Politiche redistributive in Brasile: nuove prospettive o vecchi errori?

2 Apr

di Maurizia Pierri

Il Brasile negli ultimi anni ha vissuto una trasformazione radicale. Attualmente il paese, di circa 190 milioni di abitanti, fa parte delle grandi potenze economiche emergenti del cosiddetto BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica)[1].  Il  tasso di crescita del PIL nel 2011 è stato del 7.5%, mentre il tasso di disoccupazione, dal 12.3% del 2004, è diminuito al 7%.

Nel 2001 il 41.6% delle città brasiliane avevano il peggiore risultato riguardo all’esclusione sociale[2]. Nello stesso anno il 35% dei brasiliani (57.7 milioni) viveva in estrema povertà, soprattutto nel Nord e Nord-Est (Instituto Brasileiro de Economia e Fundação Getúlio Vargas[3].

La crescita della economia brasiliana nell’ultimo decennio è stata accompagnata da un piano di riforme volto a correggere le forti disuguaglianze. I governi di Luiz Inácio da Silva (presidente dal 2002 al 2006) e di Dilma Roussef (eletta nel 2010) hanno impresso il nuovo corso.

L’avvio è stato dato dal programma Fome zero, lanciato nel 2003, insieme con l’istituzione del Ministero dello Sviluppo Sociale e Lotta contro la Fame, che ha il compito di promuovere l’inclusione sociale, la sicurezza alimentare e un reddito minimo di cittadinanza alle famiglie povere. Un altro programma è la Bolsa Família, che serve più di 13 milioni di famiglie povere con provvedimenti diversificati per profilo, per tipologia di base o in funzione delle particolari condizioni del beneficiario.  Questi due programmi integrano la politica sociale denominata Brasil sem Miseria, che coinvolge i 16 milioni e 200mila brasiliani con reddito familiare inferiore a $70 al mese. Esso ha una sfera d’azione vastissima, che tocca l’erogazione dell’elettricità, la lotta contro il lavoro minorile, la sicurezza alimentare, la creazione di banchi alimentari, il sostegno della popolazione senza fissa dimora, l’educazione della prima infanzia, la salute, la distribuzione di farmaci per l’ipertensione e il diabete, le cure dentarie, gli esami della vista e infine all’assistenza sociale.

L’effetto di queste politiche è stato una continua riduzione delle differenze di reddito. La disuguaglianza  è diminuita dell’1.2% all’anno dal 1990 fino al 2009[4]. Dal 2001 al 2005 l’indice di Gini è passato dal 0.594 al 0.566, riducendosi del 4.6%, la riduzione più alta degli ultimi 30 anni[5]. A beneficiare maggiormente di questa crescita è stata la fascia di popolazione più povera.

Ci sono tuttavia delle perplessità su questo processo. Questi programmi utilizzano fondamentalmente il trasferimento di reddito. Alcuni temono che tale metodo covi al suo interno il germe di populismo, che ha inquinato la storia democratica del Paese[6]. Sul piano economico, c’è chi è scettico sulla capacità dei trasferimenti di denaro di creare sviluppo auto-propulsivo[7], e ritiene non sostenibile nel lungo periodo un investimento totalmente dedicato alle politiche sociali. Agli interventi redistributivi vanno infatti aggiunte le spese previdenziali, che in Brasile, come nelle altre economie sviluppate, occupano una fetta consistente delle uscite statali e sono finanziate soprattutto dalle imposte indirette[8]. D’altro canto la crescita economica brasiliana è in leggera flessione, ed alcuni ne preconizzano la fine, accanto a quella degli altri Paesi BRICS[9].

Nonostante la diversità della storia e dell’economia dei due paesi, queste riflessioni evocano un confronto con le politiche di welfare realizzate in Italia, dove esse hanno generato  un aumento del reddito medio pro-capite e del tasso di istruzione, ed una lieve diminuzione del tasso di disoccupazione (solo fino al 1970), ma hanno anche prodotto la crisi del bilancio pubblico, e una serie di effetti perversi (soprattutto nel meridione), tra i quali spicca l’uso delle misure sociali per fini clientelari[10].

Il confronto con l’Italia mostra che le politiche sociali brasiliane, attualmente nella fase di massima espansione, corrono il rischio di seguire la stessa parabola di alcune democrazie europee. La speranza è che non seguano lo stesso malinconico declino.


[1] V. World Economic League Table, Centre for Economics and Business Research, London, 2011. The Global Competitiveness 2012–2013, World Economic Forum.

[2]M. Pochmann, R. Amorim,  Atlas da exclusão social no Brasil, São Paulo, Cortez, 2003.

[3] M.O. da Silva, The Bolsa Familia Program …, paper presentato al XII BIEN Congress in Basic Income, Dublin, 2008.

[4] Economist on line, Focus Brazil, 1-XI-2011.

[5] M. Verardi, Programma Bolsa Familia e microcredito in Brasile, Centro Ricerche Econ. e Giuridiche, Univ. di Torvergata, Roma, 2010/4.

[6] V. M. Medeiros, A Trajetória do Welfare State no Brasil, Brasilia, Instituto de Pesquisa Econômica Aplicada, 2001,  22.

[7] Per l’Italia, v. M. D’Antonio, La mano nascosta: i fattori immateriali nei processi di sviluppo, in A. Flora (cur.) Mezzogiorno e politiche di sviluppo, Napoli, ESI, 2002, 11-20, che rinvia a Myrdal.

[8] V. Indicadores de Equidade no Sistema Tributário Nacional, Conselho de Desenvolvimento Econômico e Social, Brasilia, 2009/1, che parla dell’iniquità del sistema fiscale.

[9] Sharma, Broken BRICs, in Foreign Affairs, Nov./Dec., 2012.

[10] Cfr. il nostro saggio Il Welfare State e la cultura dell’illegalità,  in C. Perrotta, C. Sunna (a cura di) L’arretratezza del Mezzogiorno, Milano:Bruno Mondadori, 2012, pp. 210-29. 

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