La Banca Mondiale e il Mezzogiorno: l’analisi di un modello virtuoso del passato

6 Mag
La Cassa per il Mezzogiorno e la Banca Mondiale: un modello per lo sviluppo economico italiano di Amedeo Lepore

La Cassa per il Mezzogiorno e la Banca Mondiale: un modello per lo sviluppo economico italiano di Amedeo Lepore

di Claudia Sunna

La recente pubblicazione del volume di Amedeo Lepore sull’intervento della Banca Mondiale nel Mezzogiorno negli anni Cinquanta e Sessanta[1] stimola una riflessione su quel modello di intervento comparato con la attuale situazione di impasse del Mezzogiorno (e dell’Italia).

Lepore, con un meticoloso lavoro d’archivio, ricostruisce il ruolo della Banca Mondiale nel finanziamento della prima fase dell’intervento straordinario nel Mezzogiorno. Ne emerge che la strategia di intervento della Banca si è evoluta nel tempo, ed ha utilizzato come interlocutore privilegiato la Cassa per il Mezzogiorno Questa, come è noto, ha indirizzato la politica di investimenti prima alle infrastrutture e, in un secondo momento, all’industrializzazione. Questa stagione è stata particolarmente felice perché ha creato un “meccanismo di ineguagliata coerenza ed incisività” (p. 220), che ha trasformato e modernizzato il Mezzogiorno in modo irreversibile. Il punto principale è che l’intervento della Banca Mondiale fu per molti versi un modello virtuoso perché fondato su una efficace cooperazione istituzionale fra agenzie “tecniche” (la Banca Mondiale, la Cassa e la Banca d’Italia) e il governo italiano e anche perché ha posto l’enfasi, non solo sulla ricostruzione, ma anche sull’infrastrutturazione del territorio.

L’autore mette in evidenza che il problema del Mezzogiorno in questo periodo non è stato affrontato solo come un problema nazionale, ma anche da un punto di vista internazionale. Secondo Lepore questo permetterebbe di ampliare la riflessione sulle condizioni attuali del Mezzogiorno allo scopo di “individuare nello scenario dell’integrazione internazionale le nuove chiavi interpretative del ritardo del Sud e le possibili risposte all’esigenza di una ripresa economica e di un’accelerazione produttiva del Mezzogiorno e dell’intero Paese” (p. 16).

Questo auspicio dell’autore suggerisce alcune riflessioni. In primo luogo, in una certa misura, si può già valutare l’impatto delle politiche europee più recenti sulla crescita delle aree arretrate e, in particolare, del Mezzogiorno. La politica europea di coesione, iniziata nella seconda metà degli anni Novanta ha come obiettivo la convergenza dei livelli di sviluppo (misurati attraverso i requisiti indicati a partire dal Trattato di Lisbona del 2007) delle diverse aree dell’Unione. Gli effetti di queste politiche nel Mezzogiorno non sono semplici da valutare sia che si guardi ai tradizionali dati macroeconomici (PIL, occupazione, export, ecc.) sia che si guardi agli indicatori sociali o alla capacità delle regioni italiane di utilizzare i fondi europei.[2] Tuttavia ancora oggi, nonostante i fondi europei, il Mezzogiorno è in ritardo di sviluppo.

Sarebbe utile comparare le due stagioni di intervento “internazionale” nel Mezzogiorno, quella degli anni Cinquanta e quella europea più recente. Ma le due modalità di intervento sembrano rimaste estranee l’una all’altra. Negli anni Cinquanta dominava la visione dell’economia dello sviluppo, secondo cui ogni area arretrata, grazie ad una politica centralizzata di investimento, poteva avviarsi verso uno sviluppo autosostenuto. La strategia europea attuale invece è orientata ad un modello di sviluppo locale, per evitare che l’Europa unificata sul piano monetario sia messa in discussione da disparità troppo marcate nei redditi e nella capacità produttiva.

In definitiva, la politica di intervento 1950-70 ha contribuito a modernizzare il Sud ma, dopo la fine della virtuosa collaborazione istituzionale, gli effetti della strategia dello stato-imprenditore non sono stati altrettanto positivi, per inefficienza delle partecipazioni statali, sprechi e clientelismo. Tuttavia anche le politiche attuali di coesione regionale non sembrano efficaci per il Mezzogiorno. Occorrerebbe recuperare la visione ampia che orientava gli interventi della prima stagione e applicarla a contesti regionali diversificati.

Data la marginalità attuale del dibattito sul Mezzogiorno, il contributo di Lepore è significativo perché analizza la stagione più importante delle politiche di intervento per lo sviluppo. Questa fase si è realizzata grazie ad una convergenza, probabilmente irripetibile, fra fattori e spinte nazionali ed internazionali. L’analisi dettagliata di questa visione sullo sviluppo permette di recuperare strumenti di analisi, ed anche uno spirito di ottimismo per la soluzione del divario italiano.


[1] La Cassa per il Mezzogiorno e la Banca Mondiale: un modello per lo sviluppo economico italiano, Quaderni Svimez, n. 34, ott. 2012.

[2] Cfr. Gianfranco Viesti 2011, “Le politiche di sviluppo del Mezzog. negli ultimi venti anni”, Econ. e politica industr., 2011, 4, pp. 95-137; Andrea Filippetti e Luigi Reggi, “Un buon governo (locale) per i Fondi Strutturali”, http://www.lavoce.info, 11 dic. 2012.

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