La trasmissione delle disuguaglianze fra generazioni

4 Nov

di Anna Villani

In tutti i paesi occidentali i livelli di istruzione raggiunti dai figli risentono del carattere delle famiglie di origine (Franzini e Raitano 2010).

Nella maggior parte dei paesi nordici, gli effetti delle condizioni economiche familiari sono limitati; sia gli effetti diretti (nella fase lavorativa) che quelli indiretti (nella fase formativa), mentre l’opposto si verifica nei paesi mediterranei (indagine ISTAT EU-SILC 2005).

Esistono numerosi studi empirici dedicati alla persistenza intergenerazionale delle disuguaglianze (vantaggi e svantaggi di intensità variabile) nei diversi paesi. Tra i paesi avanzati, l’Italia ha la maggiore persistenza, insieme a Stati Uniti, Regno Unito e Svizzera.

Tali studi hanno un approccio sociologico o un approccio economico. Il primo spiega la posizione sociale e l’occupazione dell’individuo in base alla classe di appartenenza. Il secondo definisce la posizione sociale mediante indicatori di reddito e/o ricchezza.[1]

Un’analisi dei canali di trasmissione delle diseguaglianze tra generazioni (genetico, economico, culturale/familiare e sociale) è stata effettuata da Meade 1973; Franzini e Raitano 2010. Dalla interazione di questi quattro canali si creano numerosi condizionamenti positivi o negativi per le prospettive future, quanto a livello di istruzione, tipo di occupazione e tenore di vita.

Un ambiente familiare e sociale culturalmente depresso può ridurre le probabilità di proseguire gli studi (Schizzerotto 2002). Ma analisi empiriche hanno dimostrato che la trasmissione intergenerazionale dello status socio-economico è un processo di lungo termine che continua ad operare dopo il completamento degli studi, condizionando sia l’accesso sul mercato del lavoro sia le successive prospettive di carriera.

Da un’ analisi effettuata in alcuni paesi europei (ISTAT, progetto EU-SILC 2005) sono emerse alcune ipotesi di base:

  •        Chi proviene da un background familiare migliore riceve un’istruzione di migliore “qualità” o percepita come tale. Il grado di istruzione dei genitori influenza le scelte dei figli: più alto è il livello di istruzione dei primi, più alta è la percentuale degli intervistati che hanno frequentato il liceo (persistenza dei titoli scolastici tra generazioni).
  •  Chi ha maggior reddito, o migliori relazioni sociali, ha maggiore facilità ad intraprendere o proseguire attività autonome e professionali ben remunerate.

L’esistenza di ordini professionali mal funzionanti costituisce il primo canale di propagazione delle diseguaglianze. Piuttosto che garantire la qualità del servizio e proteggere il consumatore, in Italia gli ordini professionali sono di fatto un meccanismo di frizione della mobilità intergenerazionale, e contribuiscono a trasmettere lo status socio-economico da una generazione all’altra (Ferragina 2013).

  •        Chi ha maggiori difficoltà economiche incorre in un maggior costo-opportunità nel cercare la migliore offerta lavorativa.

Chi proviene da famiglie meno abbienti ha più difficoltà a mantenersi nella fase di ricerca del lavoro e quindi è costretto ad accontentarsi del primo lavoro disponibile, spesso rinunziando ai percorsi formativi elevati. Forme di sostegno al reddito o un reddito minimo nelle fasi di disoccupazione potrebbero avere effetti positivi sulla qualità dei lavori trovati. Essere choosy nella scelta del primo lavoro, anziché accettare un primo lavoro inferiore che può condizionare negativamente il successivo sviluppo della carriera, può quindi essere una scelta razionale in attesa di migliori opportunità (Raitano 2013). Essere choosy aiuta anche a non sprecare risorse individuali e collettive in lavori poco qualificati nonostante anni di impegno nello studio (Saraceno 2013).

  •       L’appartenenza a social networks più svantaggiati impedisce di raggiungere posizioni lavorative apicali (il c.d. “soffitto di vetro”);
  •       genitori con gradi bassi di istruzione hanno maggiore avversione al rischio di investire nel capitale umano dei figli, per la più elevata probabilità di fallimento nel percorso scolastico e/o nella carriera lavorativa.

Bibliografia

Ferragina E. (2013) “Chi troppo, chi niente”, Rizzoli.

Fiorio C., Leonardi M. (2010) “Mobilità intergenerazionale nell’istruzione in Italia” in Immobilità diffusa. Perché la mobilità intergenerazionale è così bassa in Italia, Quaderni della ricerca sociale n.21, Ministero del Lavoro e Politiche sociali.

Franzini M., Raitano M. (2010) “Non solo istruzione. Condizioni economiche dei genitori e successo dei figli nei paesi europei” in Immobilità diffusa (v. sopra).

Meade J. (1973) “The inheritance of inequality: some biological,demographic, social, and economic factors” in The proceedings of the British Academy, vol. 59, pp. 355-381.

Raitano M. (2013) “Di padre in figlio: l’Italia feudale” in MicroMega, Almanacco di economia, n. 3/2013.

Raitano M., Vona F. (2010) “The economic impact of upward and downward occupational mobility: a comparison of eight EU member states”, Ofce Working Paper, No. 29.

Saraceno C. (2013) “Perché la cultura disturba i manager” in la Repubblica del 28/8/2013.


[1] I due approcci differiscono anche per gli strumenti di analisi. Nel primo caso si usano le matrici di transizione degli status occupazionali; nel secondo, si usano indicatori sintetici che riassumono la persistenza dei differenziali di reddito o di ricchezza.

 

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Una Risposta to “La trasmissione delle disuguaglianze fra generazioni”

  1. Paolo Palazzi 4 novembre 2013 a 17:16 #

    Sono molto d’accordo con l’impostazione e le considerazioni dell’articolo.
    Aggiungerei un altro aspetto: la possibilità di essere “choosy” non solo ha un effetto sul livello di qualificazione e reddito della scelta del lavoro, altrettanto importante, a mio avviso, è la possibilità di scelta della qualità e tipo del lavoro, spesso non sufficiente come reddito, ma gratificante come qualità. Mi riferisco a professioni artistiche di vario genere che, essendo per loro stessa caratteristica con speranze di successo molto incerte, implicano: da una parte un lungo periodo di reddito sotto il livello di sussistenza, dall’altra una probabilità di successo (in termini di reddito) molto bassa.
    Ne consegue che la copertura familiare acquisisce un’importanza decisiva, mentre, per chi proviene da famiglie meno agiate, tale scelta implicherebbe enormi sforzi e sacrifici personali.
    Si potrebbe affermare che chi viene da famiglie meno agiate è più selezionato e quindi più facile a raggiungere il successo, forse, ma non ne sono molto convinto. Molti di questi mestieri restano per un lunghissimo periodo di tempo a reddito molto basso e a assicurazione per il futuro (pensionamento) bassissimo o inesistente, in questa situazione la copertura familiare diventa quasi una necessità,anzi un prerequisito.
    Un reddito di cittadinanza darebbe la possibilità nel tentativo di scelta di questo tipo di lavori a una quantità di giovani molto più ampia, con effetti probabilmente molto migliori sulla qualità delle professioni stesse.

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