Economia della felicità, creatività, crescita

27 Mag

Abbiamo chiesto ad alcuni economisti che cosa pensino della decrescita. È compatibile con l’uscita dalla crisi e con l’aumento dell’occupazione? Nei giorni scorsi hanno risposto Luigino Bruni, Mauro Gallegati e Ignazio Musu. Prossimamente risponderà Marco Dardi. Oggi:

Risponde Pier Luigi Porta

 Prof. ordinario di Economia politica, Un. di Milano Bicocca

economia.panorama.itNon ho mai del tutto condiviso le tesi di Latouche e di Pallante. Abbiamo, da una quindicina d’anni, dedicato al tema una serie iniziative partite dalla Università Bicocca di Milano. Anche HEIRS (Happiness Economics and Interpersonal Relations) – la associazione fondata con Luigino Bruni, Luca Stanca, Matteo Rizzolli, Tommaso Reggiani, alla quale aderiscono numerosi illustri colleghi in Italia e all’estero – ha promosso numerosi Convegni internazionali in tema di economia della felicità, felicità e crescita, e simili. Molti dei risultati emersi hanno trovato spazio nella IREC, la International Review of Economics, pubblicata da Springer, che da circa un quinquennio si è venuta specializzando su temi di economia civile in senso lato, inclusi gli aspetti sperimentali e le nuove tematiche della felicità e delle relazioni interpersonali in economia.

L’idea di fondo delle ricerche HEIRS-IREC è la critica del concetto macroeconomico di reddito come indicatore di benessere e di felicità, una critica ormai ampiamente condivisa, fino a dar luogo anche a iniziative di rilievo, come ad esempio quello che l’ISTAT ha intrapreso per elaborare la misura del BES, il benessere equo e solidale, sotto la guida di Enrico Giovannini. L’ispirazione della critica proviene soprattutto dalla raffinata e cogente analisi di uno dei massimi teorici del benessere, Tibor Scitovsky, nel suo libro L’economia senza gioia, apparso senza successo nel 1976. Molto più tardi il libro di Scitovsky è stato ‘riscoperto’ e si è visto che esso già anticipava le soluzioni possibili del c.d. ‘paradosso della felicità’, proprio in quegli anni studiato da Richard Easterlin e ripreso da autori come Veenhoven, Frank e più tardi Frey e Stutzer, Kahneman e altri. Oggi, con l’editore Città Nuova, Luigino Bruni e il sottoscritto ne abbiamo dato la prima edizione italiana con una prefazione di Marina Bianchi.

La concezione di Scitovsky si basa sulla distinzione tra beni di comfort e beni di stimolo. Il comfort è un atteggiamento passivo: è il puro godimento in poltrona. Qualcosa che Scitovsky identifica con la American way of life. Il Reddito, o PIL, ossia la base della nostra economia, fa di ogni erba un fascio, per questo si rivela inadatto a rappresentare l’andamento della felicità come forma di soddisfazione globale e di autorealizzazione del soggetto. Parlare di decrescita di per sé non migliora le cose, se il metro di riferimento è sempre il coacervo di ‘oggetti’ contenuti nel PIL. Il problema vero di ogni sistema economico è quello di creare condizioni di vita piena (ecco lo stimolo) per le persone che compongono il corpo sociale. Dunque al centro del discorso occorre collocare la capacità di innovazione e la creatività, in una accezione schumpeteriana del termine. Il modello del soggetto economico è l’imprenditore e la sua impresa, intesi in senso allargato e inclusivo di molteplici e svariate iniziative. In questo consiste lo stimolo, che è la vera fonte della felicità. La sorgente della felicità consiste nel dare vita a una attività, ossia a qualcosa che cattura e coinvolge il soggetto in una sfida continua.

Quando Keynes, ad esempio, invoca che si faccia qualcosa per mobilitare risorse di lavoro, fosse anche scavare buchi o costruire piramidi, egli deve avere in mente proprio l’idea che anche con cure palliative capita, in condizioni estreme, di potere riattivare i circuiti di creatività che hanno la loro radice nei soggetti economici. Certo: possiamo poi contentarci della misura offerta dal PIL facendo finta che, se la gente la prende sul serio, la crescita in se stessa del PIL possa rappresentare un fattore di attivazione di energie e di risorse. Qui allora si dividono le sorti di crescita e decrescita. La crescita esalta l’idea che il di più è sempre cosa migliore, un’idea che non può che avere una base utilitarista; la decrescita esalta invece il paradosso, ossia la affermazione che si ottiene di più proprio quando si ha di meno, per es. perché si conduce una vita più ‘naturale’, più rispettosa di vincoli ambientali e cose simili. Keynes, che non era sicuramente un utilitarista, aveva certo in mente la fertilizzazione della capacità umane. Poi, faute de mieux, era disposto a tradurre tutto in rozze misure macroeconomiche.

Gli studi economici sulla felicità hanno oggi ben chiarito che la macromisura del Reddito non è affatto superata. Essa resta un’utile misura dei livelli di attività economica di un sistema e come tale va considerata. Se invece pretendiamo di caricare il PIL del compito di darci la misura, o anche solo l’andamento, della soddisfazione e del benessere, allora dobbiamo essere tranchant e riconoscere senza tentennamenti che questo non è possibile e che non esiste comunque una sola sintetica misura che ci possa dare la risposta che cerchiamo su questo punto. Se decrescita può significare riduzione della attività economica alla quale consegue maggiore soddisfazione, allora ben venga questa decrescita, che tuttavia personalmente preferirei chiamare reale crescita.

La distinzione di fondo di Scitovsky oggi si è arricchita di aspetti nuovi con la economia delle relazioni interpersonali e con tutte quelle indagini sul benessere che hanno tolto spazio ad una logica puramente benthamiana per valorizzare invece tutte le capacitazioni, ossia le ‘potenze’ (in senso aristotelico) dei soggetti. Qui nasce sempre la tentazione di fornire un possibile ricettario. Una tentazione difficile da rimuovere, ma pur sempre una tentazione, ossia qualcosa che conduce fuori strada.

In molte situazioni è più preziosa l’eredità di quanti non ci lasciano ricetta alcuna, salvo quella di indurci a diffidare sempre delle soluzioni prefabbricate.

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