Liberalizzare la finanza cinese?

10 Ott

di Kevin Gallagher [Documenti]

In un articolo apparso fra l’altro su The Japan Times (luglio 2013) Gallagher, professore alla Boston University, affronta il tema della possibile liberalizzazione finanziaria cinese. La Cina da anni pone restrizioni ai movimenti di denaro con l’estero. In effetti i paesi emergenti che hanno tolto queste restrizioni hanno dovuto affrontare grosse crisi finanziarie. La Cina, scrive Gallagher, è troppo grande per fallire. Il mondo non se lo può permettere.

C’è un’imponente documentazione che dimostra che la liberalizzazione dei movimenti finanziari con l’estero non implica la crescita e inoltre, nei sistemi finanziari che sono sul nascere, tende a provocare crisi bancarie.

La Cina ha appena alzato il tetto consentito di investimento speculativo straniero. Perché tanta fretta? Guan Tao, direttore della Amministrazione dello scambio estero ha dichiarato che lo scopo è di fare dello yuan una moneta mondiale. Non c’è dubbio che in futuro sarà bene avere altre monete mondiali oltre al dollaro. Questo è sempre più una rischiosa scommessa. Inoltre commerciare in yuan ridurrebbe il rischio del tasso di cambio per una fetta molto larga del commercio mondiale, quello con la Cina.

Tuttavia la Cina non dovrebbe mettere il carro davanti ai buoi. Dovrebbe prima riformare il tasso d’interesse, il tasso di cambio e il sistema di regole finanziarie. Ma queste riforme sono incompatibili con la deregulation finanziaria. La stabilità finanziaria è essenziale per procedere alle necessarie riforme mantenendo lo sviluppo e la stabilità politica.

I tassi d’interesse cinesi sono stati tenuti bassi per assicurare all’industria prestiti a basso costo. Ciò ha permesso di inondare il mondo di manufatti cinesi. Ma adesso i tassi d’investimento sono troppo alti e la Cina deve consumare di più. I tassi bassi hanno spinto le famiglie a investire troppo in case e ciò ha provocato una bolla immobiliare.

Se si liberalizzassero i movimenti finanziari con l’estero prima del tasso d’interesse, ci potrebbe essere una grande fuga di capitali. I tassi d’interesse più alti all’estero attirerebbero i risparmi di molti cinesi ricchi. La fuga di capitali inoltre sarebbe una minaccia per la riforma del tasso di cambio, che pure è migliorato molto negli ultimi due anni, provocando un apprezzamento dello yuan del 35-50%.

La fuga di capitali potrebbe deprezzare di nuovo la moneta, indebolire il potere d’acquisto dei consumatori e bloccare la riforma. La Cina ha bisogno di continuare la riforma del sistema di regole finanziarie. Le grandi banche fanno ancora grossi prestiti poco produttivi e sono collegate sempre più con un sistema bancario ombra non regolato appropriatamente.

Bisogna riformare seriamente le banche, se devono competere sul mercato finanziario internazionale. L’esperienza insegna. Quando l’America Latina aprì prematuramente le porte alla finanza internazionale negli anni Novanta, le banche locali furono spazzate via. Per di più le banche estere non fecero prestiti alle imprese locali che avevano idee innovative. Questo minò alla base la crescita e la trasformazione; causò tassi d’investimento bassi e de-industrializzazione.

Le ricerche del FMI e di altri mostrano che i flussi di capitali tendono a gonfiarsi rapidamente e poi a fermarsi. La crisi finanziaria globale ha accentuato questa tendenza. C’è stata prima un’impennata del flusso di capitali verso i mercati emergenti, a causa dei tassi d’interesse bassi delle economie sviluppate. Ma dopo che la Federal Reserve ha mostrato il proposito di rallentare l’acquisto di titoli, i capitali stanno abbandonando i mercati dei paesi emergenti. E anche prima di ciò le cose mostravano di tendere verso una bolla speculativa. Nel periodo 2009-13, quando c’era afflusso di capitali, i tassi di cambio crescevano. Ciò depresse le esportazioni e causò la bolla immobiliare.

Ora che i tassi di cambio calano, i prestiti della bolla creditizia sono più cari perché sono computati in dollari. Quindi bisogna regolare i flussi di capitale perché il tasso di cambio possa fluttuare in corrispondenza con l’economia reale, e non in sintonia con i capricci della speculazione finanziaria.

Oggi c’è consenso tra gli economisti e tra le istituzioni finanziarie che la liberalizzazione dei capitali non va di pari passo con la crescita economica nei paesi emergenti; e che essa è causa di crisi bancarie, specialmente nei paesi con tassi di cambio fissi. Ha cambiato parere persino il FMI che metteva la liberalizzazione dei capitali come priorità.

La Cina, ricorda Gallagher, poté evitare le crisi degli anni Ottanta e Novanta che avvennero in America Latina e in Asia orientale (quando l’Indonesia si bloccò per un decennio) proprio grazie ad un’accorta regolazione del flusso di capitali con l’estero.

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