Per mantenere l’occupazione deve aumentare l’assorbimento del prodotto

10 Giu

euro-politiche-economicheAbbiamo chiesto ad alcuni economisti che cosa pensino della decrescita. È compatibile con l’uscita dalla crisi e con l’aumento dell’occupazione? Finora sono intervenuti Luigino Bruni, Mauro Gallegati, Ignazio Musu, Pier Luigi Porta. Oggi interviene:

Marco Dardi – Prof. ord. di Economia politica, Univ. di Firenze

Nella storia vediamo che dalle crisi economiche si è sempre usciti attraverso ristrutturazioni del tessuto economico pre-esistente. Non c’è ragione per cui non debba andare così anche questa volta. Ristrutturare vuol dire rottamare vecchi schemi di organizzazione e attività produttive e svilupparne di nuovi, con decrescite/estinzioni da una parte, crescite/nuove nascite dall’altra. In questo senso chi parla di decrescita non dice niente di strano e anche l’idea di cercare di trasformare la crisi in opportunità di rinnovo strutturale non è certo nuova. Si voglia o no, una ristrutturazione ci sarà comunque ed è giusto cercare per quanto possibile di pilotarla anziché lasciarsi andare alla deriva. Vista così, la questione non è di crescita contro decrescita, un’opposizione ideologica alimentata da slogan che trovo particolarmente mal scelti, ma di confronto sui contenuti dei diversi modelli o piani finanziario-industriali che vengono proposti in chiave anticrisi.

Il Maurizio Pallante che propone di investire nella messa in efficienza dei consumi energetici anziché in grandi infrastrutture come la TAV non sta argomentando per la decrescita, al contrario: confronta progetti diversi usando il metro della capacità di creare lavoro in relazione al costo e all’impatto ambientale e motiva la sua preferenza sulla base di calcoli che lui ritiene più accurati di quelli di chi sostiene la tesi opposta. Sui calcoli si può discutere, questo è già un fatto positivo; e quel che è meglio, si discute non di ideologie ma di che cosa serve a un paese come il nostro. Investimenti che creino lavoro sotto un vincolo di ecocompatibilità, questa è sicuramente un’opzione. Ma è sufficiente, ed è utile concentrarsi esclusivamente su questa?

Se siamo intrappolati nella crisi è per un concorso di blocchi concatenati: di domanda interna, per eccesso di pressione fiscale, disuguaglianza distributiva e aspettative depresse; di credito, per le stesse aspettative e per lo spauracchio dei vincoli di patrimonio bancario; di finanza pubblica, per la sfiducia dei mercati finanziari e per vincoli europei. Ognuno di questi blocchi richiede interventi mirati che a loro volta presuppongono stabilità politica e autorevolezza internazionale. Non mi sembra che nella ‘agenda decrescita’ questi temi riscuotano un interesse travolgente.

Se poi alziamo l’occhio dalla crisi di oggi e guardiamo in prospettiva più lunga, un minimo di aritmetica economica conferma che ci sono nodi che con l’agenda decrescita hanno poco a che fare – e non sto dicendo che il nodo ecologico non sia importante, ma che va visto in un contesto in cui ce ne sono altri. Provo a parlarne evitando la parola ‘PIL’ diventata, chissà perché, infetta. Siamo un paese maturo demograficamente stazionario con una certa capacità di generare progresso tecnico, in parte endogeno in parte derivante dalla nostra apertura internazionale. Non credo che sia desiderabile isolarsi e rinunciare a questo fattore di novità e cambiamento nelle nostre vite. Se vogliamo mantenerlo e insieme, altro obiettivo che credo non rinunciabile, mantenere un livello accettabile di occupazione è necessario che la capacità di assorbimento del prodotto cresca almeno alla stessa velocità della produttività: l’occupazione non si sostiene se ogni posto di lavoro non riesce, soddisfacendo domanda pagante, a riprodurre il suo costo più un margine sufficiente a tenerlo attivo. A regime, e a ritardi strutturali colmati, questa crescita della capacità di assorbimento non può venire dagli investimenti, che si limitano al mantenimento/rinnovo di una struttura produttiva al servizio di una forza-lavoro stazionaria. È giocoforza che ad assorbire la crescita del prodotto siano o l’esportazione netta o il consumo. E visto che il modello export-led nel nostro paese ha fatto il suo tempo, e lo farà prima o poi in tutti i paesi perché è un modello non universalizzabile, alla fine tutto il gioco ricade sul consumo. Tenere insieme progresso tecnico e occupazione richiede consumi in crescita, contro ogni aspirazione anticonsumista.

Nel nostro scenario di economia semi-stazionaria quest’ultimo punto non è senza problemi. Il consumo non cresce se non cresce la ricchezza; ma in un paese in cui le componenti reali della ricchezza sono commisurate a un fabbisogno stazionario, le uniche componenti che possono crescere sono quelle finanziarie. Ora, a parte il credito diretto al consumo (che ha le sue controindicazioni), ci sono solo due modi in cui la ricchezza finanziaria può crescere a parità di ricchezza reale, e cioè l’esportazione di capitali e l’allungamento delle catene di intermediazione finanziaria. In entrambi i modi le possibilità di tenere la capacità di assorbimento al passo con la produttività sono affidate all’espansione di un’industria finanziaria sempre più intermediata e internazionalizzata. Si obietterà – ma non è da qui che sono partiti tutti i guai dal 2007 a oggi? Infatti. E perciò uno dei nodi cruciali nel lungo periodo sarà quello, per fortuna non solo nostro, di tenere sotto controllo l’industria finanziaria per evitare che si espanda moltiplicando i rischi di sistema invece di ridurli come è suo compito.

L’alternativa è secca: con capacità di assorbimento stazionaria o in diminuzione l’occupazione si riduce, e davvero non capisco come si possa pensare che da questo venga qualcosa di buono. Un nucleo familiare non più in grado di provvedere a se stesso, non solo nel senso del consumo corrente ma anche di quel tanto di investimento che serve per l’educazione dei figli e per garantirsi sicurezza in età anziana, non può trovare compensazione nel di più di tempo libero da dedicare all’autoproduzione e alle gioie dello spirito.

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3 Risposte to “Per mantenere l’occupazione deve aumentare l’assorbimento del prodotto”

  1. Simone Zuin 10 giugno 2013 a 15:11 #

    Egr. Prof. Dardi,
    la ringrazio per questo articolo che non mi trova del tutto d’accordo ma di sicuro pone la base per una discussione pacata sul confronto crescita/decrescita.

    Mi permetto solo di segnalarle che parlare di reinvestimenti (da TAV a risparmio energetico) è argomentare la decrescita in quanto alla base del ragionamento di Pallante c’è la distinzione tra bene e merce e tra bene che è una merce e merche che non è un bene.

    Non voglio dilungarmi su questo, ma se riterrà posso mandarle qualche nota in più.

    Per quanto riguarda il termine “PIL”. I decrescentisti rifiutano questo indicatore (anche se con sfumature differenti in base alle correnti che si trovano all’interno della galassia della Decrescita), in quanto viene utilizzato, in modo solitario, per la programmazione economica, produttiva e finanziaria di tutti i paesi compresi quelli definiti “in via di sviluppo”. Tutto questo anche se ormai è evidente che il PIL presenta forti lacune.

    Forse la sostituzione di questo indicatore con un’altro che tenga conto anche di altri fattori (alcuni parlano di “felicità” anche se personalmente non credo si possa misurare questo sentimento), è opportuna.

    Bisogna poi contestualizzare quanto proposto dalla decrescita nel suo quadro più completo.
    Non trovo giusto il suo ultimo verso. La Decrescita auspica sì la creazione di “tempo libero da dedicare all’autoproduzione e alle gioie dello spirito”, ma all’interno di una società della decrescita.
    E’ chiaro a tutti che buttata così, nella società della crescita, la cosa ha poco senso.

    La Decrescita, così come la conosciamo oggi (quella di Latouche, Bonaiuti, Cacciari, Pallante e di Fini) è relativamente giovane e non è pensabile una sua implementazione reale in tempi brevi.

    In fine mi pongo (e le pongo) una domanda:
    Ma siamo proprio sicuri che la stada dei consumi – inteso come rilancio dei cosumi – oggi come oggi porti a benefici all’occupazione e alla richezza interna del nostro paese?
    Se oggi acquisto una televisione quale impatto avrà sul mondo del lavoro? Io credo (ma non ho una risposta certa) praticamente nessuna. La televisione, come ormai la maggior parte di ciò che possiamo acquistare, proviene dall’estero dove, come in CINA, la crisi economica la sentono veramente poco.
    Senza contare poi sul fatto dell’impatto ecologico dell’obsolescenza percepita (leggi moda) che è di certo una delle colonne portanti del consumismo.

    Consideri le mie come riflessioni in libertà.

    Buon Lavoro

  2. Giordano Mancini 10 giugno 2013 a 16:53 #

    Buongiorno,
    io sono uno degli estensori del manifesto appello dove, circa un anno fa, proponemmo la priorità di fare efficienza energetica, spendendo gli 8,2 mld di euro stanziati per il TAV, per sistemare 15.000 scuole italiane, generando 150.000 posti di lavoro (abbiamo fatto riferimento ad uno studio del professor Manna dell’ENEA) e recuperando i soldi spesi in circa 9 anni. Invece realizzando il tunnel per il TAV, anche nella improbabile ipotesi che la spesa rimanga sugli 8,2 mld di euro iniziali, lavorerebbero solo 6000 persone (forse) e avremmo un nuovo debito, sia economico che energetico.
    Si trattava solo di un esempio, di soluzioni ne abbiamo proposte molte e continuiamo a studiarne, perchè fra noi ci sono molti uomini di azienda, di agricoltura e di “pensiero operativo”. Anche il manifesto appello di cui sopra fu firmato all’inizio da una cinquantina di imprenditori e professionisti e molti altri l’hanno firmato in seguito.
    Ma il problema vero è che c’è un sistema che non vuole mollare la presa! Non è una questione di usare la logica e di trovare soluzioni, ma una questione di forza nella gestione dei propri interessi. Mi spiego: la crisi, anche in Italia, non riguarda mica tutti! Abbiamo gente che in questo quinquennio di disastro economico si è ulteriormente arricchita. E nel mondo è lo stesso. Basta guardare sul portale di Forbes per leggere che gran parte delle aziende multinazionali hanno aumentato i loro profitti. Le aziende del comparto militare hanno aumentato il fatturato del 14% in questi cinque anni terribili per la gente comune. Semplificando per ragioni di brevità e copiando qualche termine dai ragazzi di Occupy, possiamo dire che c’è un 1% della popolazione mondiale che sta sempre meglio e che spende un sacco di soldi per convincere l’altro 99% che questo è l’unico modello di sviluppo possibile. Che è tutto normale, che va bene così e basta avere pazienza e le soluzioni arriveranno! Ci sarà una ripresa dei consumi e nuove tecnologie per evitare anche il collasso dell’equilibrio del clima della Terra. Basterà mettere qualche regola per quegli ingordacci della finanza e l’economia reale tornerà a tirare! Come dice il nobel Stiglitz, ci sono scenziati, professoroni ed economisti che sono i “pugilatori” di questo 1% e si prodigano per aiutare il mantenimento dello status quo, lavorando sodo per smontare le nuove idee e le soluzioni che mettono a rischio il privilegio dei pochi. E molti lo fanno anche senza rendersene conto perchè dopo molti anni il pensiero dominante non viene mai messo in discussione da università, istituti ed enti “seri”! Le nostre tesi vengono direttamente contenstate da persone che quasi mai si sono presi la briga di studiarle approfonditamente.
    Lo so che è difficile cambiare modo di pensare e paradigmi, ma noi del Movimento per la Decrescita Felice ci stiamo provando … e anche con un discreto successo, malgrado voi di Sviluppo Felice ed altri che, legittimamente, continuate a far riferimento ai paradigmi tradizionali e li difendete. Vedremo nel tempo chi, fra i due fronti contrapposti, ha idee e soluzioni con più capacità di futuro.

    Giordano Mancini

  3. Nello De Padova 14 giugno 2013 a 06:59 #

    Lei dice:
    con capacità di assorbimento stazionaria o in diminuzione l’occupazione si riduce, e davvero non capisco come si possa pensare che da questo venga qualcosa di buono.

    Le rispondo:
    Di buono può portare la redistribuzione dell’occupazione residua fra tutti (attraverso la riduzione procapite del tempo dedicato al lavoro e la relativa retribuzione).

    Lei dice:
    Un nucleo familiare non più in grado di provvedere a se stesso, non solo nel senso del consumo corrente ma anche di quel tanto di investimento che serve per l’educazione dei figli e per garantirsi sicurezza in età anziana, non può trovare compensazione nel di più di tempo libero da dedicare all’autoproduzione e alle gioie dello spirito.

    Le rispondo
    Un nucleo familiare che possa accedere ad una occupazione (ed una retribuzione) part time di tutti i suoi componenti in età lavorativa può trovare un nuovo equilibrio di consumo ed investimento anche grazie al maggior benessere ed alla maggior serenità derivante dal maggior tempo libero da dedicare non solo all’autoproduzione ed alle gioie dello spirito ma anche alla costruzione e manutenzione di una comunità migliore.

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