Lo sviluppo differenziato di Becattini

14 Ott

di Cosimo Perrotta

Cover_2.2010_x700_109ee926963b98c57113cd7af36c3919Leggere Becattini fa sempre bene a un meridionale come me, naturalmente incline al pessimismo, perché vi ritrova una fondata speranza di sviluppo, illuminata da profondità critica e da una prosa icastica. In un breve scritto recente, “La lunga marcia degli studi economici verso il territorio”,[1] l’autore – che è il maggiore esperto italiano di sviluppo fondato sul territorio – sintetizza il suo pensiero con particolare efficacia. Le risorse umane, egli dice, sono diverse da luogo a luogo, “per impostazione mentale, valori, conoscenze”. Inoltre le organizzazioni territoriali delle diverse aree si sono formate nei secoli in modo diverso. Negli anni Cinquanta, per gli economisti, “la storia era solo il dispiegamento, nei diversi luoghi, di leggi uniformi dello sviluppo umano; già tutte abbastanza chiare”. Sicché lo sviluppo aveva una direzione unica. Esso appariva come “la fila sgranata dei ciclisti sulle rampe della montagna dell’industrializzazione pesante ed high tech”.

In realtà, afferma Becattini seguendo il suo maestro Bertolino, “ogni gruppo umano insediato, dotato di una lunga storia, esprime qualche potenzialità di sviluppo, in qualche direzione, che però può restare bloccata da qualche complesso di condizioni, esterne o interne”. Perciò Bertolino parlava di aree depresse, “bloccate nei loro possibili sviluppi”, e non di aree arretrate. Ogni territorio è “un caleidoscopio, di centri produttivi e di vita quotidiana”, con una sua tradizione e specializzazione. Si tratta di individuare e assecondare queste vocazioni, servendosi (come dice l’autore nel suo bel libro Ritorno al territorio, che raccomando ai lettori attenti)[2] degli studi, anche complessi degli specialisti, compresi storici, sociologi, psicologi, ecc. Infatti, come dice Cattaneo, il territorio è “storia fattasi natura”. Cioè è un costume, modi di ragionare, valori e relazioni che si sono sedimentati nel tempo attraverso particolari processi sociali.[3]

Becattini cita il suo compianto amico Giorgio Fuà, il quale “si era accorto che un paese che entri tardi nella divisione mondiale del lavoro, non può entrare dalle stesse porte dei suoi predecessori”, il cui sviluppo ha creato barriere all’entrata per gli altri. Perciò “chi arriva dopo deve costruirsi lentamente, faticosamente, la sua strada nei settori produttivi che godono di lasciti storici importanti o nei pertugi rimasti semiliberi sul mercato mondiale”. Ma lo deve fare secondo le sue proprie potenzialità, secondo il suo “patrimonio di conoscenze, di attitudini, di valori”.

Questo è in sostanza l’Italia. Un paese in cui ciascun territorio, città, area ha sviluppato nel tempo attitudini proprie, grazie alla “lunga, tormentata, storia dei suoi mille luoghi e ceppi di popolazione”.

Così, spiega Becattini, si è sviluppato il made in Italy, il quale ha creato un mercato internazionale per le “nicchie di mercato” dei vari territori italiani. Si noti l’ossimoro, che però esprime benissimo la realtà. Se si rispetta e si valorizza la tradizione locale, sembra dirci Becattini, la nicchia di mercato che essa forma, può creare – non un mercato protetto, piccolo e parassitario, cosa che in genere si sottintende con questa espressione – ma una capacità di affermarsi nella concorrenza internazionale. Si tratta di una capacità che non dipende dalle economie di scala e dagli standard “universali” dello sviluppo.

È vero che lo sviluppo non può essere fatto solo del made in Italy comunemente inteso, cioè la moda e un po’ di design. Ma credo che Becattini pensi anche alla meccanica di precisione, all’architettura e tecniche di restauro, all’ingegneria, ai vari strumenti o componenti di alta specializzazione, alle piastrelle, ai cibi, ai vini in cui brillano i distretti italiani. Egli pensa alle “tante potenzialità maturate nella lunga, tormentata, storia dei suoi mille luoghi”, dove si sono formati “i pratesi, i biellesi, i carpigiani e tanti altri ceppi locali di popolazione”.

Va bene. Ma che dire dei barlettani, gli avellinesi, i messinesi, ecc., la cui autonomia e le cui identità culturali e di costume, se ci sono mai state, erano già disperse in pieno medioevo? Quali sono le specificità di queste città del Sud, accomunate dall’avversione verso lo stato, che sembrano distinguersi solo per il santo patrono diverso? Eppure era proprio il siciliano Bertolino – ci ricorda Becattini – che parlava di potenzialità locali represse.

In effetti, anche nel Sud ci sono potenzialità da scoprire e da valorizzare. Se non derivano dalla storia lontana, possono derivare da tradizioni recenti o da specificità naturali o dai progetti dei giovani. L’importante è credere nelle proprie possibilità; e combattere tenacemente contro quello che già Antonio Genovesi, il grande illuminista napoletano, individuava come l’ostacolo principale allo sviluppo del Sud: l’atteggiamento di chi dice “Non si può”.

 


[1] In A. Magnaghi, D. Poli (a cura di), “L’approccio territorialista al progetto di luogo: Contesti, Città, Territori”, Progetto, n. 1/2011, Firenze, pp. 31-36.

[2] Pubblicato da il Mulino, 2009.

[3] In questo senso Becattini ricorda Hirschman; cfr. Claudia Sunna, “Albert O. Hirschman sobre América Latina: teoría y política del desarrollo económico”, in Puente@Europa, Vol. 1, luglio 2013, p. 27, http://www.ba.unibo.it/BuenosAires/Extension/PuntoEuropa/ediciones.htm

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