” secondo il quale grazie alla tecnologia verde ed alla riprogettazione eco-compatibile dei beni si supereranno i limiti delle risorse.

[8]        Vogliamo nutrirci e riprodurci, come insegna la Bibbia, senza diventare elefanti e scimmie bonobo.

[9]        Per bisogni indotti si intendono tutti quei bisogni che sono fatti sorgere nella mente del soggetto dall’azione della pubblicità o da particolari pressioni derivanti dall’esterno.

[10]      Marina Bianchi fa notare che già Keynes aveva ipotizzato l’esistenza di bisogni che legati al desiderio di superiorità e di stato sociale, non sono mai saziabili. Per Scitovsky anche abitudini e dipendenze possono diventare bisogni insaziabili. Secondo queste spiegazioni il PIL cresce, ma non quella ricchezza che garantisce un permanente vantaggio individuale o sociale. Esistono poi, sempre secondo Scitovsky, consumi creativi; quei consumi che hanno il potere di coinvolgere e rinnovarsi e che diventano quindi una fonte di piacere che dura nel tempo, come leggere un romanzo, ascoltare la musica, ma anche conversare, praticare uno sport, o la scienza. Ci ammonisce la Bianchi, da un lato, a riconoscere l’importanza delle attività creative e delle capacità che ne consentono il godimento e, dall’altro, a saper indirizzare l’offerta in questa direzione. La conquista di questo ci consentirà di vivere piacevolmente.

[11]      Un paradigma alternativo all’economia accademica (poiché non si basa sull’obiettivo di crescita più alta possibile del PIL pro-capite) di cui parlo più diffusamente nella sezione 2.2; si veda l’incessante produzione di Latouche e l’intelligente divulgazione di Pallante.

[12]      Come recita il titolo del bel lavoro di Jackson, può esistere Prosperità senza crescita.

[13]      Secondo l’Organizzazione Internazionale del Lavoro, un lavoro è dignitoso quando garantisce un reddito equo, sicurezza sul lavoro e protezione sociale per le famiglie, prospettive di sviluppo personale ed integrazione sociale, e parità di genere.

[14]      Schumpeter distingueva tra crescita e sviluppo. La prima si ha solo con un aumento quantitativo della produzione, a tecnologia fissa; l’altra, quando l’introduzione di innovazioni consente di aumentare il prodotto. Solo nel primo caso esistono limiti alla produzione in sistemi chiusi. Sulla fine del lavoro esiste una letteratura quasi sterminata: da Marx a Lafargue a Rifkin.

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Una Risposta to “L’economia che verrà – Introduzione”

  1. adepadova 8 dicembre 2013 a 09:36 #

    La scelta effettuata per il grassetto della redazione alla frase “Non si tratta di avere una decrescita felice (i paesi emergenti e quelli ancora poveri, non possono certo proporsi di decrescere), ma uno sviluppo felice” spero sia orientata ad evidenziare che quella frase esprime una visione distorta del concetto di decrescita felice e non di evidenziare la correttezza della stessa. Nessuno che creda nella decrescita ha mai detto che quanti non siano adeguatamente “cresciuti” debbano decrescere (mi piace più questa locuzione invece che quella di “paesi emergenti” o -peggio- “paesi poveri”). A decrescere dobbiamo essere noi “occidentali obesi”. Se una comunità è ancora molto al di sotto dei livelli di riproducibilità ha tutto il diritto di crescere. E’ chi quei limiti li ha superato (da tempo e di molto) che la deve smettere e tornare indietro (e cioè decrescere)

    In realtà tutta la tesi espressa nell’articolo è impregnata di decrescita felice, solo che l’autore preferisce chiamarla in altro modo. Niente di male, ma è scorretto dire che la decrescita è una cosa che non è.

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