Assistenti familiari: a che punto siamo

13 Giu

di Cristina Sunna

Nel 2011 l’Organizzazione Internazionale del Lavoro (O.I.L.) ha approvato la Convenzione n. 189 sul lavoro dignitoso per lavoratrici e lavoratori domestici. Il Governo italiano, primo dell’Unione Europea, l’ha ratificata il 22/1/2013 (entrerà in vigore il 5/9/2013). Il lavoro domestico va assumendo una crescente importanza sia per il numero degli addetti sia per la necessità di costruire un profilo flessibile e all’altezza delle aspettative sociali.

Alla luce degli sforzi a livello europeo per attribuire dignità al lavoro domestico, la retorica che divide questo lavoro tra schiavi e padroni non giova. Occorre superare il preteso ruolo familiare di questi lavoratori. In Italia troppo spesso si confondono le problematiche lavoristiche, previdenziali e fiscali con la dimensione personale e sociale del lavoro dei/delle badanti.

L’attività di assistenza domiciliare, nelle sue varie declinazioni, è spesso oggetto di una sorta di “poetica dell’angelo del focolare”, in un passato non troppo lontano ritagliata sulle madri di famiglia. Questo approccio fuorviante determina due conseguenze negative: da un lato, sminuisce il ruolo professionale degli addetti; dall’altro, al contrario, ingrandisce le loro responsabilità, immettendo il senso di un vincolo (affettivo o di sangue) che è estraneo al rapporto di lavoro.

Occorre inoltre liberare il tema dalla retorica della “domiciliarità a ogni costo”, che impone sensi di colpa in coloro che si avvalgono di una residenza socio-sanitaria o di una struttura ospedaliera. Senza tali strutture spesso non si potrebbe gestire la cura delle persone, per quanto care, o si rischierebbe di distruggere la vita propria e quella familiare. È opportuno astenersi dai giudizi se alcuni ricorrono a soluzioni esterne, differenti dalla cura domiciliare, a causa dell’impegno eccessivo o per la complessità del lavoro richiesto o per limiti di tempo. D’altra parte è necessario riconoscere ai lavoratori domestici la dignità e la professionalità che spetta ad ogni lavoratore.

Le sovrapposizioni o sovraesposizioni mediatiche sulle storie di assistenti familiari sono all’ordine del giorno: l’enfasi sulle violenze contro una o l’altra parte del rapporto di lavoro domestico, le generalizzazioni a carico di una determinata etnia statisticamente molto presente in questo lavoro, le dure condizioni di viaggio e di permanenza in Italia con riguardo agli stranieri addetti sono gli argomenti più trattati. Si parla di tutto questo, ma non si cercano soluzioni reali come organizzare sportelli di collocamento pubblico e privato dedicati in grado di gestire elenchi di datori di lavoro e di lavoratori; introdurre la detrazione fiscale totale del costo dell’assistenza domiciliare; organizzare il monitoraggio/tutoraggio pubblico sulla qualità delle prestazioni, che permetta di intervenire sul bisogno formativo degli addetti in modo mirato e flessibile.

Troppo spesso, poi, la letteratura che sottolinea il carattere domiciliare nella cura dei non-autosufficienti trascura di affiancare al dato dell’innalzamento dell’età media della popolazione il dato del miglioramento della qualità della vita e del benessere sociale. Questi due elementi vanno considerati congiuntamente. Oggi sono saltati gli schemi della famiglia tradizionale, che fino a qualche decennio fa si faceva carico degli anziani, anche non auto-sufficienti. In quella logica generazionale ciclica, una volta cresciuti e avviati al lavoro i figli, si ricominciava a curare, a domicilio, i propri genitori o i vari affini nel frattempo malati o invecchiati.

Questo schema è stato superato dall’organizzazione di vita delle coppie di lavoratori con figli, sospesa tra conciliazione dei tempi di vita e di lavoro, desiderio di investire nella propria carriera lavorativa e diritto alla felicità. Nelle ultime generazioni il crescente investimento negli studi e nella cultura ha spostato in avanti la nascita dei figli. Le nascite coincidono a loro volta con il momento in cui si comincia a lavorare o a cercare di realizzarsi professionalmente. Al contempo, il miglioramento delle condizioni generali di salute ha spostato in avanti l’età in cui si manifestano le fasi acute dell’invecchiamento e delle malattie, con la conseguenza che il carico di cura per la non auto-sufficienza incide maggiormente su una popolazione attiva sì, ma in età avanzata, vale a dire anche in una fase in cui le energie diminuiscono e si desidererebbe godere i risultati di una certa stabilità. Se si aggiunge il peso imposto dai tempi delle città, ci si rende conto che è necessario ricorrere a professionisti esterni per l’assistenza familiare.

Per tali ragioni la cura domiciliare dall’esterno spesso è inevitabile; e impone di rivedere, non tanto gli aspetti socio-culturali propri di quel mercato del lavoro, quanto gli stereotipi sui ruoli delle parti. Bisogna dare una lettura professionale del lavoro di cura domiciliare, che sia in grado di garantire la specialità di quel rapporto ma anche la dignità degli addetti, alla stregua delle altre professioni.

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