L’austerità che produce spreco

25 Apr

di Cosimo Perrotta

AUSTERITAOra che è chiaro a (quasi) tutti che l’austerità ha prodotto la recessione, bisogna evitare di riproporre la scomoda alternativa tra recessione con i conti risanati o crescita con i conti disastrati. Bisogna invece riprendere il discorso sull’eliminazione degli sprechi, cioè delle rendite improduttive, che i tagli lineari dell’austerità non hanno intaccato.

Fatte sotto l’urgenza di evitare tracolli finanziari, le politiche imposte nell’Eurozona hanno cercato le vie più rapide: aumento del peso fiscale e riduzione dei servizi pubblici a spese delle categorie più numerose (i ceti medio-bassi), ulteriore deregulation del mercato del lavoro.[1] Quelle politiche neo-liberiste sono molto più attente a comprimere i salari e la spesa sociale che non le rendite e i redditi alti.

Ciò ha accentuato gli sprechi, anziché ridurli. Invece di colpire le rendite improduttive, ha colpito la spesa produttiva. Sono rendite improduttive i redditi che non derivano da lavoro o da investimenti nella produzione; comprese le parti di reddito che eccedono un compenso equo per le prestazioni effettuate. In questo senso le rendite che pesano sui conti pubblici o sui costi della produzione sono infinite.

Vediamo l’Italia. C’è la speculazione finanziaria, con i suoi enormi “profitti”, quasi esentasse, spesso clandestini o semi-clandestini, e i favolosi compensi dei suoi dirigenti. C’è la speculazione immobiliare; gli interessi dei titoli pubblici (poco tassati); e le rendite mascherate da profitti (o che ne formano una parte cospicua).[2] Queste ultime si hanno quando la scarsa concorrenza e l’eccesso di protezione creano monopoli, oligopoli o cartelli che tengono il prezzo di un bene o servizio troppo alto rispetto alla sua qualità, e gravano quindi su salari e stipendi o sullo stato. Possono sembrare casi eccezionali, ma in Italia sono la regola.

I profitti-rendite sono massicciamente presenti nelle assicurazioni e nelle banche; nelle imprese sovvenzionate a vario titolo; nelle aziende semi-private o municipalizzate, e nei servizi essenziali (gas, elettricità, acqua, fognature, raccolta dei rifiuti, trasporti pubblici, infrastrutture varie). Ma riguardano anche le grandi catene della distribuzione, dalla benzina ai farmaci ai beni di consumo quotidiano; e i professionisti più forti, protetti dalle rispettive corporazioni.

Oltre a queste, ci sono le rendite illegali: l’estesissima evasione fiscale, gli abusi edilizi, i falsi invalidi, falsi braccianti, falsi disoccupati, ecc. Poi gli stipendi e le pensioni sproporzionati degli alti dirigenti pubblici e para-pubblici, le nicchie di categorie privilegiate, le decine di migliaia di consulenti inutili, gli sprechi vergognosi a vantaggio dei partiti, delle rappresentanze elette, degli enti ministeriali, ecc. Anche gli stipendi degli impiegati pubblici assenteisti o “imboscati” sono rendite improduttive. Infine ci sono i pensionati giovani, che nonostante l’ultima riforma pesano ancora, a causa delle norme passate, per alcuni milioni di persone.[3]

La mancata riduzione di queste rendite e l’impoverimento dei ceti medio-bassi sono stati controproducenti. Hanno ridotto la domanda e messo in crisi la produzione non diretta all’estero; e, abbassando il Pil, hanno aumentato il debito pubblico in percentuale, anziché diminuirlo.

Ma il blocco selvaggio della spesa pubblica (tagli indiscriminati, mancato pagamento dei debiti alle imprese, divieto di spesa agli enti locali) ha anche provocato enormi sprechi. Ha peggiorato le infrastrutture (fisiche, informative e organizzative); ha rovinato moltissime piccole imprese; ha allargato la disoccupazione sia nel settore pubblico che in quello privato.

Ma soprattutto esso ha favorito il deterioramento o la mancata valorizzazione di buona parte del patrimonio archeologico, artistico, paesaggistico del paese; ha accentuato il degrado urbanistico e idro-geologico del territorio; infine ha disperso gran parte dell’enorme patrimonio professionale del settore pubblico o sovvenzionato. Su quest’ultimo punto, si pensi alle biblioteche, istituti di ricerca e di specializzazione, musei, università, ospedali e cliniche specialistiche, enti culturali e artistici dove, per il blocco delle assunzioni e dei finanziamenti, il personale prossimo alla pensione non può trasmettere alle nuove leve le conoscenze e le esperienze accumulate; dove i materiali, i reperti, gli strumenti, i documenti si deteriorano per mancanza di ricambi e di manutenzione.

È questo il rilancio dell’economia attraverso la “riqualificazione della spesa pubblica”?


[1] Però non tutti i liberisti ritengono che la precarizzazione del lavoro giovi alla crescita: v. Paolo Savona, Eresie, esorcismi e scelte giuste per uscire dalla crisi, Rubbettino, 2012, pp. 61-64.

[2] V. Geminello Alvi, Una repubblica fondata sulle rendite, Mondadori, 2006, capp. 17-18.

[3] V. ancora Alvi, op. cit., capp. 2-4.

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